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mercoledì 6 aprile 2022

CARATTERE DEMAGOGICO DELLA SOCIALIZZAZIONE FASCISTA


I Consigli di Gestione istituiti de iure dal Decreto Legislativo RSI del 12/2/1944 erano uno scopiazzamento dei Soviet di Gestione Aziendale introdotti da Lenin in Russia nel 1918. Questi Soviet di Gestione Aziendale erano costituiti per il 50% da rappresentanti dei lavoratori.

Come abbiamo visto, nel 1918 in Russia vi erano dunque i Soviet di Gestione aziendali nelle aziende pubbliche ed il Controllo Operaio nelle aziende private. Bombacci e Mussolini non si sono dunque inventati nulla.
Va detto che i Soviet di Gestione Aziendale in Russia sono durati solo pochi mesi per l'opposizione di Trotskj, che riteneva gli operai incapaci di autogestirsi. A tal proposito, Mussolini disse di Lenin, che prima ha dato le aziende agli operai, poi le ha consegnate ai dittatori, cioè ai Direttori nominati dal Partito.
In realtà, Lenin ha messo i "dittatori" solo per il tempo del comunismo di guerra, poi, su suggerimento di Trotskj, ha privatizzato le aziende. In ogni caso, la socializzazione fascista non era fatta bene per questi motivi:
  1. nelle aziende private il Presidente del Consiglio di Gestione era obbligatoriamente scelto tra i rappresenti di parte padronale;
  2. i rappresentanti dei lavoratori nel Consiglio di Gestione dovevano obbligatoriamente essere tesserati al Partito Fascista Repubblicano;
  3. nei Consigli di Gestione delle aziende pubbliche dovevano obbligatoriamente essere presenti uno o più rappresentanti del Ministero dell'economia, proprio come nei Soviet di Gestione Aziendale russi del 1918.
Tutte queste misure rendevano i Consigli di Gestione fascisti meri strumenti della burocrazia politica del Partito Fascista Repubblicano per il controllo dell'economia.
Insomma, non hanno nulla a che fare con il vero socialismo dell'autogestione. 

lunedì 6 maggio 2019

LA LEGGE SULL'AUTOGESTIONE OPERAIA IN U.R.S.S. (30/6/1987)


La legge sull'autogestione operaia sovietica voluta da Michail Gorbaciov, approvata dal Soviet Supremo dell'URSS il 30/6/1987, entrata in vigore il 1/1/1988. 
Il 1/1/1989 tutte le fabbriche sovietiche, prima gestite secondo il principio del Capitalismo di Stato, erano ormai passate all'autogestione. 
Gorbaciov è stato spinto a questa riforma dall'osservazione dell'esperienza del sindacato cattolico polacco Solidarnosc, che, sia pure dopo un'impari lotta con il regime polacco, ottenne in Polonia l'applicazione di un'analoga legge sull'autogestione, grazie anche al decisivo intervento in tal senso della Conferenza Episcopale Polacca e di San Giovanni Paolo II.
Segnalo l'art. 1 della legge, dove leggiamo che la legge sull'autogestione ha lo scopo "di soddisfare nella misura in cui e' possibile i bisogni materiali, culturali e SPIRITUALI degli individui". Mentre il Corporativismo di Stato fascista ed il Capitalismo di Stato stalinista opprimevano la liberta' umana con l'imposizione da parte della burocrazia politica del Partito-Stato di una ideologia politica di Stato, che oscurava la liberta' umana perche' proveniva dai padroni delle stesse vite dei cittadini, l'autogestione libera l'uomo sia sul piano materiale che SPIRITUALE e CULTURALE, come giustamente fa notare il legislatore in questa legge, che e' evidentemente rivolta ad un popolo di grande religiosita' come quello russo. Del resto, all'ultimo congresso del PCUS, Gorbaciov ribadi' che la "rinascita spirituale e' essenziale come l'ossigeno alla societa'".
La presenza, probabilmente non del tutto consapevole, di elementi della cultura Cristiana alla base dell'antropologia gorbacioviana, e' rilevabile nei continui riferimenti di Gorbaciov alla PERSONA e alla FAMIGLIA NATURALE, contenuti nel suo libro intitolato Perestrojca ed in altre sue opere. Tale visione antropologica di tipo cristiano lo rese inviso alla nomenklatura stalinista, che organizzo' il colpo di Stato del 1991.

