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giovedì 1 luglio 2021

Cosa resta del comunismo in Cina?

IL PARTITO DI MAO HA 100 ANNI

I capitalisti, un tempo malvisti, oggi vengono accolti a braccia aperte dal Partito Comunista Cinese, purché rispettino determinate condizioni e giurino fedeltà a un’organizzazione ormai formata più da funzionari che da operai.



Il Partito comunista cinese (Pcc), al traguardo dei suoi 100 anni, è diventato capitalista? A quarant’anni dalle riforme di liberalizzazione economica avviate da Deng Xiaoping, oltre 800 milioni di persone sono uscite dalla povertà e lo Stato-partito guida ormai la seconda economia mondiale – o la prima, a parità di potere d’acquisto – con il 18% del prodotto interno lordo (Pil) globale. L’introduzione dell’economia di mercato e l’accelerazione della crescita sono andate di pari passo con un aumento esponenziale delle disuguaglianze: il coefficiente di Gini, che ne misura il livello, è cresciuto di quindici punti tra il 1990 e il 2015.

Queste trasformazioni hanno favorito l’ascesa del settore privato, ma lo Stato mantiene un controllo diretto su gran parte dell’economia, con il settore pubblico che rappresenta circa il 30%, rendendo la Cina un classico esempio di capitalismo di Stato. Inoltre, il Pcc è riuscito in gran parte a cooptare le élite emerse da questa economia liberalizzata. Anche se l’ideologia comunista non gioca più un ruolo nel reclutamento, la struttura organizzativa leninista resta al centro del rapporto tra Stato e capitale.

Il Partito, i cui ranghi continuano a crescere fino a raggiungere circa 92 milioni di iscritti (pari al 6,6% della popolazione) , si è gradualmente trasformato in un partito di «colletti bianchi». All’inizio degli anni 2000, l’allora presidente Jiang Zemin aveva eliminato il divieto di reclutare imprenditori del settore privato, fino ad allora considerati nemici di classe, così che il Pcc non rappresentasse più solo le classi «rivoluzionarie» – operai, contadini e militari – ma si aprisse alle «forze produttive avanzate» del Paese. Gli imprenditori selezionati sono diventati membri dell’élite politica, garantendo alle aziende, almeno in parte, una protezione dai dirigenti con tendenze predatorie.

Il loro reclutamento ha subito un’accelerazione sotto la presidenza di Xi Jinping (dal 2013), con l’obiettivo di creare «un gruppo di individui del mondo degli affari determinati a camminare al fianco del Partito ».

Il risultato è che il Pcc è diventato rapidamente sempre più elitario. Già nel 2010, «professionisti e manager laureati» avevano raggiunto in numero contadini e operai. Dieci anni dopo li avevano superati, rappresentando il 50% degli iscritti, contro meno del 35% di operai e contadini .

Se «l’impegno per il comunismo» era una delle principali ragioni di adesione al Partito nell’epoca maoista (1949-1976), oggi le motivazioni sono più pragmatiche: soprattutto favorire la propria carriera professionale. Attraverso la formazione interna offerta, si nota come il Partito si presenti come una struttura manageriale ispirata al neoliberismo, orientata a una gestione efficiente della popolazione e dell’economia .

Tuttavia, la minore enfasi sull’ideologia comunista non mette in discussione il principio di lealtà richiesto ai membri, che devono dimostrare uno «spirito di partito», simile allo spirito d’impresa, mirato al successo.


mercoledì 11 giugno 2014

E.B.

In un mondo dominato dall'Alta finanza, dal potere mafioso e dalla corruzione capillare a tutti i livelli, ricordare, a 30 anni dalla sua scomparsa, la figura di Enrico Berlinguer, appare come una vera e propria sfida.
Eppure, proprio in questo quadro a tinte fosche, la figura del politico sardo assume un ruolo di primaria importanza, collocandolo in un ruolo inusitato, di politico d'alto rango, considerato quello che fu il suo messaggio più importante. Berlinguer ha interpretato e difeso valori semplici e allo stesso tempo centrali di qualsivoglia idea politica.
L'irrinunciabile necessità di una riscoperta dei valori etici nella politica eleva la figura di Enrico Berlinguer ad attore di primissimo piano, a cui nessuno, a meno che non sia insincero o in malafede, può esimersi di tributargli un sincero plauso. 

