sabato 4 marzo 2023

L'INFLUENZA DEL PENSIERO DI KARDELJ SULL'ENCICLICA LABOREM EXERCENS DI SAN GIOVANNI PAOLO II


(Articolo del Dott. Massimo Cogliandro)
Un attento esame del n. 14 dell'enciclica Laborem exercens dimostra l'influenza del pensiero contenuto nel libro Socialismo e autogestione di Edvard Kardelj su Giovanni Paolo II:
"Se dunque la posizione del rigido capitalismo deve essere continuamente sottoposta a revisione in vista di una riforma sotto l'aspetto dei diritti dell'uomo, intesi nel modo più vasto e connessi con il suo lavoro, allora dallo stesso punto di vista si deve affermare che queste molteplici e tanto desiderate riforme non possono essere realizzate mediante l'eliminazione aprioristica della proprietà privata dei mezzi di produzione. Occorre, infatti, osservare che la semplice sottrazione di quei mezzi di produzione (il capitale) dalle mani dei loro proprietari privati non è sufficiente per socializzarli in modo soddisfacente. Essi cessano di essere proprietà di un certo gruppo sociale, cioè dei proprietari privati, per diventare proprietà della società organizzata, venendo sottoposti all'amministrazione ed al controllo diretto di un altro gruppo di persone, di quelle cioè che, pur non avendone la proprietà, ma esercitando il potere nella società, dispongono di essi al livello dell'intera economia nazionale oppure dell'economia locale.
Questo gruppo dirigente e responsabile può assolvere i suoi compiti in modo soddisfacente dal punto di vista del primato del lavoro - ma può anche adempierli male, rivendicando al tempo stesso per sé il monopolio dell'amministrazione e della disposizione dei mezzi di produzione e non arrestandosi neppure davanti all'offesa dei fondamentali diritti dell'uomo. Così, quindi, il solo passaggio dei mezzi di produzione in proprietà dello Stato, nel sistema collettivistico, non è certo equivalente alla 'socializzazione' di questa proprietà. Si può parlare di socializzazione solo quando sia assicurata la soggettività della società, cioè quando ognuno, in base al proprio lavoro, abbia il pieno titolo di considerarsi al tempo stesso il 'com-proprietario' del grande banco di lavoro, al quale s'impegna insieme con tutti. E una via verso tale traguardo potrebbe essere quella di associare, per quanto è possibile, il lavoro alla proprietà del capitale e di dar vita a una ricca gamma di corpi intermedi a finalità economiche, sociali, culturali: corpi che godano di una effettiva autonomia nei confronti dei pubblici poteri, che perseguano i loro specifici obiettivi in rapporti di leale collaborazione vicendevole, subordinatamente alle esigenze del bene comune, e che presentino forma e sostanza di una viva comunità, cioè che in essi i rispettivi membri siano considerati e trattati come persone e stimolati a prendere parte attiva alla loro vita (1)".
San Giovanni Paolo II riprende la distinzione fatta da Kardelj in Proprietà sociale e autogestione tra "proprietà statale" e "proprietà sociale". Per Kardelj e per San Giovanni Paolo II "il solo passaggio dei mezzi di produzione in proprietà dello Stato non è certo equivalente alla socializzazione di questa proprietà", cioé non dà necessariamente luogo alla proprietà sociale dei mezzi di produzione. Se infatti "il gruppo dirigente dello Stato assolve i suoi compiti male, rivendicando al tempo stesso per sé il monopolio dell'amministrazione e della disposizione dei mezzi di produzione, il solo passaggio dei mezzi di produzione in proprietà dello Stato non è certo equivalente alla 'socializzazione' della proprietà" dei mezzi di produzione, ma configura quella che Kardelj chiama "proprietà statale". San Giovanni Paolo II passa quindi a proporre negli stessi termini di Kardelj il sistema dell'autogestione sociale dei mezzi di produzione come l'unico sistema in grado di garantire la reale proprietà sociale dei mezzi di produzione in cui per mezzo delle "organizzazioni del lavoro associato" (nome dato da Kardelj alle imprese di proprietà sociale autogestite dai propri lavoratori) i lavoratori diventano allo stesso tempo "comproprietari" di tutti i mezzi della proprietà sociale e gestori di tali mezzi in nome e per conto di tutto il popolo lavoratore:
"Si può parlare di socializzazione solo quando sia assicurata la soggettività della società, cioè quando ognuno, in base al proprio lavoro, abbia il pieno titolo di considerarsi al tempo stesso il 'com-proprietario' (2) del grande banco di lavoro, al quale s'impegna insieme con tutti (3)".
San Giovanni Paolo II dimostrava di apprezzare anche il sistema delle "comunità d'interessi autogestite" introdotte in Jugoslavia con la Costituzione del 1974 quando dice che "una via verso tale traguardo potrebbe essere quella di associare, per quanto è possibile, il lavoro alla proprietà del capitale e di dar vita a una ricca gamma di corpi intermedi a finalità economiche, sociali, culturali: corpi che godano di una effettiva autonomia nei confronti dei pubblici poteri". I "corpi intermedi" collegati alle "organizzazioni del lavoro associato" "con finalità economiche, sociali, culturali" sono infatti precisamente le "comunità d'interessi autogestite".
L'influenza del pensiero autogestionario di Kardelj su San Giovanni Paolo II in questo documento del 1981 è legato in gran parte al fatto che proprio nel 1981 era avvenuto un colpo di Stato in Polonia proprio per bloccare la nuova legge sull'autogestione appena varata dal governo polacco per venire incontro alle rivendicazioni del sindacato cattolico Solidarnosc. L'intervento risoluto di San Giovanni Paolo II nel 1984 obbligò il governo polacco a rendere esecutiva la nuova legge sull'autogestione sospesa in seguito al colpo di Stato del 1981.
Note
(1) Enciclica Laborem exercens, III, 14.
(2) Giovanni Paolo II nel suo linguaggio rendeva la tesi kardeljana di distinzione di "proprietà sociale" e "proprietà statale" utilizzando un linguaggio ripreso dal Manifesto del Partito Cooperativista Sinarchico (l'azienda di proprietà sociale vede nei suoi lavoratori il "com-proprietario", ecc.). Quel "com" va inteso alla latina nel senso di "insieme", cioè di una compartecipazione al possesso reale dei mezzi di produzione. Sostanzialmente l'impresa autogestita diviene "proprietà di gruppo" del collettivo di lavoro, che produce ricchezza a beneficio del bene comune di tutto il popolo. Questo modo di vedere influenzerà la Legge jugoslava sull'autogestione del 1989, sperimentata solo per un paio d'anni. Sul piano pratico cambiava poco. Probabilmente Giovanni Paolo II, come i Cooperativisti Sinarchici, intendeva dare all'autogestione un'interpretazione più comunitarista e meno marxista. Non si può tuttavia dire con certezza se San Giovanni Paolo II abbia letto il Manifesto del Partito Cooperativista Sinarchico, nell'agosto 1942 trasformatosi in Partito Comunista Cristiano, o se sia arrivato a queste conclusione seguendo la stessa linea di ragionamento.
(3) Enciclica Laborem exercens, III, 14.

mercoledì 6 aprile 2022

CARATTERE DEMAGOGICO DELLA SOCIALIZZAZIONE FASCISTA


I Consigli di Gestione istituiti de iure dal Decreto Legislativo RSI del 12/2/1944 erano uno scopiazzamento dei Soviet di Gestione Aziendale introdotti da Lenin in Russia nel 1918. Questi Soviet di Gestione Aziendale erano costituiti per il 50% da rappresentanti dei lavoratori.

Come abbiamo visto, nel 1918 in Russia vi erano dunque i Soviet di Gestione aziendali nelle aziende pubbliche ed il Controllo Operaio nelle aziende private. Bombacci e Mussolini non si sono dunque inventati nulla.
Va detto che i Soviet di Gestione Aziendale in Russia sono durati solo pochi mesi per l'opposizione di Trotskj, che riteneva gli operai incapaci di autogestirsi. A tal proposito, Mussolini disse di Lenin, che prima ha dato le aziende agli operai, poi le ha consegnate ai dittatori, cioè ai Direttori nominati dal Partito.
In realtà, Lenin ha messo i "dittatori" solo per il tempo del comunismo di guerra, poi, su suggerimento di Trotskj, ha privatizzato le aziende. In ogni caso, la socializzazione fascista non era fatta bene per questi motivi:
  1. nelle aziende private il Presidente del Consiglio di Gestione era obbligatoriamente scelto tra i rappresenti di parte padronale;
  2. i rappresentanti dei lavoratori nel Consiglio di Gestione dovevano obbligatoriamente essere tesserati al Partito Fascista Repubblicano;
  3. nei Consigli di Gestione delle aziende pubbliche dovevano obbligatoriamente essere presenti uno o più rappresentanti del Ministero dell'economia, proprio come nei Soviet di Gestione Aziendale russi del 1918.
Tutte queste misure rendevano i Consigli di Gestione fascisti meri strumenti della burocrazia politica del Partito Fascista Repubblicano per il controllo dell'economia.
Insomma, non hanno nulla a che fare con il vero socialismo dell'autogestione. 

giovedì 1 luglio 2021

Cosa resta del comunismo in Cina?

