sabato 4 maggio 2019

I CONSIGLI DI GESTIONE



L'Italia esce dalla guerra in condizioni economiche disastrose: un terzo del patrimonio nazionale era stato distrutto, danni ingenti alle abitazioni, ai servizi civili, alle opere pubbliche, ai mezzi di comunicazione e alla rete dei trasporti. Gli insediamenti industriali, pur limitatamente danneggiati, soffrivano dalla mancanza di materie prime e dalla necessità di riconvertire gli impianti dalla produzione bellica a quella civile.
Inoltre i rapporti sociali erano stati sconvolti dalla guerra e dalla lotta di Liberazione. La classe operaia aveva preso coscienza della propria forza politica, del ruolo svolto nella lotta contro il fascismo durante la Resistenza.
Con la fine della Resistenza l'unità delle forze antifasciste tenta di proseguire la sua strada con la nascita dei Consigli di Gestione nelle fabbriche e la partecipazione comune dei rappresentanti delle varie tendenze politiche e di quelli dell'azienda.
Con il decreto del Clnai del 17 aprile 1945, emanato a Milano, viene abrogata la regolamentazione sociale fascista e può essere considerato l'atto formale di nascita dei consigli di gestione. Abrogando la legislazione della Repubblica Sociale italiana in materia di socializzazione delle imprese, sanciva nel medesimo tempo il principio della partecipazione alla gestione delle aziende da parte di tutte le sue componenti attraverso nuovi e democratici consigli di gestione.
Il decreto prevedeva che i comitati di liberazione, in attesa dell'elezione dei nuovi organismi, assumessero la rappresentanza delle maestranze e la gestione delle aziende.
La partecipazione operaia alla gestione dell'azienda trova la sua motivazione nel contributo che i lavoratori avevano dato alla lotta di liberazione, attraverso opere di sabotaggio, scioperi non solo di carattere economico-rivendicativo, ma anche politico a difesa delle industrie e della manodopera minacciata di trasferimento in Germania. Nei giorni dell'insurrezione la classe operaia aveva occupato e salvaguardato le fabbriche da eventuali distruzione, preservando non solo il patrimonio industriale ma garantendo una rapida ripresa del lavoro a liberazione avvenuta.
Non solo il prezzo pagato dai lavoratori durante la Resistenza doveva essere riconosciuto, ma la lotta contro il nazifascismo aveva creato, secondo Di Vittorio, un nuovo spirito tra i lavoratori, perché, la difesa dei luoghi di lavoro, aveva cancellato negli operai quel senso di estraneità alla fabbrica, considerato fino a quel momento simbolo dello sfruttamento padronale (84).
Le trattative per la costituzione del Consiglio di gestione alla Riv non sono state facili. Viene presentata domanda al Cln aziendale nel novembre del 1945, senza trovare alcuna opposizione da parte dell'azienda(85).
Anche alla Riv si scontrano subito due linee interpretative sul ruolo dei Consigli: per la Democrazia cristiana essi dovevano mirare alla corresponsabilizzazione , alla gestione dell'azienda e alla partecipazione degli utili attraverso l'azionariato operaio, quindi dovevano avere un compito deliberativo; i socialcomunisti escludevano che i consigli potessero mirare alla collaborazione di classe, attruibuendogli un compito di controllo della produzione, vedendo nel Consiglio uno strumento di lotta di classe, con carattere puramente consultivo.
Divisioni politiche di non poco conto nelle quali si inseriva la volontà dell'azienda di procedere alla ricostruzione in collaborazione con le forze operaie, per aumentare il potenziale produttivo e il profitto, ma senza perdere il controllo del potere aziendale. Posizione alternativa non solo a quella socialcomunista ma anche a quella moderata della Democrazia cristiana.
Viene nominata una Commissione di studio che elabora un regolamento dei Consigli nel febbraio del 1947, nel quale si sanciva la forma consultiva dell'organismo. Posizione che poteva essere accettata sia dalla sinistra che dalle aziende: i primi non vedevano compromessa la loro purezza ideologica della lotta di classe con forme più o meno subdole di cogestione, i secondi ritenevano di aver le mani liberi per una ricostruzione in nome del profitto capitalistico.