mercoledì 1 maggio 2019

LE BUGIE DI MUSSOLINI SULLA SOCIALIZZAZIONE



Nel discorso al Teatro Lirico di Milano (16 dicembre 1944) Mussolini disse:
"Mentre taluni punti del programma di Verona sono stati scavalcati dalla successione degli eventi militari, realizzazioni più concrete sono state attuate nel campo economico-sociale. 

Qui la innovazione ha aspetti radicali. I punti undici, dodici e tredici sono fondamentali. Precisati nella 'premessa alla nuova struttura economica della nazione', essi hanno trovato nella legge sulla socializzazione la loro pratica applicazione".
Qui la innovazione ha aspetti radicali. I punti undici, dodici e tredici sono fondamentali. Precisati nella 'premessa alla nuova struttura economica della nazione', essi hanno trovato nella legge sulla socializzazione la loro pratica applicazione".


PRIMA BUGIA: il punto 11 del Manifesto di Verona, documento programmatico del Partito Fascista Repubblicano sottopone l'economia al controllo dello Stato, cioè della borghesia politica del partito fascista 

"11. - Nell’economia nazionale tutto ciò che, per dimensione o funzione, esce dall’interesse singolo per entrare nell’interesse collettivo, appartiene alla sfera d’azione che è propria dello Stato"), cioé prevedeva un incremento della proprietà statale, non della proprietà sociale".

SECONDA BUGIA: il punto 12 del Manifesto di Verona NON prevedeva la socializzazione della gestione delle imprese private, ma solo la partecipazione degli operai agli utili:

"12. - In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai cooperano intimamente (attraverso una conoscenza diretta della gestione) all’equa fissazione dei salari, nonché all’equa ripartizione degli utili, tra il fondo di riserva, il frutto di capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi per parte dei lavoratori".

Il testo di questa parte del n. 12 del Manifesto di Verona è una sintesi delle idee espresse nel Codice di Camaldoli, di fatto il manifesto programmatico della Democrazia Cristiana, scritto nel luglio del 1943, circa tre mesi prima del Congresso di Verona del PFR.
L'idea di una cogestione delle imprese private venne proposta in occasione del Decreto sulla Socializzazione del 12/2/1944 solo perché era stata rilanciata nel Regno del Sud dalla ricostituita Democrazia Cristiana, partendo sempre dai postulati politico-programmatici del Codice di Camaldoli, tra i quali troviamo espresso il principio della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese:


(1)."Tra le forme atte a far partecipare effettivamente il lavoratore alla gestione aziendale si ricordano: l'istituzione di organi quali i consigli di azienda e di sistemi atti a promuovere il senso di iniziativa dei singoli lavoratori e ad utilizzare i contributi che per tale iniziativa possono venire al miglior andamento della produzione; 
2) la partecipazione alla nomina degli organi di controllo dell'amministrazione, nomina che è ora generalmente riservata alle stesse forze che già designano gli amministratori; 
3) l'istituzione più estesa possibile ed il perfezionamento continuo di forme di salari a rendimento, sia individuali sia collettivi, tali che i lavoratori vedano una chiara ed equa corrispondenza tra la retribuzione e il lavoro da ognuno di essi svolto, non siano posti in posizione di antagonismo rispetto ai compagni di lavoro e non vedano devoluto solo all'azienda, attraverso variazioni delle tariffe di cottimo, il frutto della loro 
maggiore laboriosità; 
4) la partecipazione alla formazione delle norme disciplinari e dei regolamenti interni ed agli organi incaricati di applicare le norme stesse; 
5) la gestione degli istituti aziendali che hanno per fine l'elevazione e l'assistenza dei lavoratori, quali le istituzioni mutualistiche di cura, le mense, gli spacci, gli istituti di educazione, i luoghi di svago e di riposo e le opere sociali in genere. 
Tutte le forme di partecipazione e di collaborazione tra i diversi protagonisti del fatto produttivo dovranno tendere a costituire nell'azienda una operante comunità di lavoro nella quale siano rispettate le singole personalità, attribuendo a ciascuno una sua sfera di autonomia e perciò di responsabilità e siano al tempo stesso soddisfatte le esigenze della organizzazione, della gerarchia e della disciplina" 