IL PARTITO DI MAO HA 100 ANNI

I capitalisti, un tempo malvisti, oggi vengono accolti a braccia aperte dal Partito Comunista Cinese, purché rispettino determinate condizioni e giurino fedeltà a un’organizzazione ormai formata più da funzionari che da operai.



Il Partito comunista cinese (Pcc), al traguardo dei suoi 100 anni, è diventato capitalista? A quarant’anni dalle riforme di liberalizzazione economica avviate da Deng Xiaoping, oltre 800 milioni di persone sono uscite dalla povertà e lo Stato-partito guida ormai la seconda economia mondiale – o la prima, a parità di potere d’acquisto – con il 18% del prodotto interno lordo (Pil) globale. L’introduzione dell’economia di mercato e l’accelerazione della crescita sono andate di pari passo con un aumento esponenziale delle disuguaglianze: il coefficiente di Gini, che ne misura il livello, è cresciuto di quindici punti tra il 1990 e il 2015.

Queste trasformazioni hanno favorito l’ascesa del settore privato, ma lo Stato mantiene un controllo diretto su gran parte dell’economia, con il settore pubblico che rappresenta circa il 30%, rendendo la Cina un classico esempio di capitalismo di Stato. Inoltre, il Pcc è riuscito in gran parte a cooptare le élite emerse da questa economia liberalizzata. Anche se l’ideologia comunista non gioca più un ruolo nel reclutamento, la struttura organizzativa leninista resta al centro del rapporto tra Stato e capitale.

Il Partito, i cui ranghi continuano a crescere fino a raggiungere circa 92 milioni di iscritti (pari al 6,6% della popolazione) , si è gradualmente trasformato in un partito di «colletti bianchi». All’inizio degli anni 2000, l’allora presidente Jiang Zemin aveva eliminato il divieto di reclutare imprenditori del settore privato, fino ad allora considerati nemici di classe, così che il Pcc non rappresentasse più solo le classi «rivoluzionarie» – operai, contadini e militari – ma si aprisse alle «forze produttive avanzate» del Paese. Gli imprenditori selezionati sono diventati membri dell’élite politica, garantendo alle aziende, almeno in parte, una protezione dai dirigenti con tendenze predatorie.

Il loro reclutamento ha subito un’accelerazione sotto la presidenza di Xi Jinping (dal 2013), con l’obiettivo di creare «un gruppo di individui del mondo degli affari determinati a camminare al fianco del Partito ».

Il risultato è che il Pcc è diventato rapidamente sempre più elitario. Già nel 2010, «professionisti e manager laureati» avevano raggiunto in numero contadini e operai. Dieci anni dopo li avevano superati, rappresentando il 50% degli iscritti, contro meno del 35% di operai e contadini .

Se «l’impegno per il comunismo» era una delle principali ragioni di adesione al Partito nell’epoca maoista (1949-1976), oggi le motivazioni sono più pragmatiche: soprattutto favorire la propria carriera professionale. Attraverso la formazione interna offerta, si nota come il Partito si presenti come una struttura manageriale ispirata al neoliberismo, orientata a una gestione efficiente della popolazione e dell’economia .

Tuttavia, la minore enfasi sull’ideologia comunista non mette in discussione il principio di lealtà richiesto ai membri, che devono dimostrare uno «spirito di partito», simile allo spirito d’impresa, mirato al successo.


martedì 8 giugno 2021

Katyn, una bugia diventata storia

Perché alcuni politici russi continuano a pentirsi di tutto ciò che i nostri padri non fecero

di Jurij Krinitsky, candidato di scienze militari, professore, e Filip Sorokin, Numero 21 (884) dell’8 giugno 2021,

Il 25 agosto 1993, il presidente russo Boris Eltsin, con le parole: “Perdonaci”, depose una corona di fiori al monumento alle vittime di Katyn a Varsavia. Successivamente, i governi di Russia e Polonia decisero di costruire memoriali a Katyn e Medny. Sembrerebbe che venisse fatto un passo per avvicinarsi… Ma nel corso degli anni, le inesattezze e falsificazioni nella versione “ufficiale” (Goebbels-Polacca-Gorbaciov-Eltsin) dell’esecuzione dei polacchi sono sempre più evidenti . Soprattutto se entrambi gli argomenti, Katyn e Mednij sono considerati nel complesso. Ci sono due sepolture sul territorio russo, la cui storia è deliberatamente confusa e utilizzata ai fini della guerra dell’informazione. Uno è nella regione di Smolensk (foresta di Katyn, tratto di Kozi Gorij), il secondo è nella regione di Tver (ex-Kalinin), vicino al villaggio di Mednij. Qui, nei primi anni ’40 del XX secolo, furono fucilati e sepolti prigionieri di guerra polacchi. Ma ci sono due opinioni fondamentalmente diverse sul numero di persone uccise, data ed autori del crimine. Secondo la versione del ministro della propaganda del Reich Joseph Goebbels, versione dell’attuale leadership polacca e dell’élite liberale della Russia moderna, i polacchi furono giustiziati da agenti dell’NKVD un anno prima dell’inizio della seconda guerra mondiale. Secondo la versione sovietica, i prigionieri non ebbero il tempo di evacuare durante la ritirata dell’Armata Rossa. Finirono nel territorio occupato dalle truppe tedesche e nell’autunno del 1941 furono fucilati dai nazisti. Nell’articolo pubblicato “The Katyn split”, gli autori analizzarono gli argomenti utilizzati dagli scienziati sostenitori di ciascuna versione. E conclusero che i fatti presi in considerazione nell’insieme non sono esaustivi per una presentazione univoca del quadro del crimine.

Trova, ricorda, dimostra
Quali fonti avevano gli esperti del Novecento e quali sono gli storici contemporanei che studiano il segreto di Katyn e Mednij? La prima fonte sono i materiali dei processi di Norimberga. Mostrano l’atteggiamento dei Paesi vincitori nei confronti della tragedia di Katyn subito dopo la guerra. La seconda, le conclusioni delle commissioni tedesche e sovietiche che lavorarono nei luoghi di sepoltura. La terza, i documenti declassificati: i protocolli del Politburo, lettere da Berija a Stalin, Shelepin a Krusciov, ordini dell’NKVD che indicano una certa cronologia e partecipanti agli eventi. “Oggi Katyn è un’arma di propaganda della dirigenza polacca nella lotta per i dividendi politici. Usa metodi diversi, tra cui falsificazione, menzogne, doppi standard” La quarta: documenti dagli archivi dell’NKVD – KGB sui campi sovietici che avevano ufficiali che si opposero all’Armata Rossa al momento dell’ingresso nel territorio della Polonia. La quinta sono i testimoni. I residenti delle regioni di Smolensk e Kalinin (Tver), le guardie del campo, le scorte indicarono le date delle esecuzioni, i luoghi di sepoltura, gli autori e altri dati importanti. Ci sono testimonianze di ex-prigionieri dei campi sopravvissuti all’esecuzione. La sesta è la prova materiale e i risultati dell’esumazione dei defunti a Katyn e Mednij. Nei luoghi di sepoltura furono rinvenuti cartucce, proiettili, effetti personali, uniformi, frammenti di giornali e lettere. Tutto questo poco a poco aiuta a formare un’immagine degli eventi. La settima,- articoli, libri, film. Dmitrij Volkogonov, Jurij Mukhin, Viktor Iljukhin, Andrej Karaulov, Vladislav Shved, Anatolij Wasserman, Sergej Strygin, Aleksandr Shirokorad, Elena Prudnikova, Vladimir Abarinov, Viktor Baranets, Boris Kovalev, Nikolaj Starikov e altri. Da autori stranieri, Grover Furr, Lech Kaczynski, Jozef Mackiewicz, Ferdinand Goetl, Romuald Sviatek, Andrzej Wajda, Inessa Jazborowska. Tutte le fonti contengono, anche se contraddittorie, utili informazioni che vanno attentamente analizzate quando si studiano i casi Katyn e Mednij.