Le elezioni si svolsero il 6, 7 e 9 maggio 1947, con buona affluenza alle urne. Alla Riv di Torino dei sei membri effettivi da eleggere, cinque erano comunista e uno socialista; a Villar Perosa un democratico cristiano , un socialista e un comunista.
A Villar Perosa le elezione avvengono il 7 e 9 maggio con una forte affluenza alle urne: tra gli operai si raggiunge il 93,5% , contro il 65% di votanti per l'elezione della Commissione interna.
Tra gli operai viene eletto Cucchiarati Eristano (comunista), 1322 voti) con supplente Pesce Gino; Giacosa Renato ( socialista), 841 voti) con supplente Data Ferdinando.
Tra gli impiegati viene eletto Carlo Borra ( corrente cristiana, 800 voti), con supplente Colombo Pietro (86).
La direzione generale della Riv convoca il Consiglio per la seduta di insediamento il 17 maggio 1947, con la partecipazione dei nove rappresentati dei lavoratori ed altrettanti designati dall'azienda, scelti tra i dirigenti più autorevoli.
Vengono anche nominati, su proposta dei lavoratori, due segretari: uno per Torino e uno per Villar. Viene designato come segretario di Villar Perosa Carlo Borra.
Gli intenti professati erano, negli enunciati, nobili: il Consiglio aveva "fra i suoi compiti la difesa del lavoro, e dà la possibilità di prendere parte attiva alla vita dell'azienda
concorrendo al suo sviluppo e potenziamento nel comune interesse" (87). Da parte dell'azienda il coinvolgimento dei dipendenti era importante se limitato a presentare proposte di miglioramento strumentale e organizzativo all'attività produttiva. Anzi erano anche previsti dei premi per le proposte ritenute utili.
Il timore che l'azienda intendesse coinvolgere i lavoratori solo come punto di forza in questa fase della ricostruzione e del rilancio della produzione ( e dei profitti) era diffuso. Nel luglio del 1948 i rappresentanti dei lavoratori, nel Consiglio consultivo di gestione, nella loro relazione ribadiscono che i C.d.G. erano sorti nella lotta di Liberazione e avevano come fine la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell'azienda , strumento per introdurre uno spirito nuovo nella vita democratica del Paese, e per realizzare il principio costituzionale che la
Repubblica italiana è una repubblica democratica fondata sul lavoro (88).
In un volantino distribuito a Villar e Torino i rappresentanti dei lavoratori presenti nel Consiglio sottolineano due aspetti dell'operato di tali organi per avvalorarne la loro importanza: il primo era il ripristino degli impianti distrutti dalla guerra, l'introduzione di nuovi macchinari, di impostare nuove produzioni e, in generale, di perfezionamento e potenziamento della produzione; il secondo di aver affrontato i problemi dei lavoratori: le case per le maestranze, integrazione alla pensione per i dipendenti anziani, potenziamento degli impianti sportivi e delle attrezzature delle colonie estive, l'assunzione di altra manodopera e così via (89).
Di fatto scarsi sono stati i compiti effettivamente portati a termine dai Consigli: divergenze politiche, obiettivi contrastanti e sfiducia reciproca tra le parti in causa finiscono per paralizzare il loro operato, che si tramuta in una lenta agonia nel disinteresse quasi generale, in particolar modo da parte delle aziende felici di eliminare sia un pur minimo controlla da parte
operaia nelle officine, esaurito il compito della ricostruzione post bellica (90).
Nonostante questo i lavoratori ritenevano utile i Consigli di gestione. Nel 1950 la Direzione Riv tergiversa nel convocare le elezioni del nuovo Consiglio di gestione. Motivo: il presunto intreccio di competenze che coinvolgevano i Consigli e le Commissioni interne.
I rappresentanti dei lavoratori, colta anche la pretestuosità delle motivazioni aziendali, ricordano che il regolamento prevedeva la rielezioni dei rappresentanti ogni due anni. Per dare maggiore forza alla loro richieste viene indetto un referendum, a Villar e Torino, nel quale si chiedeva ai dipendenti se ritenevano opportuno la rielezione dei rappresentanti dei lavoratori nel Consiglio di gestione . A Villar, su 4109 presenti, votano in 3833, e di questi rispondono affermativamente 3688, con una percentuale favorevole alla sollecita rielezione del 90,21% dei votanti e dell'89,85 dei presenti.