TERZA BUGIA: Mussolini nel discorso al teatro lirico attribuisce a se stesso il programma copiato da quello della Democrazia Cristiana e furbescamente afferma:


"L’interesse suscitato nel mondo è stato veramente grande e oggi, dovunque, anche nell’Italia dominata e torturata dagli anglo-americani, ogni programma politico contiene il postulato della socializzazione. 
Gli operai, dapprima alquanto scettici,
ne hanno poi compreso l’importanza. La sua effettiva realizzazione è in corso. Il ritmo di ciò sarebbe stato più rapido in altri tempi. Ma il seme è gettato. Qualunque cosa accada, questo seme è destinato a germogliare. È il principio che inaugura quello che otto anni or sono, qui a Milano, di fronte a cinquecentomila persone acclamanti, vaticinai 'secolo del lavoro', nel quale il lavoratore esce dalla condizione economico-morale di salariato per assumere quella di
produttore, direttamente interessato agli sviluppi dell’economia e al benessere della nazione. 
La socializzazione fascista è la soluzione logica e razionale che evita da un lato la burocratizzazione dell’economia attraverso il totalitarismo di Stato e supera l’individualismo dell’economia liberale".

QUARTA BUGIA: Al "totalitarismo sovietico" Mussolini contrappone l'autogestione fascista" delle imprese pubbliche così sintetizzata nella seconda parte del n. 12 del Manifesto di Verona:

"In altre [le aziende pubbliche], sostituendo i consigli d’amministrazione con consigli di gestione, composti di tecnici e di operai, con un rappresentante dello Stato; in altre, ancora, in forma di cooperativa parasindacale".
I CdG delle imprese pubbliche sono stati infatti copiati dai Soviet Economici di Gestione delle aziende pubbliche russe del tempo di Lenin. Viene in particolare copiata l'idea di un rappresentante dello Stato, cioé del Partito, nel CdG minandone la democraticità.

QUINTA BUGIA (La peggiore): è possibile la democrazia industriale senza democrazia politica.

Solo il 25 aprile 1945 con il ritorno della libertà il CLNAI introdurrà con un decreto dei Consigli di Gestione veramente democratici.

NOTE
(1) Codice di Camaldoli, n. 66.

mercoledì 14 novembre 2012

La verità sulla vita durante il fascismo (in pillole)

   Viviamo un momento assai critico: cinismo, falsità, malafede, opportunismo sono gli ingredienti principali che compongono l'odierno panorama politico. La crisi finanziaria che attanaglia il nostro Paese soffia sul fuoco del malcontento popolare. Il malumore della gente alimenta giustamente furiose critiche al sistema capitalista... ma in che direzione muove i suoi passi? Sono considerazioni maturate all'insegna di un ragionamento o semplici frasi ad effetto atte a colpire un pubblico stanco di subire e desideroso di giustizia?  La risposta che si impone qui deve essere sincera, nonostante vi sia la tentazione di aggiungere altra carne al fuoco.  Ebbene: sono spesso considerazioni fatte non a mente fredda ma piuttosto con la pancia, facendo leva sui bassi istinti della popolazione, soprattutto dimenticando i fatti realmente accaduti. Si ignorano cioè gli insegnamenti marxisti sul materialismo storico. Questo è il male peggiore, peggiore della crisi economico-finanziaria che sta attanagliando il vecchio continente. Di solito chi soffia sul fuoco dell'indignazione non lo fa con cognizione di causa. Ci si limita a ripetere pappagallescamente alcuni slogan demagogici contro il sistema senza però avere la minima conoscenza sia di quanto accade ora sia di quanto già è accaduto nel passato. Il movimento contestatore di matrice cospirazionista si avvia  alla "pugna" col sistema del tutto impreparato. Si perché esso non propone soluzioni valide e nuove ma vecchie ricette trite e ritrite che già hanno perso le loro battaglie con la storia.  Eppure, in certi frangenti, basterebbe esercitare un sano realismo senza farsi influenzare dalle correnti paranoidi di certi azzeccagarbugli senza né arte né parte.