Tra fatti e falsi

Il corso delle indagini sulla tragedia di Katyn è interessante. Nel marzo 1942, gli abitanti del villaggio Kozi Gorij (regione di Smolensk), impegnati in lavori di costruzione, scoprirono sepolture di persone, che riferirono ai tedeschi. Gli invasori non mostrarono alcun interesse fin quando l’Armata Rossa non lanciò un’offensiva su tutti i fronti. Ai fini della propaganda antisovietica, fu creata una commissione, in cui i fascisti inclusero 12 scienziati provenienti da Paesi europei. Il loro verdetto fu inequivocabile: 10 mila ufficiali polacchi furono fucilati dall’NKVD nella primavera 1940. Per ordine di Goebbels, furono trovati testimoni dell’esecuzione, che diedero le prove necessarie. Le informazioni sul massacro commesso nella regione di Smolensk furono annunciate il 13 aprile 1943. La radio tedesca riferì sui luoghi dove furono sepolti i polacchi, trovati dai nazisti. La regione di Smolensk fu liberata nel settembre 1943. Per decisione della leadership dell’URSS, fu creata una commissione speciale, guidata dall’accademico Nikolai Burdenko. E il 26 gennaio 1944, il quotidiano Pravda pubblicò la conclusione ufficiale: i nazisti erano responsabili della morte dei militari polacchi. Da quel momento, furono fatti più volte tentativi per tracciare una linea nella storia dell’esecuzione dei polacchi. Subito dopo la guerra si svolse a Norimberga il processo ai capi fascisti. La decisione del tribunale sulla questione Katyn è la seguente: “Nel settembre 1941, nella foresta di Katyn vicino Smolensk, i nazisti compierono stragi di prigionieri di guerra polacchi”. Durante la Guerra Fredda e il confronto dei due sistemi politici, il tema Katyn fu ripetutamente sollevato. Fu respinta dal Comitato centrale del PCUS e del Ministero degli Esteri dell’Unione Sovietica. Ma coll’avvicinarsi del crollo dell’URSS, la contropropaganda divenne sempre più lenta. I problemi interni del Paese sembravano più importanti di quanto accaduto nelle montagne delle capre mezzo secolo prima. Inaspettatamente, il 13 aprile 1990, su iniziativa di Mikhail Gorbaciov, in occasione della visita ufficiale di Wojciech Jaruzelski in URSS, si tenne la dichiarazione TASS sulla tragedia di Katyn, dove l’esecuzione di ufficiali polacchi fu definita crimine degli organi di sicurezza dello Stato sovietici.
Il 24 settembre 1992, negli archivi del Presidente della Federazione Russa fu scoperta la “Cartella speciale n. 1”. I documenti si rivelarono “così importanti” che, per ordine di Eltsin, furono consegnati al presidente polacco Lech Walesa. Il 25 agosto 1993, durante una visita in Polonia, Eltsin chiese perdono e depose una corona al monumento alle vittime di Katyn a Varsavia. Successivamente, i governi di Russia e Polonia decisero di costruire memoriali a Katyn e Mednij. Ma presto gli scienziati smentirono la colpevolezza dell’NKVD. Ci sono rapporti secondo cui alcuni presunti documenti declassificati, tra cui la “Cartella speciale n. 1”, sono dei falsi. I ricercatori identificarono oltre 57 segni di fraudolenza. Nella “cartella speciale n. 1” sono presenti moduli, timbri e sigilli contraffatti. Le firme dei funzionari sono assenti o non corrispondono agli standard nel confronto con altri documenti. C’è un riferimento alle Risoluzioni del Comitato Centrale del PCUS e alla stampa del Comitato Centrale del PCUS in un momento in cui l’organo supremo del partito era ancora chiamato Comitato Centrale del PCUS(b). Con una decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) del 18 giugno 2012, alcuni documenti presentati come prova della colpevolezza della Russia nel caso Katyn risultavano falsi.

Domande e punti
Negli anni, inesattezze e falsificazioni nella versione “ufficiale” di Katyn diventavano sempre più evidenti. Soprattutto se gli argomenti vengono considerati insieme. Questo è esattamente ciò che fece il ricercatore nordamericano Grover Ferr, chiaramente non interessato ad alcuna manipolazione dei fatti storici e al pregiudizio delle conclusioni a favore della Russia. Nel 2015 scrisse il libro “The Katyn Shooting” e nel 2019 “The Mystery of the Katyn Shooting”. In essi, l’autore dimostra la correttezza della versione sovietica degli eventi di Katyn e Mednij. Scrive: “E’ sempre più evidente che il regime stalinista non lo fece”. Tra i nuovi fatti che smentiscono la menzogna storica, fa riferimento alle mostrine trovate nel complesso commemorativo di Mednij che indicano la sepoltura dei polacchi, le cui ceneri infatti (e questo fu già dimostrato) riposano in un altro luogo. Furono uccisi dai nazisti nel 1944, non dall’NKVD nel 1940! Quante mostrine false c’erano nel luogo di sepoltura vicino Tver? Non è noto. Nell’agosto 2015 si svolse a Tver’ la presentazione del film documentario “I miti di Mednij”, mettendo in dubbio il fatto che i polacchi si trovssero nelle tombe vicino Mednij. Dopotutto, fu qui che furono sepolti i soldati dell’Armata Rossa che morirono negli ospedali militari vicini. Esistono già dati su 400 di questi soldati dell’Armata Rossa. In generale, le sepolture non furono studiate in modo dettagliato. A Katyn, secondo i media tedeschi, sono sepolte le ceneri di 11mila polacchi. Ma solo 1803 corpi furono riesumati e ne furono identificati solo 22. A Mednij, secondo la versione ufficiale polacca, sono sepolte 6300 persone. Esumate 243. Identificate 16. E l’idea stessa di un ulteriore studio dei resti dei sepolti vicino Mednij è categoricamente respinta dai polacchi. È possibile, sulla base di tali dati, prendere una decisione definitiva e considerare concluso lo studio? La risposta è negativa.

Sull’onda della russofobia
La polemica su Katyn continua. La tensione cambia a seconda della situazione politica. Negli anni in cui URSS e Polonia erano nel campo socialista e nello stesso blocco militare, le discussioni sulla sparatoria di Kozi Gorij non assunsero carattere antagonistico. Ma già all’inizio degli anni ’80, gli eventi di Katyn, insieme agli eventi del 1939 (la spartizione della Polonia tra Germania e URSS), occuparono un posto importante nella lotta ideologica. Presto Katyn si trasformò in un’idea nazionalista polacca, sull’onda della quale alcuni movimenti bramavano il potere. E oggi la leggenda di Katyn è un’arma di propaganda nella lotta per i dividendi politici e vengono utilizzati tutti i metodi disponibili, comprese falsificazioni, bugie, doppi standard. Il desiderio della dirigenza russa di migliorare i rapporti coll’occidente avrebbe motivato tale contrattazione: ci pentiamo di un crimine vago, e non nostro, ma di Stalin, mentre occidente e la Polonia smettono di fomentare tale argomento. Questo calcolo, se esistette, fallì. Il tema di Katyn non solo non è svanito, ma guadagnò slancio. E i russi, che una volta cedettero alle pressioni, sono accusati di altri peccati, ad esempio dell’incidente dell’aereo del presidente della Polonia nella regione di Smolensk il 10 aprile 2010. La posizione di Varsavia nel conflitto di Katyn fu apertamente espressa da Andrzej Nowak, professore all’Università Jagellonica di Cracovia: ““Se la direzione storica della politica polacca non risolve il problema Katyn, non ottiene il riconoscimento come simbolo di uno dei due più grandi crimini del 20° secolo, il crimine del comunismo, non solo non onoreremo la memoria delle persone uccise in Oriente, ma perderemo l’occasione di ottenere un posto degno e stabile per la Polonia in Europa”. Il pentimento della Russia non è fine a se stesso per l’élite polacca. La tragedia di Katyn è diventata parte importante della propaganda e del sistema ideologico nazionale. Celebrazioni del lutto si svolgono a livello statale, i polacchi rinominano piazze e strade, perpetuando le vittime e gli eroi di Katyn. Sulla scia della russofobia si cancella la memoria delle vittime del fascismo. I monumenti di gratitudine ai soldati sovietici caduti e i busti dei comandanti che liberarono il Paese vengono demoliti. In tale contesto, certi politici russi sono pronti a continuare a pentirsi per tutto ciò che i nostri padri fecero e non fecero. Ma la nostra società ripensa la storia. Oggi la Russia non si pente. Ed accusa. C’è uno stand all’ingresso del memoriale di Katyn dedicato a migliaia di soldati dell’Armata Rossa che furono torturati durante la prigionia polacca. È vero, finora non parlavamo della guerra sovietico-polacca del 1919. Ma i contrasti infuocati sono all’inizio!
Prima o poi, tutti i documenti, i fatti e le prove sul caso Katyn verranno studiati. La verità prevarrà. Tuttavia, il processo di normalizzazione delle relazioni tra Russia e Polonia dovrebbe procedere prima della ricerca storica. Come aveva detto Wojciech Jaruzelski: “Sì, c’è una pagina del genere nella nostra storia. C’è stata una tragedia comune, ma poi c’è stata la lotta comune e la vittoria comune”.

sabato 6 marzo 2021

Gorbaciov è colpevole della catastrofe sociale non solo nel nostro Paese, ma nel mondo



Jurij Afonin, KPRF – Histoire et Societé


Oggi, giorno del 9° compleanno di Gorbaciov, gli alti funzionari del governo borghese russo si congratulano con lui. I mass media liberali sono pieni di elogi al “padre della nostra libertà” e versano lacrime commosse. I media russi semi-ufficiali sono un più sobri e sottolineano alcune conseguenze “ambigue” delle azioni dell’eroe, come la distruzione dell’URSS ma, ovviamente, concordano sul fatto che non c’era alternativa alla “perestrojka” di Gorbaciov. Presumibilmente nel 1985, “il sistema sovietico aveva perso utilità”, “l’economia stagnava”, ecc. e bisognava fare qualcosa con urgenza. Tali favole sul “non c’era alternativa” sono la linea di difesa di Gorbaciov. Guardando tale marea di bugie sfacciate, non si può rimanere in silenzio. Cominciamo coi problemi economici che noi marxisti dovremmo considerare essenziali.