Esito analogo si ha anche nello stabilimento di Torino (91).
A fronte del plebiscito la Riv non può più temporeggiare e, nel luglio del 1950, si vota per il Consiglio di gestione per il biennio 1950-1951, con questi risultati: dipendenti operai 4038, presenti 3698, votanti 3449 (93,40%); dipendenti impiegati 347, presenti 318, votanti 255 (80,20%).
Risultano eletti: Nota Livio, operaio, con 2042 preferenze, Roggia Dante, operaio con 1949 preferenze , e Borra Carlo, impiegato con 200 preferenze; membri supplenti: Belli Giovanni, operaio con 1304 preferenze, Vercelli Mario, con 710 preferenze, e Pronello Michele, con 66 preferenze.
"Il Consiglio di gestione era una cosa che dava molto fastidio al padrona - rammenta Eugenio Morero - perché era formato specialmente da operai specializzati, da ottimi lavoratori, magari con idee differenti da quelle che aveva l'azienda. Tuttavia ponevano in primo piano la fabbrica, il suo sviluppo, la sua potenzialità. Il C.d.G. proponeva di cambiare, di modificare i rapporti di lavoro, di produzione. Questa era una cosa che dava fastidio alla Direzione e a un certo punto sono morti di morte naturale, senza più essere rinnovati" (92).
Livio Notta ribadisce quanto viene affermato, sottolineando che " I Consigli di Gestione sono morti perché il padrone ha acquistato maggior potere. Dava fastidio al padronato: gli operai andavano a ficcare il naso nella produzione, nei bilanci"(93).
I Consigli di gestione vengono svuotati di ogni potere effettivo:" La riunione dei consigli era mensile e in essa Bertolone ci faceva una relazione sull'andamento dell'azienda. Noi avevamo poche
possibilità di comprovare - sottolinea Carlo Borra - se quello che ci diceva era vero o meno e la sua morale era quella che bisognava lavorare di più. Noi non avevamo gli strumenti per contestare con cognizione di causa le sue affermazioni.
I comunisti da parte loro si sono accorti che i Cdg potevano solo avvallare le posizioni padronali. Uno dei motivi che i comunisti hanno mollato i Consigli e che hanno compreso che difficilmente si sarebbe potuto arrivare alla rivoluzione" (94).
Un dato è certo: i Consigli di Gestione hanno dato un contributo fondamentale durante la fase di ricostruzione delle aziende nei primi anni del dopoguerra. Tra il 1946 e il 1947 la produzione italiana aumenta di quasi il 50% rispetto al 1945. E' lo stesso Valletta a riconoscere nel 1947 che "I Consigli di Gestione danno il loro contributo specie nell'ardua contingenza di dover migliorare e intensificare la produzione" e che nel 1948 l'aumento "della produzione unitaria ha concorso un risollevato indice della produttività individuale operaia" (95).
Se questo accadeva alla Fiat, stabilimento nel quale le tensioni sindacali e politiche erano molto forti, a maggior ragione è fondato per la Riv di Villar Perosa, anche perché in quegli anni, in generale, il Pci e la Fiom volevano dimostrare le capacità dirigente della classe operaia, il suo senso di responsabilità. Progetto che si incrina con la sconfitta elettorale dell'aprile 1948 e il nascere della guerra fredda.
Il Consiglio di gestione, man mano che assolve il compito che di fatto ha realmente compiuto ( la riorganizzazione e il rilancio produttivo), si limita a discutere delle colonie e del medico di fabbrica, dell'acquisto rateale del frigorifero e della motocicletta o del finanziamenti al gruppo sportivo. Tutti argomenti che potevano essere oggetto di contrattazione tra Commissione interna e Direzione aziendale.
In sostanza il Consiglio contribuisce al rilancio produttivo, con forme anche di esasperato produttivismo, ma nel contempo conduce a forme di subalternità operaia, portando dentro la sua stessa prospettiva, al di là dei nobili obiettivi espressi nei documenti, il germe della dissoluzione: non poteva nè diventare nuove forme di potere operaio (concezione comunista) né organi di partecipazione interclassista alla vita dell'azienda (concezione democristiana).