Il successo di Marine Le Pen e del Front National in Francia e di altri movimenti xenofobi e nazionalisti analoghi in altri paesi d'Europa riapre la questione della sovranità nazionale che nell'attuale contesto globale sono assolutamente prive di senso. Quello che serve oggi è invece una governance europea che decida a monte quali debbano essere le politiche comuni da perseguire. E' ovvio che 27 sistemi di difesa e 27 debiti pubblici mal si conciliano con una Unione europea che ha una Banca Centrale totalmente svincolata dal potere politico degli Stati nazionali. Ma in tal senso ho già scritto (qui) e ripetuto il mio pensiero. Ma vengo al punto del mio post.
Oggi voglio dedicare le mie forze per dimostrare l'assoluta inaffidabilità dei sistemi totalitari di matrice fascsita che, a chiacchiere, dicevano di "andare verso il popolo" ma, nei fatti, rappresentarono la spalla forte e crudele della Borghesia.

Famiglia "benestante" fascista.

Il Duce del fascismo, nel preciso momento in cui ricevette l’incarico di presidente del Consiglio dei ministri, dalle mani del re, si autodefinì «fedele servo di Vostra Maestà» (Cognasso, I Savoia, p. 937): e, nel pronunciare tale frase vergognosa, non sembrò affatto di trovarsi di fronte ad un imbarazzo o al puro e semplice impiego di una formula di etichetta. Tutt'altro! 
Questa considerazione non è dettata da partigianeria... ma dalla pura e semplice constatazione dei fatti storici. Essa affonda la sua veridicità nella consapevolezza acclarata che l’avvento al potere del Fascismo non fu dettata da un colpo di stato e men che meno scaturito da una rivoluzione; al contrario, esso si configurò, in senso strettamente costituzionale, ovvero, come la soluzione ad una crisi di governo in termini molto vicini alla normalità.
In pratica si addivenne ad una sorta di "Diarchia". Ma qui non voglio operare ulteriori digressioni. Nei primi anni del governo Mussolini vi fu una politica rigidissima di contenimento delle spese. Diminuirono notevolmente i compensi salariali; e diminuirono - la statistica lo dimostra senza tema di smentita - costantemente lungo tutto il periodo fascista. Gli operai, i prestatori d'opera e gli impiegati furono i primi ad essere penalizzati dalla politica economica fascista. Per converso, Mussolini non esitò a favorire sfacciatamente gli imprenditori con tutta una serie di leggi che adesso qui è inutile enumerare. 
Vi fu, inoltre, da parte di Mussolini, l'appoggio incondizionato ad una scellerata politica bancaria che finì per favorire esclusivamente i banchieri causando altresì una grande deflazione monetaria. D'altra parte egli non fece a meno di usare la mano pesante con i lavoratori. Per esempio vennero licenziati 36.000 ferrovieri nei primi tempi del regime!  Gli storiografi di destra tendono a compensare questi dati con il varo di tutta una serie di vantaggi relativi a pensioni, riduzione dell'orario di lavoro ecc.  Dimenticano costoro che molte delle riforme approvate erano già in dirittura d'arrivo e Mussolini si limitò a approvarle!   E nonostante dal 1923 si stabilì il principio delle otto ore lavorative queste vennero applicate solo dieci anni dopo! Il diritto di sciopero fu abolito. La festa del 1° maggio fu soppressa proprio in virtù della fine della lotta di classe (sic)! Ad essa fu sostituito il 21 aprile che esaltava la comune origine nazionale nel "Natale di Roma caput mundi".  I partiti e i sindacati vennero sciolti con tutto ciò che ne conseguì sul piano della partecipazione democratica.