In Unione Sovietica, in linea di principio, non calcolavamo il PIL. Oggi ci sono economisti, che andrebbero piuttosto qualificati propagandisti, che estrapolano certe cifre. Ma questo è simile alla speculazione, perché sotto il sistema statistico sovietico tutti i dati iniziali del calcolo del PIL semplicemente non venivano raccolti. Inoltre, va ricordato che il “prodotto interno lordo” come indicatore statistico non fu inventato per caso dall’economia occidentale. In effetti, valutare l’economia in base al PIL, valore di mercato totale dei beni e servizi prodotti, offre chiari vantaggi a un’economia capitalista più monetaria dell’economia socialista, in cui un’ampia gamma di servizi sociali è gratuita. Pertanto, per comprendere la reale dimensione dell’economia dell’URSS e confrontarla con le economie dei principali Paesi capitalisti, occorre prestare attenzione a un indicatore importante come produzione e consumo di elettricità. L’elettricità è utilizzata in tutti i settori dell’economia nazionale, così come nella vita quotidiana, quindi crescita o calo dei suoi consumi è buon criterio per gli economisti per valutare le dinamiche economiche del Paese. Dal 1980 al 1985, la produzione di elettricità in URSS crebbe in media del 3,6% all’anno, mentre negli Stati Uniti solo dell’1,55%. Nel 1980, il tasso di produzione sovietico era il 53% del livello nordamericano e nel 1985 era già il 59%. Immaginate che dopo il 1985, non inizia l’era Gorbaciov-Eltsin ed entrambi i Paesi continuano sullo stesso percorso dei cinque anni precedenti. Il calcolo mostra che nel 2012 l’Unione Sovietica sarebbe stata avanti agli Stati Uniti per produzione di elettricità e, quindi, molto probabilmente, per volume dell’economia. In altre parole, saremmo stati la maggiore economia del pianeta da 8 anni! Ma la Federazione Russa è solo sesta per volume economico e, a giudicare dal ritmo di sviluppo, nel prossimo futuro sarà al 7.mo posto dopo l’Indonesia.

Gli anti-sovietici in risposta di solito dicono che, sì, molta energia era prodotta in URSS, così come “stagno” e “alluminio”, ma a cosa serve? La gente voleva beni di consumo. Ma in realtà, la crescita della produzione di beni di consumo fu molto rapida fino al 1985. Dal 1980 al 1985 in URSS la produzione, ad esempio, di televisori aumentò del 24%, di registratori del 53%, lavatrici 32%, aspirapolvere 26%, carta da parati 40%. Ora quasi tutto questo viene importato. Mentre all’epoca la produzione interna cresceva così rapidamente che avrebbe inevitabilmente saturato il mercato interno di tutti i beni necessari in breve tempo. In generale, se guardiamo oggettivamente alle statistiche economiche, è evidente che le attività di Gorbaciov, Eltsin e Co. ci esclusero dalla crescita che gradualmente portava il nostro Paese a prima economia mondiale. Inoltre, alcune riforme costruttive avrebbero potuto anche accelerare lo sviluppo dell’economia sovietica. Va ricordato che l’economia della Cina socialista, dove Gorbaciov ed Eltsin non presero il potere, è aumentata di 21 volte dal 1985 al 2020! Cos’altro ci diranno oggi per giustificare Gorbaciov? La “perestrojka” era necessaria perché l’URSS sarebbe stata sconfitta nella Guerra Fredda? Ancora una sciocchezza. Sì, negli anni ’80, sotto Reagan e Thatcher, l’imperialismo occidentale si impegnò in politiche estremamente aggressive. Ma non ottenne risultati seri. In Nicaragua, la rivoluzione socialista sandinista combatteva e vinse. Una nuova ondata rivoluzionaria attraversò l’America Latina. A Granada, i nordamericani dovettero schiacciare la rivoluzione con un’aggressione diretta, che ebbe effetto molto negativo sulla loro immagine già degradata. C’erano sempre più Paesi socialisti nel pianeta. Anche negli anni ’80, gli angolani, insieme agli internazionalisti cubani, inflissero una grave sconfitta al Sud Africa. Ciò innescò la crisi del regime razzista sudafricano che, tra l’altro, aveva un ruolo enorme nell’approvvigionamento l’occidente delle più importanti materie prime strategiche. E non dimentichiamo che nel 1987 gli Stati Uniti furono scossi dalla peggiore crisi del mercato azionario, quando il Dow Jones Industrial Average subì il peggiore declino della storia. Le crisi nell’economia occidentale erano allora molto più gravi che nell’economia sovietica.

Forse oggi gli “avvocati” di Gorbaciov ci parleranno del programma nordamericano “Star Wars”, dicendo che l’URSS non aveva risposta alla SDI [Iniziativa di difesa strategica]. Dovette quindi disarmarsi e arrendersi. Si trova di altra menzogna. Tale SDI era, in breve, un enorme bluff con immagini di computer. In effetti, negli anni ’80, l’Unione Sovietica superava gli Stati Uniti di cinque volte il numero di lanci annuali di vettori spaziali. Il costo del lancio in orbita di un chilogrammo di carico con “Soyuz” e “Proton” sovietici era 5-10 volte inferiore a quello del principale vettore nordamericano dell’epoca, il tanto decantato “space shuttle” (il calcolo fu effettuato quando negli anni ’90 i missili sovietici entrarono nel mercato mondiale). L’URSS dominava lo spazio, come la Gran Bretagna sui mari nel XIX secolo. Per gli Stati Uniti, iniziare la corsa agli armamenti spaziali era come se un ragazzino volesse intimidire il campione dei pesi massimi. Con vantaggio decisivo sui mezzi di orbita, l’Unione Sovietica poteva facilmente schiacciare gli Stati Uniti nello sviluppo dei sistemi d’arma spaziali, se questa corsa fosse iniziata. In breve, rinunciammo a un terreno dove avremmo vinto.
Voi, difensori di Gorbaciov, riflettete oggi piuttosto sul titolo di “miglior tedesco dell’anno”, che ricevtte in Germania nel 1990. Per me, è l’equivalente di collaborazionista. Cosa fece per guadagnarsi il titolo? Fece un accordo, semplicemente fantastico come tradimento degli interessi nazionali, sul ritiro delle truppe sovietiche dalla Germania. Con proprietà abbandonate da 28 miliardi di dollari. Con la rinuncia al risarcimento che, secondo testimoni oculari, gli fu offerta dal cancelliere tedesco Kohl nelle trattative. Abbandonando l’esercito, appunto, in aperta campagna. Come si spiega questo? Sembra che solo l’egoismo nel preservare a tutti i costi il suo status di “amico dell’occidente” dopo l’inevitabile crollo della sua carriera politica. Le gigantesche conseguenze distruttive delle azioni di Gorbaciov per il nostro paese sono evidenti al popolo. Ma molto meno si pensa a cosa significò la perestrojka per il resto del mondo. Tuttavia, le conseguenze negative della distruzione dell’URSS e del campo socialista per il pianeta si sono rivelate colossali. Per decenni l’URSS, con la mera esistenza, aiutò decine di Paesi a liberarsi dalla dipendenza coloniale e semicoloniale. Costrinse i capitalisti a condividere coi lavoratori una quota maggiore del reddito nazionale, ad introdurre sempre più garanzie sociali. Con la distruzione dell’Unione Sovietica, questi processi s’invertirono. Per capire l’entità del tradimento delle forze progressiste del pianeta da parte dei Gorbachev, basta guardare come Fidel Castro guardava Gorbaciov, in una fotografia del 1989. Fidel capì tutto.

Con la scomparsa dell’URSS, uno dei oli del potere nel mondo, il polo della giustizia sociale, scomparve. L’imperialismo occidentale iniziò a scatenarsi impunemente da un massacro all’altro, portando la guerra anche in Europa, dove non ce n’erano da oltre 40 anni. Milioni di persone vi morirono. Nel mondo, anche nei Paesi occidentali più ricchi, le disuguaglianze sociali ripresero ad aumentare e le garanzie sociali a ridursi. Con quale risultato? Oggi, solo poche decine di super miliardari che possono riunirsi in una stanza hanno più ricchezza della metà dell’umanità. Circa 40 persone sono più ricche di 4 miliardi! Con la distruzione dell’URSS, il progresso scientifico e tecnologico è chiaramente rallentato. Se negli anni ’80 i principali Paesi del mondo aumentavano rapidamente il numero di robot industriali, allora c’era la stagnazione. Il lavoro a buon mercato di centinaia di milioni di proletari del Terzo Mondo si rivelò più redditizio per i capitalisti di qualsiasi robot. In effetti, il pianeta si allontanò dalla via del progresso seguita per decenni. Presi insieme, tali processi sono una catastrofe sociale globale. In sintesi, possiamo dire che l’attuale mondo mostruosamente ingiusto, dove lo scorso anno, secondo le Nazioni Unite, 8 milioni di persone morirono di fame, 4 volte più che di COVID-19, è il risultato delle azioni di Gorbaciov e del suo team di saccheggiatori dell’Unione Sovietica. Sì, noi marxisti non riduciamo gli eventi storici alle azioni degli individui. Vediamo processi sociali su larga scala dietro ogni evento. Ma questo non esonera da responsabilità di chi è a capo dei processi distruttivi. È difficile immaginare come una persona possa vivere con tale mostruoso senso di colpa verso il suo Paese e l’umanità. E così a lungo. Forse la risposta a tale mistero della natura può essere suggerita da una frase dal magnifico adattamento cinematografico sovietico di Sherlock Holmes: “Milverton, come ogni mascalzone finito, ha dormito perfettamente”. Nel giorno del suo novantesimo compleanno, si potrebbe desiderare che Gorbaciov viva abbastanza da assistere al proprio processo. Ma forse non è necessario. Il popolo russo ne giudicò l’operato nel 1996, quando decise di candidarsi alla presidenza e ricevette un misero mezzo punto percentuale. La storia ha già emesso il verdetto.