Il gruppo dirigente industriale aveva inteso il ruolo del Consiglio di Gestione strumentale alla mera ricostruzione post-bellica, per poi riprendere, dopo parziali quanto illusorie concessioni di potere al sindacato e alle opposizioni politiche, tutto il potere di comando.


L'ATTENTATO A TOGLIATTI E LA SCISSIONE SINDACALE

Mentre le bombe spazzavano via le officine Riv, a Roma nel giugno dello stesso anno, dopo il crollo del fascismo dell'8 settembre 1943, viene firmato un patto d'azione unitario dai rappresentanti sindacali dei tre grandi partiti di massa (democratico cristiano, socialista e comunista) dello schieramento dei Comitati di liberazione nazionale.
Un'unità voluta e sostenuta dai lavoratori ma, come vedremo, di non lunga durata a causa delle profonde divergenze politiche che travaglieranno questa momentanea unità del movimento sindacale.
Nelle officine di Villar molto radicata e organizzate era la struttura dei comunisti, reduci dalla lunga esperienza di sopravvivenza nella clandestinità sotto il fascismo, con le loro cellule. I cattolici nelle aziende pinerolese, in particolare alla Riv come maggior azienda della zona, si riunivano attorno ai Raggi di officina, nati nel 1940 ma entrati in piena attività solo dopo l'otto settembre 1943. I Raggi coagulavano l'interesse di un gruppo di cattolici, circa 250 in tutto il pinerolese, attorno a temi eminentemente di carattere religioso, anche se aiutò ad inserire i lavoratori cattolici nel fermento sociale che si stava sviluppando nelle fabbriche, creando i presupposti della nascita della futura corrente sindacale cristiana nel Pinerolese.
I Raggi d'officina erano patrocinati dall'Azione cattolica, formati da lavoratori che lavoravano nel medesimo luogo di lavoro. Lo scopo del Raggio era indirizzato verso tre specifici campi: la promozione dell'attività religiosa sui luoghi di lavoro ( la messa festiva, l'educazione religiosa, ecc.), la moralizzazione degli ambienti di lavoro ( contro la bestemmia, le letture immorali, ecc.) e l'attività caritativa (opere di beneficenza, visite ai malati). Alla Riv di Villar si contavano nel 1944 45 aderenti negli uffici e 32 nelle officine.
Divisioni in campo sindacale faranno capolino anche nel pinerolese: quando nel novembre del 1945 si svolgeranno a Pinerolo le elezioni del direttivo della Fiom locale viene eletto a segretario un democristiano, pur con i soli 253 voti della corrente cristiana ( un solo membro eletto), i 1093 voti dei comunisti (4 membri comunisti) e i 965 dei socialisti (4 socialisti).
Le diatribe nelle sinistra portano alla designazione a segretario di Carlo Borra, uomo di indubbia dirittura morale ma con posizioni politiche ben poco concilianti con quelle della sinistra.
Nel settembre del 1943, subito dopo il tracollo regime mussoliniano, viene stipulato l'accordo, tra confindustria e commissari delle confederazioni sindacali, sulle commissione interne, le quali avevano poteri di negoziazione sindacale. Tuttavia dopo l'8 settembre, con l'armistizio e l'occupazione tedesca, le commissioni interne entrano in clandestinità per riemergere dopo la liberazione.
Se le vecchie commissione interne potevano ancora emergere dalla memoria degli anziani operai che le avevano conosciute prima della loro soppressione operata dal fascismo, erano completamente sconosciute per i giovani lavoratori che avevano vissuto sotto il fascismo e che non avevano alcuna pallida idea su queste democratiche istituzione del movimento sindacale. Non dimenticando che con la soppressione delle libertà, l'assenza di dibattito politico e sindacale la memoria storica aveva ben poco potuto tramandarsi.

Come si poteva procedere, con la rinascita della libertà, alla elezioni di questi organi rappresentativi se molti operai non ne sapevano nulla?