La vera dittatura fascista iniziò ufficialmente nel 1925. Tuttavia  sulle intenzioni di Mussolini non potevano esserci dubbi di alcuna sorta. Già nel 1923, in una dichiarazione resa ad alcuni giornalisti stranieri ebbe a dire:
"Che bisogno c'è che un deputato mi venga a ripetere in parlamento quello che ho già letto sui giornali.. che mi dica quello che potrebbe scrivere su un giornale? 
Questa dichiarazione la dice lunga sulla considerazione che aveva Mussolini della vita parlamentare. Dopo aver fuso il PNF col Partito Nazionalista, fece confluire i nazionalisti nel Partito fascista. Non erano numerosi nazionalisti: ma il loro ingresso nel partito non portò alcun beneficio se non un ulteriore spostamento a destra, imborghesendolo, alla faccia del partito sociale e popolare! I fascisti fedeli all'ideale sociale originario vennero sonoramente messi alla porta, tanto per usare un gentile eufemismo.  Chi aveva animo indipendente e non si mostrava duttile alle raccomandazioni del capo veniva sonoramente bastonato. Fra i suoi problemi principali non c'era il parlamento e le opposizioni ma il fascismo stesso.  Per questo istituì la Milizia, che era un corpo militare omologo all'esercito, composto però da soli fascisti e foraggiato dallo Stato.
Erano infatti proprio i suoi fascisti migliori a dargli maggiori preoccupazioni. Egli doveva liberarsi dell'opposizione interna ed estrema, quella capeggiata dai RAS locali, che detenevano il completo controllo delle loro squadre, alla stessa stregua di veri principi.  Costoro non erano tanto propensi ad ubbidire ed inoltre speravano che la Rivoluzione spazzasse via tutto il marciume annidato nel regno sabaudo. L'aver creato la Milizia non aveva spento l'ardore degli animi più focosi. Il Duce perciò doveva sbarazzarsi delle teste più calde, neutralizzare gli avversari più tenaci, regolarizzare le squadre e, nel contempo, fornire a costoro quelle soddisfazioni che da tempo si aspettavano. Nel 1923, all'uopo prece due importanti decisioni:

  1. l'istituzione del Gran Consiglio del Fascismo;
  2. la nascita della Milizia volontaria per la Sicurezza Nazionale.
Il Gran Consiglio aveva solo poteri consultivi. Per regolamento non poteva auto convocarsi e quindi veniva convocato solo quando lo decideva il duce. Lo stesso dicasi per l'ordine del giorno che veniva stilato personalmente da Mussolini. Il Gran Consiglio si limitava ad approvare le scelte prese dal capo del fascismo. In realtà quest'organo aveva, secondo le intenzioni di Mussolini, tre funzioni principali: dare un'apparenza di discussione, dare altresì soddisfazione ai capi fascisti e, infine, avere a disposizione governo di riserva che potesse sostituire - nel momento del bisogno - il governo in carica. 

Nel 1924, Mussolini ha ancora numerosi problemi da risolvere. Egli temeva un'area in particolare: quella dei revisionisti. Costoro, oltre ad essere propensi ad una vera rivoluzione moralizzatrice, erano motivati idealmente, preparati politicamente e poco inclini ad eseguire pedessiquamente gli ordini venuti dall'alto.  Infatti, nessuno dei fascistelli nostrani ricorderà questi nomi: Ottavio Corgini, Cesare Forni, Alfredo Misuri, Massimo Rocchi, Massimo Sala.