lunedì 6 maggio 2019

LA LEGGE SULL'AUTOGESTIONE OPERAIA IN U.R.S.S. (30/6/1987)


La legge sull'autogestione operaia sovietica voluta da Michail Gorbaciov, approvata dal Soviet Supremo dell'URSS il 30/6/1987, entrata in vigore il 1/1/1988. 
Il 1/1/1989 tutte le fabbriche sovietiche, prima gestite secondo il principio del Capitalismo di Stato, erano ormai passate all'autogestione. 
Gorbaciov è stato spinto a questa riforma dall'osservazione dell'esperienza del sindacato cattolico polacco Solidarnosc, che, sia pure dopo un'impari lotta con il regime polacco, ottenne in Polonia l'applicazione di un'analoga legge sull'autogestione, grazie anche al decisivo intervento in tal senso della Conferenza Episcopale Polacca e di San Giovanni Paolo II.
Segnalo l'art. 1 della legge, dove leggiamo che la legge sull'autogestione ha lo scopo "di soddisfare nella misura in cui e' possibile i bisogni materiali, culturali e SPIRITUALI degli individui". Mentre il Corporativismo di Stato fascista ed il Capitalismo di Stato stalinista opprimevano la liberta' umana con l'imposizione da parte della burocrazia politica del Partito-Stato di una ideologia politica di Stato, che oscurava la liberta' umana perche' proveniva dai padroni delle stesse vite dei cittadini, l'autogestione libera l'uomo sia sul piano materiale che SPIRITUALE e CULTURALE, come giustamente fa notare il legislatore in questa legge, che e' evidentemente rivolta ad un popolo di grande religiosita' come quello russo. Del resto, all'ultimo congresso del PCUS, Gorbaciov ribadi' che la "rinascita spirituale e' essenziale come l'ossigeno alla societa'".
La presenza, probabilmente non del tutto consapevole, di elementi della cultura Cristiana alla base dell'antropologia gorbacioviana, e' rilevabile nei continui riferimenti di Gorbaciov alla PERSONA e alla FAMIGLIA NATURALE, contenuti nel suo libro intitolato Perestrojca ed in altre sue opere. Tale visione antropologica di tipo cristiano lo rese inviso alla nomenklatura stalinista, che organizzo' il colpo di Stato del 1991.