Il compito e l'onore di tramandare questa memoria storica l'ha avuto Emilio Travers il quale racconta che cosa vi verifica alle officine di Villar Perosa, appena terminata la Liberazione: "Gli operai cascavano dalle nuvole dopo tanti anni di silenzio sotto il fascismo. Io invece sono venuto a sapere parecchie cose da quelli più anziani di me, che hanno vissuto tutto lo sviluppo del fascismo e sono stati anche perseguitati. Da loro ho imparato tante cose, ero un po' aggiornato. Un giorno abbiamo fatto un'adunata nel corridoio centrale delle officine e io sono salito su un vagone ferroviario: c'erano tutti gli operai riuniti, il corridoio era pieno, e così ho spiegato che cosa erano le commissioni interne, il loro compito. Gli operai non sapevano neppure che cosa erano state le commissioni interne prima del fascismo, erano stati "imbalsamati" dopo tanti anni di dittatura. (...) Poi in seguito insieme a dei vecchi militanti si è cercato di formare delle liste per le elezioni, segnalando le persone più attive. A quel tempo c'era solo la Cgil, funzionava solo la Cgil. E tutto era funzionato bene: la Direzione riceveva La Commissione, anche perché era nel suo interesse cercare di calmare gli animi" (96).

Intanto il clima sindacale dopo la liberazione si surriscaldava.
Nel patto sindacale unitario del 1944, tra la corrente socialista, comunista e democristiana, cominciavano ad aprirsi crepe sempre più profonde. Le divisioni ideologiche era forti, dopo l'unità antifascista si apre l'era della contrapposizione tra l'Occidente e il blocco Sovietico. La guerra fredda era ormai cominciata: il segnale esplicito erano state le due bombe atomiche lanciate dagli americani sul Giappone nell'agosto del 1945.
Le tensioni politiche si riversavano con prepotenza all'interno del sindacato, e si può dire che la caratteristica più rilevante del sindacato nel dopoguerra è la sua politicizzazione. In modo particolare era evidente l'adeguamento, da parte della componente sindacale comunista, alla linea strategica del Pci, con un rapporto di cinghia di trasmissione che fa emergere una nuova concezione del sindacato, da strumento puramente rivendicativo e difensivo della classe operaia, alla funzione di rappresentante della nazione intera all'interno di una prospettiva di ricostruzione politica ed economica.
Quando l'unità sindacale si incrina questo avviene per la rigida spaccatura del mondo in blocchi contrapposti e per i dissensi che fiorivano fra i partiti, ma quelle divisioni mediavano già un conflitto presente all'interno del movimento sindacale: tra chi voleva contenere l'iniziativa delle rivendicazione dei lavoratori in un quadro di compatibilità con le esigenze del capitale e delle politica economica del governo, e chi voleva difendere l'autonomia della iniziativa operaia, a salvaguardia del posto di lavoro, di un salario accettabile e di spazi di libertà democratiche.
Comunque, fin dall'inizio del 1947, il governo Usa comincia ad allarmarsi per la forza della sinistra in Italia, la quale aveva ottenuto vantaggi nelle elezioni amministrative del 1946, e persegue essenzialmente tre obiettivi:1) rafforzamento delle forze politiche centriste; 2) salvaguardare un sistema socio-economico di mercato; 3)inserire la politica estera italiana nel contesto strategico della struttura Nato.
La mozione della Corrente sindacale cristiana al 1° Congresso della Cgil di Firenze ribadiva i principi che poi furono motivo fondamentale della scissione. Secondo essa il sindacato doveva: 1) rendersi nella sua azione indipendente da ogni partito politico; 2) rispettare la pluralità delle opinioni politiche e la fede religiosa degli associati; 3) contenere la sua attività nello specifico campo sindacale.
La ruggine era profonda, radicata in concezione culturali diverse. I militanti della corrente cristiana nel sindacato rilevavano ciò che li divideva dai comunisti:" Non siano anticomunisti dichiarati, come qualcuno vorrebbe. Semplicemente perché come lavoratori abbiamo dei motivi fondamentali che ci uniscono a tutti gli altri lavoratori, di qualunque idea siano, perché come cristiani auspichiamo una fraternità che è contraria a qualunque anti.
Però, per chiarezza, appunto come lavoratori e come cristiani non approviamo e siamo decisamente contrari a certe posizioni comuniste. Così come cristiani avversiamo il loro dichiarata materialismo che per forza di cose riduce la nostra persona ad essere calcolata al massimo a peso di muscoli e di fosfati, così come lavoratori contrastiamo il metodo comunista di fare di ogni
questione sindacale un agganciamento ai fini del loro partito" (97).