Berlinguer nacque e formò la sua personalità in un ambiente che oggi potremmo definire liberal-democratico e che ieri poteva essere inquadrato come mazziniano.
Nonostante abbia frequentato la facoltà di Giurisprudenza rinunciò a laurearsi e, indi, a svolgere la professione forense, preferendo dedicare il suo tempo occupandosi degli oppressi, scegliendo la lotta politica nel PCI, poiché egli aspirava alla creazione di un mondo nuovo, libero e democratico, fondato sulla giustizia sociale.

Nel ricordo vivissimo della battaglia di Stalingrado coltivò, come tutti i compagni dell'epoca, il mito di Stalin, fece parte della ristretta direzione del PCI e fu presidente della Federazione mondiale della Gioventù democratica di osservanza moscovita e lì divenne esperto di relazioni internazionali e di trattative interminabili coi sovietici. Nel fatale 1956 fu l'unico nella direzione del PCI a non colpire Giuseppe Di Vittorio per il sostegno della CGIL ai ribelli ungheresi. Si dissolse qui per Berlinguer il mito dell'URSS. Dopo Togliatti, soltanto Berlinguer, tra i dirigenti comunisti,  fu privo di ogni timore reverenziale nei confronti dei dirigenti sovietici. Nell'autunno 1964, appena morto Togliatti, fu calmo, martellante e implacabile (secondo una testimonianza di Bufalini) nel duro confronto con l'ideologo  Michail Suslov, inflessibile accusatore del defenestrato Kruscev.  Nell'autunno del 1968 guidò a Mosca la delegazione del PCI che Rifiutò la tesi sovietica dell'avvenuta normalizzazione in Cecoslovacchia, portata sui cannoni dei carri armati del Patto di Varsavia.
La primavera di Praga erano stati abbattuti proprio perché avevano tentato di sperimentare il "modello italiano", che innestava sul tronco comunista la libertà, la democrazia e il pluralismo. Quando il segretario Longo, ripresosi dall'ictus, impose la nomina di un vicesegretario, scelse Berlinguer, proprio per la fermezza dimostrata negli incontri con i sovietici, come ebbe a ricordare anche Goprgio Amendola.
Qualche mese dopo alla conferenza mondiale dei partiti comunisti a Mosca B, nel giugno 1969 annunciò l'astensione del PCI su tre dei 4 punti del documento congressuale: respinse la concezione dello Stato e del partito guida e indicò la libertà e la democrazia come il viatico del comunismo italiano.
I compagni sovietici - a casa loro - rimasero stupefatti di tanto coraggio: non avevano mai ascoltato un discorso del genere!  L'originale segretario comunista italiano fu elogiato coram populo dalla stampa internazionale. In Italia i governi di centro sinistra presieduti da Moro, tra il '64  e il '68, furono bloccati dalle resistenze conservatrici ai progetti riformatori e al governo dello sviluppo tentati da Moro e da Saraceno, da La Malfa e da Giolitti.
La disponibilità nel '69 del rinato PSI di De Martino di Mancini e di autorevoli leader democristiani , quali Moro De Mita e Andreotti, al confronto politico e parlamenteare col PCI, mise in allarme gli ambienti moderati e conservatori in Italia e le potenze del mondo bipolare.
Iniziò il tempo delle stragi, dei tentati golpe, dei terrorismi neri e rossi. Nell'autunno del 1973 il segretario pubblicò i primi articoli di riflessione dipo i fatti del Cile pubblicò

http://www.radioradicale.it/scheda/416990/enrico-berlinguer-a-30-anni-dalla-scomparsa