sabato 4 maggio 2019

I CONSIGLI DI GESTIONE



L'Italia esce dalla guerra in condizioni economiche disastrose: un terzo del patrimonio nazionale era stato distrutto, danni ingenti alle abitazioni, ai servizi civili, alle opere pubbliche, ai mezzi di comunicazione e alla rete dei trasporti. Gli insediamenti industriali, pur limitatamente danneggiati, soffrivano dalla mancanza di materie prime e dalla necessità di riconvertire gli impianti dalla produzione bellica a quella civile.
Inoltre i rapporti sociali erano stati sconvolti dalla guerra e dalla lotta di Liberazione. La classe operaia aveva preso coscienza della propria forza politica, del ruolo svolto nella lotta contro il fascismo durante la Resistenza.
Con la fine della Resistenza l'unità delle forze antifasciste tenta di proseguire la sua strada con la nascita dei Consigli di Gestione nelle fabbriche e la partecipazione comune dei rappresentanti delle varie tendenze politiche e di quelli dell'azienda.
Con il decreto del Clnai del 17 aprile 1945, emanato a Milano, viene abrogata la regolamentazione sociale fascista e può essere considerato l'atto formale di nascita dei consigli di gestione. Abrogando la legislazione della Repubblica Sociale italiana in materia di socializzazione delle imprese, sanciva nel medesimo tempo il principio della partecipazione alla gestione delle aziende da parte di tutte le sue componenti attraverso nuovi e democratici consigli di gestione.
Il decreto prevedeva che i comitati di liberazione, in attesa dell'elezione dei nuovi organismi, assumessero la rappresentanza delle maestranze e la gestione delle aziende.
La partecipazione operaia alla gestione dell'azienda trova la sua motivazione nel contributo che i lavoratori avevano dato alla lotta di liberazione, attraverso opere di sabotaggio, scioperi non solo di carattere economico-rivendicativo, ma anche politico a difesa delle industrie e della manodopera minacciata di trasferimento in Germania. Nei giorni dell'insurrezione la classe operaia aveva occupato e salvaguardato le fabbriche da eventuali distruzione, preservando non solo il patrimonio industriale ma garantendo una rapida ripresa del lavoro a liberazione avvenuta.
Non solo il prezzo pagato dai lavoratori durante la Resistenza doveva essere riconosciuto, ma la lotta contro il nazifascismo aveva creato, secondo Di Vittorio, un nuovo spirito tra i lavoratori, perché, la difesa dei luoghi di lavoro, aveva cancellato negli operai quel senso di estraneità alla fabbrica, considerato fino a quel momento simbolo dello sfruttamento padronale (84).
Le trattative per la costituzione del Consiglio di gestione alla Riv non sono state facili. Viene presentata domanda al Cln aziendale nel novembre del 1945, senza trovare alcuna opposizione da parte dell'azienda(85).
Anche alla Riv si scontrano subito due linee interpretative sul ruolo dei Consigli: per la Democrazia cristiana essi dovevano mirare alla corresponsabilizzazione , alla gestione dell'azienda e alla partecipazione degli utili attraverso l'azionariato operaio, quindi dovevano avere un compito deliberativo; i socialcomunisti escludevano che i consigli potessero mirare alla collaborazione di classe, attruibuendogli un compito di controllo della produzione, vedendo nel Consiglio uno strumento di lotta di classe, con carattere puramente consultivo.
Divisioni politiche di non poco conto nelle quali si inseriva la volontà dell'azienda di procedere alla ricostruzione in collaborazione con le forze operaie, per aumentare il potenziale produttivo e il profitto, ma senza perdere il controllo del potere aziendale. Posizione alternativa non solo a quella socialcomunista ma anche a quella moderata della Democrazia cristiana.
Viene nominata una Commissione di studio che elabora un regolamento dei Consigli nel febbraio del 1947, nel quale si sanciva la forma consultiva dell'organismo. Posizione che poteva essere accettata sia dalla sinistra che dalle aziende: i primi non vedevano compromessa la loro purezza ideologica della lotta di classe con forme più o meno subdole di cogestione, i secondi ritenevano di aver le mani liberi per una ricostruzione in nome del profitto capitalistico.
Le elezioni si svolsero il 6, 7 e 9 maggio 1947, con buona affluenza alle urne. Alla Riv di Torino dei sei membri effettivi da eleggere, cinque erano comunista e uno socialista; a Villar Perosa un democratico cristiano , un socialista e un comunista.
A Villar Perosa le elezione avvengono il 7 e 9 maggio con una forte affluenza alle urne: tra gli operai si raggiunge il 93,5% , contro il 65% di votanti per l'elezione della Commissione interna.
Tra gli operai viene eletto Cucchiarati Eristano (comunista), 1322 voti) con supplente Pesce Gino; Giacosa Renato ( socialista), 841 voti) con supplente Data Ferdinando.
Tra gli impiegati viene eletto Carlo Borra ( corrente cristiana, 800 voti), con supplente Colombo Pietro (86).
La direzione generale della Riv convoca il Consiglio per la seduta di insediamento il 17 maggio 1947, con la partecipazione dei nove rappresentati dei lavoratori ed altrettanti designati dall'azienda, scelti tra i dirigenti più autorevoli.
Vengono anche nominati, su proposta dei lavoratori, due segretari: uno per Torino e uno per Villar. Viene designato come segretario di Villar Perosa Carlo Borra.
Gli intenti professati erano, negli enunciati, nobili: il Consiglio aveva "fra i suoi compiti la difesa del lavoro, e dà la possibilità di prendere parte attiva alla vita dell'azienda
concorrendo al suo sviluppo e potenziamento nel comune interesse" (87). Da parte dell'azienda il coinvolgimento dei dipendenti era importante se limitato a presentare proposte di miglioramento strumentale e organizzativo all'attività produttiva. Anzi erano anche previsti dei premi per le proposte ritenute utili.
Il timore che l'azienda intendesse coinvolgere i lavoratori solo come punto di forza in questa fase della ricostruzione e del rilancio della produzione ( e dei profitti) era diffuso. Nel luglio del 1948 i rappresentanti dei lavoratori, nel Consiglio consultivo di gestione, nella loro relazione ribadiscono che i C.d.G. erano sorti nella lotta di Liberazione e avevano come fine la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell'azienda , strumento per introdurre uno spirito nuovo nella vita democratica del Paese, e per realizzare il principio costituzionale che la
Repubblica italiana è una repubblica democratica fondata sul lavoro (88).
In un volantino distribuito a Villar e Torino i rappresentanti dei lavoratori presenti nel Consiglio sottolineano due aspetti dell'operato di tali organi per avvalorarne la loro importanza: il primo era il ripristino degli impianti distrutti dalla guerra, l'introduzione di nuovi macchinari, di impostare nuove produzioni e, in generale, di perfezionamento e potenziamento della produzione; il secondo di aver affrontato i problemi dei lavoratori: le case per le maestranze, integrazione alla pensione per i dipendenti anziani, potenziamento degli impianti sportivi e delle attrezzature delle colonie estive, l'assunzione di altra manodopera e così via (89).
Di fatto scarsi sono stati i compiti effettivamente portati a termine dai Consigli: divergenze politiche, obiettivi contrastanti e sfiducia reciproca tra le parti in causa finiscono per paralizzare il loro operato, che si tramuta in una lenta agonia nel disinteresse quasi generale, in particolar modo da parte delle aziende felici di eliminare sia un pur minimo controlla da parte
operaia nelle officine, esaurito il compito della ricostruzione post bellica (90).
Nonostante questo i lavoratori ritenevano utile i Consigli di gestione. Nel 1950 la Direzione Riv tergiversa nel convocare le elezioni del nuovo Consiglio di gestione. Motivo: il presunto intreccio di competenze che coinvolgevano i Consigli e le Commissioni interne.
I rappresentanti dei lavoratori, colta anche la pretestuosità delle motivazioni aziendali, ricordano che il regolamento prevedeva la rielezioni dei rappresentanti ogni due anni. Per dare maggiore forza alla loro richieste viene indetto un referendum, a Villar e Torino, nel quale si chiedeva ai dipendenti se ritenevano opportuno la rielezione dei rappresentanti dei lavoratori nel Consiglio di gestione . A Villar, su 4109 presenti, votano in 3833, e di questi rispondono affermativamente 3688, con una percentuale favorevole alla sollecita rielezione del 90,21% dei votanti e dell'89,85 dei presenti.
Esito analogo si ha anche nello stabilimento di Torino (91).
A fronte del plebiscito la Riv non può più temporeggiare e, nel luglio del 1950, si vota per il Consiglio di gestione per il biennio 1950-1951, con questi risultati: dipendenti operai 4038, presenti 3698, votanti 3449 (93,40%); dipendenti impiegati 347, presenti 318, votanti 255 (80,20%).
Risultano eletti: Nota Livio, operaio, con 2042 preferenze, Roggia Dante, operaio con 1949 preferenze , e Borra Carlo, impiegato con 200 preferenze; membri supplenti: Belli Giovanni, operaio con 1304 preferenze, Vercelli Mario, con 710 preferenze, e Pronello Michele, con 66 preferenze.
"Il Consiglio di gestione era una cosa che dava molto fastidio al padrona - rammenta Eugenio Morero - perché era formato specialmente da operai specializzati, da ottimi lavoratori, magari con idee differenti da quelle che aveva l'azienda. Tuttavia ponevano in primo piano la fabbrica, il suo sviluppo, la sua potenzialità. Il C.d.G. proponeva di cambiare, di modificare i rapporti di lavoro, di produzione. Questa era una cosa che dava fastidio alla Direzione e a un certo punto sono morti di morte naturale, senza più essere rinnovati" (92).
Livio Notta ribadisce quanto viene affermato, sottolineando che " I Consigli di Gestione sono morti perché il padrone ha acquistato maggior potere. Dava fastidio al padronato: gli operai andavano a ficcare il naso nella produzione, nei bilanci"(93).
I Consigli di gestione vengono svuotati di ogni potere effettivo:" La riunione dei consigli era mensile e in essa Bertolone ci faceva una relazione sull'andamento dell'azienda. Noi avevamo poche
possibilità di comprovare - sottolinea Carlo Borra - se quello che ci diceva era vero o meno e la sua morale era quella che bisognava lavorare di più. Noi non avevamo gli strumenti per contestare con cognizione di causa le sue affermazioni.
I comunisti da parte loro si sono accorti che i Cdg potevano solo avvallare le posizioni padronali. Uno dei motivi che i comunisti hanno mollato i Consigli e che hanno compreso che difficilmente si sarebbe potuto arrivare alla rivoluzione" (94).
Un dato è certo: i Consigli di Gestione hanno dato un contributo fondamentale durante la fase di ricostruzione delle aziende nei primi anni del dopoguerra. Tra il 1946 e il 1947 la produzione italiana aumenta di quasi il 50% rispetto al 1945. E' lo stesso Valletta a riconoscere nel 1947 che "I Consigli di Gestione danno il loro contributo specie nell'ardua contingenza di dover migliorare e intensificare la produzione" e che nel 1948 l'aumento "della produzione unitaria ha concorso un risollevato indice della produttività individuale operaia" (95).
Se questo accadeva alla Fiat, stabilimento nel quale le tensioni sindacali e politiche erano molto forti, a maggior ragione è fondato per la Riv di Villar Perosa, anche perché in quegli anni, in generale, il Pci e la Fiom volevano dimostrare le capacità dirigente della classe operaia, il suo senso di responsabilità. Progetto che si incrina con la sconfitta elettorale dell'aprile 1948 e il nascere della guerra fredda.
Il Consiglio di gestione, man mano che assolve il compito che di fatto ha realmente compiuto ( la riorganizzazione e il rilancio produttivo), si limita a discutere delle colonie e del medico di fabbrica, dell'acquisto rateale del frigorifero e della motocicletta o del finanziamenti al gruppo sportivo. Tutti argomenti che potevano essere oggetto di contrattazione tra Commissione interna e Direzione aziendale.
In sostanza il Consiglio contribuisce al rilancio produttivo, con forme anche di esasperato produttivismo, ma nel contempo conduce a forme di subalternità operaia, portando dentro la sua stessa prospettiva, al di là dei nobili obiettivi espressi nei documenti, il germe della dissoluzione: non poteva nè diventare nuove forme di potere operaio (concezione comunista) né organi di partecipazione interclassista alla vita dell'azienda (concezione democristiana).
Il gruppo dirigente industriale aveva inteso il ruolo del Consiglio di Gestione strumentale alla mera ricostruzione post-bellica, per poi riprendere, dopo parziali quanto illusorie concessioni di potere al sindacato e alle opposizioni politiche, tutto il potere di comando.


L'ATTENTATO A TOGLIATTI E LA SCISSIONE SINDACALE

Mentre le bombe spazzavano via le officine Riv, a Roma nel giugno dello stesso anno, dopo il crollo del fascismo dell'8 settembre 1943, viene firmato un patto d'azione unitario dai rappresentanti sindacali dei tre grandi partiti di massa (democratico cristiano, socialista e comunista) dello schieramento dei Comitati di liberazione nazionale.
Un'unità voluta e sostenuta dai lavoratori ma, come vedremo, di non lunga durata a causa delle profonde divergenze politiche che travaglieranno questa momentanea unità del movimento sindacale.
Nelle officine di Villar molto radicata e organizzate era la struttura dei comunisti, reduci dalla lunga esperienza di sopravvivenza nella clandestinità sotto il fascismo, con le loro cellule. I cattolici nelle aziende pinerolese, in particolare alla Riv come maggior azienda della zona, si riunivano attorno ai Raggi di officina, nati nel 1940 ma entrati in piena attività solo dopo l'otto settembre 1943. I Raggi coagulavano l'interesse di un gruppo di cattolici, circa 250 in tutto il pinerolese, attorno a temi eminentemente di carattere religioso, anche se aiutò ad inserire i lavoratori cattolici nel fermento sociale che si stava sviluppando nelle fabbriche, creando i presupposti della nascita della futura corrente sindacale cristiana nel Pinerolese.
I Raggi d'officina erano patrocinati dall'Azione cattolica, formati da lavoratori che lavoravano nel medesimo luogo di lavoro. Lo scopo del Raggio era indirizzato verso tre specifici campi: la promozione dell'attività religiosa sui luoghi di lavoro ( la messa festiva, l'educazione religiosa, ecc.), la moralizzazione degli ambienti di lavoro ( contro la bestemmia, le letture immorali, ecc.) e l'attività caritativa (opere di beneficenza, visite ai malati). Alla Riv di Villar si contavano nel 1944 45 aderenti negli uffici e 32 nelle officine.
Divisioni in campo sindacale faranno capolino anche nel pinerolese: quando nel novembre del 1945 si svolgeranno a Pinerolo le elezioni del direttivo della Fiom locale viene eletto a segretario un democristiano, pur con i soli 253 voti della corrente cristiana ( un solo membro eletto), i 1093 voti dei comunisti (4 membri comunisti) e i 965 dei socialisti (4 socialisti).
Le diatribe nelle sinistra portano alla designazione a segretario di Carlo Borra, uomo di indubbia dirittura morale ma con posizioni politiche ben poco concilianti con quelle della sinistra.
Nel settembre del 1943, subito dopo il tracollo regime mussoliniano, viene stipulato l'accordo, tra confindustria e commissari delle confederazioni sindacali, sulle commissione interne, le quali avevano poteri di negoziazione sindacale. Tuttavia dopo l'8 settembre, con l'armistizio e l'occupazione tedesca, le commissioni interne entrano in clandestinità per riemergere dopo la liberazione.
Se le vecchie commissione interne potevano ancora emergere dalla memoria degli anziani operai che le avevano conosciute prima della loro soppressione operata dal fascismo, erano completamente sconosciute per i giovani lavoratori che avevano vissuto sotto il fascismo e che non avevano alcuna pallida idea su queste democratiche istituzione del movimento sindacale. Non dimenticando che con la soppressione delle libertà, l'assenza di dibattito politico e sindacale la memoria storica aveva ben poco potuto tramandarsi.