Viceversa i personaggi più in vista del fascismo non erano osteggiati. A dispetto dei divieti esistenti fra l'appartenere contemporaneamente al fascismo e alla Massoneria, molti fascisti non rinnegarono la loro appartenenza segreta alle Logge. Italo Balbo, Bottai ed altri erano massoni. Per non parlare dei vari Beneduce, Volpi di Misurata ecc, che anche se non appartenenti al PNF erano parte integrante del Sistema bancario.

Le leggi fascistissime

Nel 1926 vennero emanate le famigerate  leggi fascistissime: furono sospesi tutti i partiti e le associazioni d’opposizione (gli antifascisti vennero arrestati, processati ed aggrediti), vennero chiusi gli organi di stampa avversi al regime, venne creata l’OVRA e il Tribunale speciale.

L’Italia di quegli anni era una nazione ancora ampiamente analfabetizzata, nonostante tutte le leggi e i regolamenti emanati durante gli anni precedenti. Creare una nuova scuola significò soprattutto preparare le nuove generazioni all’accettazione del regime. Quindi l’educazione, l’indottrinamento dei bambini e la scuola divennero il mezzo privilegiato della propaganda fascista, nonché un serbatoio di reclutamento.

I rapporti con la Chiesa.

Mussolini - contrariamente al suo spirito ateo ed anticlericale - curò moltissimo i rapporti col Vaticano.  
Egli sapeva benissimo che l'Italia sarebbe stata ingovernabile senza l'appoggio della Chiesa; perciò, concluse il suo discorso alla camera  con queste parole: "Iddio m'assista nel condurre a termine vittorioso la mia ardua fatica". Tutto ciò suscitò notevole entusiasmo nelle stanze vaticane.
Il Cardinale, segretario di Stato, Pietro Gasparri confidò commosso ad un ambasciatore: 
"Dal 1870 non si era mai inteso dalla Bocca di un sovrano , di un ministro italiano alcune invocazioni alla divina provvidenza ed è uni rivoluzionario convertito andare il buon esempio,  di un ritorno alle pratiche religiose. La provvidenza si serve di strani strumenti per fare la felicità dell'Italia. Da parte mia non rimpiango certo il parlamentarismo italiano quando vedo Mussolini tendere risolutamente la sua mano verso un governo conservatore “.
E fu proprio attraverso il cardinale Gasparri che Mussolini iniziò a fare trattative (all'inizio segrete) per l'attuazione del concordato. Con delle curiose manovre, entrando attraverso diverse entrate. 

Il cardinale Gasparri - rientrando dall'incontro con Mussolini - si disse molto soddisfatto e confidò di aver trovato nel duce "un uomo di prim'ordine". Egli aveva assicurato al duce il suo appoggio, che avrebbe favorito la destra filofascista del Partito Popolare (o di quello che era rimasto del il partito di don Sturzo), in modo tale da favorire una confluenza dei cattolici nel P.N.F. A questo punto, Mussolini prese la palla al balzo ed escluse la partecipazione dei popolari al governo, che si mostravano incerti sul da farsi,  Il vaticano, infatti, mal sopportava le "paternali" di Don Sturzo  e vide in Mussolini un vero e proprio salvatore. Poi,  fra il 1923 e il 1926, prese alcuni altri provvedimenti che risultarono graditissimi al Vaticano, soprattutto in materia di alienazioni e donazioni circa i beni ecclesiastici; furono ripristinate alcune feste religiose, venne riconosciuta l'Università Cattolica, e furono stanziati tre milioni di LIRE (un'ingente cifra per l'epoca) per la ricostruzione delle Chiese e regalati 600 quadri per le chiese danneggiate dalla guerra. Inoltre vennero promulgate tutta una serie di leggi per favorire il clero: miglioramenti economici, pensioni,  esenzione dal servizio militare, eliminazione del controllo sulle affissioni in chiesa, le nomine nobiliari del Papa vennero riconosciute  (alla faccia del socialismo!) e infine si dispose che il crocifisso fosse esposto in ogni aula scolastica, ogni tribunale e in tutti gli uffici pubblici e nelle caserme.   E se all'alto clero Mussolini fornì una quantità pressoché illimitata di privilegi, non si comportò allo stesso modo coi preti di campagna e il basso clero in genere. Don Minzoni fu ucciso a bastonate proprio da una violenta e criminale aggressione fascista. E non si dica che Don Minzoni fosse un violento provocatore comunista! Il Vaticano lodò anche la fascistissima riforma gentiliana della scuola che vedeva reintrodotta l'ora di Religione, in barba alla laicità dello Stato.
I sindacati vennero sciolti e vi fu un  solo sindacato fascista che si accordò con gli imprenditori e i rappresentanti degli industriali per rinunciare al diritto di sciopero e affidare al governo ogni mediazione. Questo fu il primo passo verso la dittatura. Altro che diritti dei lavoratori! Altro che socialismo!
Occorre dire, però, per onestà intellettuale, che moltissimi fascisti, soprattutto quelli più indipendenti e intelligenti, non furono affatto contenti della piega che aveva preso il fascismo. Emilio De Bono, per esempio, quadrunviro e capo della Polizia, non rispettava le disposizioni riguardo le affissioni in chiesa; il Ministro delle Finanze pure si ribellava  a fare delle leggi che proteggessero il patrimonio della chiesa.  Mussolini, però,  piegò al suo volere entrambi.
La separazione fra Stato e chiesa, una delle poche cose positive fatte da Cavour, vigeva ormai da sessant'anni, e fu smantellata. 