Come si poteva procedere, con la rinascita della libertà, alla elezioni di questi organi rappresentativi se molti operai non ne sapevano nulla?
Il compito e l'onore di tramandare questa memoria storica l'ha avuto Emilio Travers il quale racconta che cosa vi verifica alle officine di Villar Perosa, appena terminata la Liberazione: "Gli operai cascavano dalle nuvole dopo tanti anni di silenzio sotto il fascismo. Io invece sono venuto a sapere parecchie cose da quelli più anziani di me, che hanno vissuto tutto lo sviluppo del fascismo e sono stati anche perseguitati. Da loro ho imparato tante cose, ero un po' aggiornato. Un giorno abbiamo fatto un'adunata nel corridoio centrale delle officine e io sono salito su un vagone ferroviario: c'erano tutti gli operai riuniti, il corridoio era pieno, e così ho spiegato che cosa erano le commissioni interne, il loro compito. Gli operai non sapevano neppure che cosa erano state le commissioni interne prima del fascismo, erano stati "imbalsamati" dopo tanti anni di dittatura. (...) Poi in seguito insieme a dei vecchi militanti si è cercato di formare delle liste per le elezioni, segnalando le persone più attive. A quel tempo c'era solo la Cgil, funzionava solo la Cgil. E tutto era funzionato bene: la Direzione riceveva La Commissione, anche perché era nel suo interesse cercare di calmare gli animi" (96).

Intanto il clima sindacale dopo la liberazione si surriscaldava.
Nel patto sindacale unitario del 1944, tra la corrente socialista, comunista e democristiana, cominciavano ad aprirsi crepe sempre più profonde. Le divisioni ideologiche era forti, dopo l'unità antifascista si apre l'era della contrapposizione tra l'Occidente e il blocco Sovietico. La guerra fredda era ormai cominciata: il segnale esplicito erano state le due bombe atomiche lanciate dagli americani sul Giappone nell'agosto del 1945.
Le tensioni politiche si riversavano con prepotenza all'interno del sindacato, e si può dire che la caratteristica più rilevante del sindacato nel dopoguerra è la sua politicizzazione. In modo particolare era evidente l'adeguamento, da parte della componente sindacale comunista, alla linea strategica del Pci, con un rapporto di cinghia di trasmissione che fa emergere una nuova concezione del sindacato, da strumento puramente rivendicativo e difensivo della classe operaia, alla funzione di rappresentante della nazione intera all'interno di una prospettiva di ricostruzione politica ed economica.
Quando l'unità sindacale si incrina questo avviene per la rigida spaccatura del mondo in blocchi contrapposti e per i dissensi che fiorivano fra i partiti, ma quelle divisioni mediavano già un conflitto presente all'interno del movimento sindacale: tra chi voleva contenere l'iniziativa delle rivendicazione dei lavoratori in un quadro di compatibilità con le esigenze del capitale e delle politica economica del governo, e chi voleva difendere l'autonomia della iniziativa operaia, a salvaguardia del posto di lavoro, di un salario accettabile e di spazi di libertà democratiche.
Comunque, fin dall'inizio del 1947, il governo Usa comincia ad allarmarsi per la forza della sinistra in Italia, la quale aveva ottenuto vantaggi nelle elezioni amministrative del 1946, e persegue essenzialmente tre obiettivi:1) rafforzamento delle forze politiche centriste; 2) salvaguardare un sistema socio-economico di mercato; 3)inserire la politica estera italiana nel contesto strategico della struttura Nato.
La mozione della Corrente sindacale cristiana al 1° Congresso della Cgil di Firenze ribadiva i principi che poi furono motivo fondamentale della scissione. Secondo essa il sindacato doveva: 1) rendersi nella sua azione indipendente da ogni partito politico; 2) rispettare la pluralità delle opinioni politiche e la fede religiosa degli associati; 3) contenere la sua attività nello specifico campo sindacale.
La ruggine era profonda, radicata in concezione culturali diverse. I militanti della corrente cristiana nel sindacato rilevavano ciò che li divideva dai comunisti:" Non siano anticomunisti dichiarati, come qualcuno vorrebbe. Semplicemente perché come lavoratori abbiamo dei motivi fondamentali che ci uniscono a tutti gli altri lavoratori, di qualunque idea siano, perché come cristiani auspichiamo una fraternità che è contraria a qualunque anti.
Però, per chiarezza, appunto come lavoratori e come cristiani non approviamo e siamo decisamente contrari a certe posizioni comuniste. Così come cristiani avversiamo il loro dichiarata materialismo che per forza di cose riduce la nostra persona ad essere calcolata al massimo a peso di muscoli e di fosfati, così come lavoratori contrastiamo il metodo comunista di fare di ogni
questione sindacale un agganciamento ai fini del loro partito" (97).
E' indubbio che la cultura della corrente sindacale cristiana e quella dei comunisti era profondamente diverse. Il dettato di fede faceva dire alla corrente sindacale moderata che le differenze sociali e politiche non dovevano dare adito a contrasti insanabili, a logiche di lotta di classe, perché ogni uomo è creatura di Dio, al di là della classe sociale di appartenenza. Capitale e lavoro sostengono entrambi la società economica, pur avendo a volte interessi divergenti, ma mai contrapposti e sempre ricomponibili secondo una filosofia sociale interclassista. La cultura comunista era fautrice di una politica di classe che vedeva contrapposti operaio e imprenditore, e, almeno nei suoi enunciati, tale contrasto era insanabile e superabile unicamente con un nuovo assetto economico, politico e sociale alternativo a quello capitalista (98).