Mussolini poi varò la nuova legge elettorale. Questa legge stabiliva che chi avesse superato la percentuale del 25% dei voti avrebbe preso 3/4 dei seggi. In pratica si trattava di una vera e propria legge-truffa che gabbava la democrazia. Non ci voleva un esperto di politica per capire che se i fascisti si fossero alleati coi liberali che rappresentavano una piccolissima minoranza, avrebbero avuto in mano le sorti del paese. Far passare quella legge significò in pratica consegnare la Camera ai fascisti.  E fu la stessa camera a suicidarsi: il suo presidente Enrico De Nicola (lo stesso De Nicola che vedremo come Presidente della Repubblica antifascista - altro aspetto della continuità del sistema borghese) proclamò serenamente il risultato delle votazioni. Avere sgominato il parlamento servendosi del medesimo parlamento dava a Mussolini una forza enorme. 
Nel 1924 Mussolini ha problemi proprio con i fascisti divisi fra una "sinistra" rivoluzionaria e socialisteggiante, e una "destra" liberale e normalizzatrice. A i primi non è bastato formare la Milizia per tranquillizzarli e soprattutto quelli delle periferie Roberto Farinacci, il RAS di Cremona, definiva il regime come "ROMA TROIAIO", per il clima di corruzione che esisteva ai vertici del partito ed anche per la condotta poco costumata del Duce.

Molti ammiratori del Mussolinismo potrebbero obiettare che - a differenza dell'oggi - tutto sommato (libertà di pensiero e associazione abolite) si stava bene. Sbagliato. Gianfranco Vernè giornalista e storico (nient'affatto denigratorio nei confronti del fascismo) scrive:

"Nel 1940, al momento della dichiarazione di guerra, l'italiano medio viveva già molto peggio di due o tre anni prima. I prezzi avevano preso a salire nel 1937, con la guerra avevano cominciato a correre. Questa corsa era evidente in tutti i generi tranne che nei trasporti, gli unici a mantenere un prezzo politico. La carne era sempre stata uno dei generi più cari, ma tra il 1938 e il 1940 il prezzo era salito circa di un terzo, senza alcun miglioramento negli stipendi. Era quella, del resto, l'epoca in cui Mille lire al mese venivano immaginate come il benessere assoluto... Quelle mille lire, secondo i dati Istat, equivarrebbero a 800 mila lire di oggi del 1989,  Uno stipendio basso, dunque. Non dobbiamo però dimenticare che il ritmo e i costumi di vita di quell'epoca erano molto diversi: non avere problemi a legare il pranzo con la cena voleva già dire star bene. In altre parole: l'Italia entra in guerra già col fiato corto. La prima iniziativa ad essere lanciata dal regime dopo la dichiarazione di guerra fu la raccolta della lana: in ogni borgo, in ogni città, giravano carri tirati da cavalli per raccogliere lana con cui fare le divise. I Balilla sui carri raccoglievano inevitabilmente grandi scorte di vecchi calzini. E una potenza non si prepara alla guerra raccogliendo vecchi calzini. Nel 1940 c'erano in Italia 280 mila automobili; nel 1943 gli autoveicoli circolanti, compresi cioè i trasporti militari, erano 70 mila, un quarto del dato di partenza che era già bassissimo. Questo vuol dire che i primi tre anni di guerra avevano spazzato via tutto quel che c'era. E quel che c'era, era un niente, un'economia di tipo contadino trasferita in città, nelle famiglie piccolo borghesi". "L'economia italiana era semplicissima, quindi fragilissima. Facciamo qualche esempio: era un'economia basata sul risparmio. Una delle costanti di vita familiare di prima della guerra era stata quella di regalare, a chi compiva gli anni o ai bambini che nascevano, il libretto della Cassa di Risparmio; e le famiglie che potevano ad ogni ulteriore compleanno aggiungevano al conto cento lire. Era il piccolo tesoro che ognuno si costruiva. I Buoni del Tesoro erano poi una cosa quasi sacra. Quando la lira prese a svalutarsi crollò non solo l'economia familiare ma soprattutto il morale della famiglia, qualsiasi motivo di fiducia. Quando le donne furono costrette ad andare a lavorare perché i mariti erano stati chiamati dall'esercito, cominciò a crollare l'intero ideale di vita piccolo borghese su cui si basava il fascismo".

D'altra parte basta interrogare un parente ancora in vita per sapere come si vivesse a quei tempi. La risposta il più delle volte è sempre la stessa: male, molto male. L'unica nota positiva riscontrata riguarda il fatto che si poteva lasciare l'uscio di casa aperto... tanto nessuno avrebbe rubato nulla. E che cosa si poteva rubare se non la miseria e la fame?


Il fascismo come terza via

I molteplici compromessi fra Fascismo e Monarchia, da una parte,  Fascismo e Vaticano, dall'altra, pongono il fascismo al di fuori di qualsiasi tipo di socialismo finanche di carattere nazional-popolare; e dunque il fascismo come soluzione alternativa al capitalismo borghese e al bolscevismo non ha avuto alcun esisto positivo essendosi (il fascismo) fermato ad alcune petizioni di principio, senza approdare ad alcuna forma precisa di governo nel campo economico.  Il suo ciclo evolutivo non solo  fu incompleto ma anche assai superficiale e poco approfondito teoricamente,  tale da non fornire una risposta chiara e precisa al modello economico, sociale e politico che si voleva dare in confronto al Capitalismo e al Comunismo.

Di là dalla pura quaestio storiografica, il ventennio fascista è da considerarsi l'estrema vestigia di una concezione ottocentesca di governo e dello Stato nel senso che ha cercato nell'autarchia e nel colonialismo una posizione politica nel mondo,  intendendo il confronto internazionale come basato su sistemi economici impermeabili fra loro e principalmente fra governi piuttosto che sulle dinamiche relazioni extra-governative dei sistemi aperti. Appare chiaro ed evidente che anche la socializzazione mai realizzata durante il ventennio fascista fu attuata in parte durante la RSI. 

L'esperienza che ne scaturì fu assai scoraggiante soprattutto per gli operai...
Per il resto è chiaro a tutti che ogni valutazione sul Fascismo non può trascurare la catastrofe della guerra e della sconfitta dovuti all'irresponsabilità personali di Mussolini. Costui, al di la di tutte le sciocchezze che sono state scritte, ha avuto anche il demerito (per i fascisti) di aver svuotato il fascismo nello Stato.. anziché fare il contrario, come invece è avvenuto negli altri sistemi totalitari.
 ©  ☭ Pedro