Il crescente accumularsi di attriti nel sindacato era la speculare acuirsi della contrapposizione tra il blocco moderato e quello socialcomunista. Il 1947 è un anno di svolta: De Gasperi nel gennaio vola in America è ottiene un grosso prestito a favore dell'Italia, mentre a Roma Saragat abbandona il Pci, e a luglio, a Parigi, si apre la conferenza economica del Piano Marshall. Dietro un programma di aiuti americani per finanziare la ricostruzione europea, si delinea l'egemonia politica ed economica degli Usa sull'Europa Occidentale. Il 1947 è anche l'anno decisivo
per la fine della politica che aveva cercato nella collaborazione antifascista un assetto stabile, nella quale poter esercitare una apprezzabile influenza dei partiti operai.
Dietro la scissione sindacale vi erano interessi che andavano al di là delle divergenze politiche tra le varie correnti sindacali: settori moderati e conservatori del mondo politico, gli industriali e gli stessi Stati Uniti, finita l'epoca resistenziale, avevano come obiettivo di contenere le forze di sinistra e, nel sindacato, la corrente socialcomunista.
Nell'agosto del 1948 la Cgil denunciava che i grandi capitalisti erano interessati a dividere la classe operaia, a creare le condizioni di un loro strapotere e aumentare lo sfruttamento della manodopera, e questo era possibile colpendo in primis l'unità sindacale, vedeva, pur nel linguaggio roboante della propaganda ideologica, il giusto: con la scissione si aprirà, negli anni Cinquanta, una fase di forte repressione che cercherà di mettere in ginocchio il sindacato nelle fabbriche, dando spazio ad un sindacato moderato e interclassista, quando non nettamente filopadronale.
La corrente sindacale cristiana ( la futura Cisl) guardava da un lato all'Enciclica Rerum Novarum e dall'altra oltre l'Atlantico, al sindacalismo americano pur con tutti gli adattamenti alla realtà italiana. Infatti, per quando riguarda lo sciopero, l'art. 49 dello Statuto del Sindacato nazionale americano dei lavoratori dell'industria automobilistica, areonautica e delle macchine agricole recita che "Prima della proclamazione pubblica di uno sciopero, deve essere convocata all'uopo un'assemblea straordinaria dei soci del sindacato Locale, od è richiesta una votazione segreta per decidere a maggioranza semplice se procedere alla proclamazione o soprassedervi".
Il sindacato in Italia ha sempre cercato di rappresentare, attraverso i suoi iscritti e militanti, tutti i lavoratori e non solo i suoi aderenti, ma questo relazione verso un tipo di sindacato apolitico e apartitico era una barriera contro l'atteggiamento ritenuto scioperaiolo e politico della Cgil.
Ma dagli Stati Uniti, per la corrente sindacale cristiana, non vi era solo da trarre l'esempio di un sindacato democratico, ma tutta la società americana era posta a modello con un misto di realtà e (molta) fantasia. Questo faceva scrivere che in America "L'operaio lavora con guanti per non sporcarsi e quando esce dall'officina non porta su di sè nessun segno esteriore del lavoro in fabbrica. Sente effettivamente di essere rispettato e di dover portare rispetto alla sua persona" (99).
Al mito dell'America viene, nel campo politico e ideologico speculare, opposto il mito della grande Unione Sovietica, patria del benessere, del lavoro garantito, del limpido rispetto per la dignità di ogni lavoratore. E' sufficiente leggere "Il 7B" periodico dei comunisti della Riv di Villar, per comprendere che, accanto ai risvolti positivi della rivoluzione d'Ottobre, la nebbia dell'ideologia oscurava i lati sinistri della storia del comunismo sovietico, rappresentata nella sua veste più deteriore dallo stalinismo. Anche la Russia, come l'America per i democristiani, era il modello di società costruito, dai comunisti italiani, con una mescolanza di realtà e (molta) fantasia e astrazione ideologica.
Il 1948 è l'anno cruciale.
Il 18 aprile alle elezioni per il primo Parlamento repubblicano il Fronte democratico popolare (comunisti e socialisti) ottiene solo il 31% dei suffragi, mentre la Democrazia cristiana conquista una schiacciante vittoria con il 48%.
Sicuramente le elezioni del 1948 sono state il nodo di una lotta quasi apocalittica tra la sinistra e le forze del centro-destra, ed è stata sicuramente una delle campagne elettorali più combattute in Europa.
Il 14 luglio Palmiro Togliatti, segretario del Pci, all'uscita del Parlamento, alle ore 11,30, viene ferito gravemente da quattro colpi di pistola sparati da un giovane fanatico anticomunista, Antonio Pallante, 24 anni, studente di legge all'Università di Catania.
Immediatamente hanno luogo numerosi scioperi e manifestazioni di strada in molte località italiane. A Torino, alla Fiat, Valletta e altri dirigenti vengono sequestrati dagli operai e la redazione de "La Stampa" viene occupata e per due giorni il quotidiano non sarà nelle edicole. L'attentato scatena, dopo un primo senso di smarrimento e incredulità, una reazione rabbiosa - 30 morti e ottocento feriti- che mette a dura prova le giovani istituzioni repubblicane nate dalla lotta antifasciste e formalizzate con la recente entrata in vigore della Costituzione.
Sotto certi aspetti si è a un passo dall'insurrezione. L'attentato a Togliatti ha una risonanza enorme in campo politico, suscitando, e non solo in campo comunista, forte emozione, specie nelle fabbriche, fra i lavoratori. Il realismo politico di Palmiro Togliatti, appena colpito dalle pallottole della Smith & Wesson, richiama i suoi collaboratori alla calma, invitando a dissuadere ogni colpo di testa e facendo rientrare i focolai insurrezionali sorti nel Paese (100).
L'attentato getta benzina sul fuoco della già difficile convivenza nel sindacato tra la corrente cristiana e quella socialcominista. Anche a Pinerolo giungono i riflessi di quel 14 luglio:" Io ricordo bene -racconta Carlo Borra - perché a quel tempo ero segretario della Camera del Lavoro di Pinerolo per la corrente
cristiana e tutte le sere, arrivando dalla Riv, passavo a vedere
come andavano le cose... . Una sera sono passato e avevo già sentito le comunicazioni della radio di quello che era successo e dico che mi sono sentito un imputato in mezzo a tutti gli altri.
Tutti mi guardavano un po' come fossi io l'artefice dell'attentato e sentivo dire:" Il governo ha voluto fare fuori Togliatti". Dico francamente - e non è una battuta - il fatto che fosse arrivata la notizia della vittoria di Bartali al giro di Francia ha portato la gente a parlare un po' d'altro, salvandoci.
Certamente l'astio era forte perché davvero ci vedevano come prototipi dei traditori che attraverso l'attentato a Togliatti aveva tentato di dare un colpo grosso al Partiti comunista" (101).
Movimenti preinsurrezionali avvengono in alcuni parti d'Italia, anche perché la fine della lotta di liberazione era ancora vicina e le armi non dappertutto erano state consegnate. Non è il caso di Villar Perosa, perché "Per quanto sono a conoscenza, noi comunisti di Villar Perosa non abbiamo mai conservato le armi, anche nei momenti più difficile - narra Livio Notta -, nemmeno ai tempi dell'attentato a Togliatti avvenuto nel 1948. Se però un qualche evento grave portava a pensare che potesse succedere un qualcosa che dovesse minacciare la democrazia, eravamo presenti e attenti a far fronte e a rintuzzare. In occasione dell'attentato di Pallante a Togliatti qui a Villar Perosa si era dichiarato sciopero e mantenevamo un certo collegamento con Pinerolo per vedere cosa succedeva; e a un certo punto le cose si sono calmate" (102).
La Cgil dichiara subito lo sciopero generale che in molte città d'Italia assume un carattere insurrezionale. Il giorno seguente i democristiani della Cgil minacciano di abbandonare il sindacato se lo sciopero non viene concluso entro la giornata, vedendo in esso uno sciopero prettamente politico e finalizzato agli interessi dei comunisti.
Il 16 luglio la Cgil dichiara lo sciopero concluso. Ma ormai la convivenza non era più possibile: il 26 luglio, dopo un pronunciamento di Pastore in favore dalle scissione, l'esecutivo della Cgil espelle dal suo seno la corrente cristiana.
Ad ottobre la corrente democristiana si separa dalla Cgil e fonda la Libera Cgil. Giulio Pastore viene eletto segretario generale. Nell'aprile del 1950 assumerà il nome di Cisl.
In seguito alla nascita della Cisl, un piccolo gruppo di repubblicani e socialisti fonderanno l'Unione italiana del lavoro (Uil).
Come viene vissuta la scissione alla Riv? Carlo Borra sostiene che non ha mai "avuto timore ad affermare che il giorno della rottura sindacale non è stato un bel giorno per il mondo del lavoro.
Ma completavo dicendo che anche il taglio di un braccio non è cosa buona per una persona. Ma se serve ad evitare una cancrena mortale, ben venga il taglio del braccio (...) Alla base della rottura c'è stato l'obiettivo di isolare i comunisti e do per
scontato che ci siano state forze retrive disposte a strumentalizzare ai loro scopi la frattura del mondo sindacale: ma in quel momento lasciare le cose come stavano significava dare il Paese in mano a un partito comunista pienamente allineato con Mosca. In quel momento storico era la condizione per garantire al Paese un regime libero e democratico, senza del quale anche la promozione dei lavoratori non può avere spazio" (103).
Per i Liberi Sindacati era chiaro che il motivo dei molteplici scioperi indetti dai comunisti era lampante:" Persa la partita delle elezioni, tentano di rovesciare il Governo servendosi del sindacato che dovrebbe ostacolare ogni ripresa economica dello stato. Tutto serve, purché crolli il Governo attuale" (104).
Sui problemi concreti di fabbrica l'unità era più facile da raggiungere perché la scissione fu più che altro "una contrapposizione politica. Non era tanto la scissione nel sindacato; nel sindacato era una conseguenza. C'era una netta contrapposizione politica - rammenta Eugenio Morero militante della Cgil e del Pci - tra il Partito comunista, il Partito socialista e la Democrazia cristiana. Allora c'era la guerra fredda e la Democrazia cristiana in particolare,
per bocca della Cisl, era schierata sulla politica americana e verso la costituzione del Patto atlantico. Noi avversammo questo perché ci portava ad una sudditanza verso l'America" (105).
Di fatto questa contrapposizione politica si riversa anche sui problemi di fabbrica: nel rapporto con la direzione aziendale, nella concezione della relazione salario-profitto, nelle modalità di gestione del potere sindacale nello stabilimento. Se è vero che sui problemi concreti di fabbrica era più facile trovare l'unità di intenti, far pesare di meno il clima ideologico e partitico di riferimento dei vari sindacati, è altrettanto vero che concezioni della società così diverse, in particolare tra comunisti e democristiani, la stessa strumentalizzazione politica anche dei fatti quotidiani di officina, rendeva il clima della collaborazione e dell'unità sindacale cosparso di insidie.
Col senno del poi fa dire ad Eugenio Morero che "mentre noi eravamo troppo per la lotta ad oltranza, la Cisl invece era per nessuna lotta; invece se ci fossimo accordati ad una via di mezzo avremmo ottenuto qualcosa in più, maggior potere per i lavoratori" (106).
Alla Riv nell'ottobre del 1948 oltre 500 lavoratori aderiscono alla Lcgil (Libera confederazione generale italiana lavoratori), e nel dicembre viene costituito a Pinerolo il primo Direttivo dei
metalmeccanici: Casati Celso segretario, Castellano Ilario vicepresidente; Aimo Giuseppe, Borra Carlo, Cavallone Giuseppe, Costa Enrico, Pavignano Romualdo, Salvai Carlo, Siccardi Cornelio membri.