E' indubbio che la cultura della corrente sindacale cristiana e quella dei comunisti era profondamente diverse. Il dettato di fede faceva dire alla corrente sindacale moderata che le differenze sociali e politiche non dovevano dare adito a contrasti insanabili, a logiche di lotta di classe, perché ogni uomo è creatura di Dio, al di là della classe sociale di appartenenza. Capitale e lavoro sostengono entrambi la società economica, pur avendo a volte interessi divergenti, ma mai contrapposti e sempre ricomponibili secondo una filosofia sociale interclassista. La cultura comunista era fautrice di una politica di classe che vedeva contrapposti operaio e imprenditore, e, almeno nei suoi enunciati, tale contrasto era insanabile e superabile unicamente con un nuovo assetto economico, politico e sociale alternativo a quello capitalista (98).

Il crescente accumularsi di attriti nel sindacato era la speculare acuirsi della contrapposizione tra il blocco moderato e quello socialcomunista. Il 1947 è un anno di svolta: De Gasperi nel gennaio vola in America è ottiene un grosso prestito a favore dell'Italia, mentre a Roma Saragat abbandona il Pci, e a luglio, a Parigi, si apre la conferenza economica del Piano Marshall. Dietro un programma di aiuti americani per finanziare la ricostruzione europea, si delinea l'egemonia politica ed economica degli Usa sull'Europa Occidentale. Il 1947 è anche l'anno decisivo
per la fine della politica che aveva cercato nella collaborazione antifascista un assetto stabile, nella quale poter esercitare una apprezzabile influenza dei partiti operai.
Dietro la scissione sindacale vi erano interessi che andavano al di là delle divergenze politiche tra le varie correnti sindacali: settori moderati e conservatori del mondo politico, gli industriali e gli stessi Stati Uniti, finita l'epoca resistenziale, avevano come obiettivo di contenere le forze di sinistra e, nel sindacato, la corrente socialcomunista.
Nell'agosto del 1948 la Cgil denunciava che i grandi capitalisti erano interessati a dividere la classe operaia, a creare le condizioni di un loro strapotere e aumentare lo sfruttamento della manodopera, e questo era possibile colpendo in primis l'unità sindacale, vedeva, pur nel linguaggio roboante della propaganda ideologica, il giusto: con la scissione si aprirà, negli anni Cinquanta, una fase di forte repressione che cercherà di mettere in ginocchio il sindacato nelle fabbriche, dando spazio ad un sindacato moderato e interclassista, quando non nettamente filopadronale.
La corrente sindacale cristiana ( la futura Cisl) guardava da un lato all'Enciclica Rerum Novarum e dall'altra oltre l'Atlantico, al sindacalismo americano pur con tutti gli adattamenti alla realtà italiana. Infatti, per quando riguarda lo sciopero, l'art. 49 dello Statuto del Sindacato nazionale americano dei lavoratori dell'industria automobilistica, areonautica e delle macchine agricole recita che "Prima della proclamazione pubblica di uno sciopero, deve essere convocata all'uopo un'assemblea straordinaria dei soci del sindacato Locale, od è richiesta una votazione segreta per decidere a maggioranza semplice se procedere alla proclamazione o soprassedervi".
Il sindacato in Italia ha sempre cercato di rappresentare, attraverso i suoi iscritti e militanti, tutti i lavoratori e non solo i suoi aderenti, ma questo relazione verso un tipo di sindacato apolitico e apartitico era una barriera contro l'atteggiamento ritenuto scioperaiolo e politico della Cgil.
Ma dagli Stati Uniti, per la corrente sindacale cristiana, non vi era solo da trarre l'esempio di un sindacato democratico, ma tutta la società americana era posta a modello con un misto di realtà e (molta) fantasia. Questo faceva scrivere che in America "L'operaio lavora con guanti per non sporcarsi e quando esce dall'officina non porta su di sè nessun segno esteriore del lavoro in fabbrica. Sente effettivamente di essere rispettato e di dover portare rispetto alla sua persona" (99).
Al mito dell'America viene, nel campo politico e ideologico speculare, opposto il mito della grande Unione Sovietica, patria del benessere, del lavoro garantito, del limpido rispetto per la dignità di ogni lavoratore. E' sufficiente leggere "Il 7B" periodico dei comunisti della Riv di Villar, per comprendere che, accanto ai risvolti positivi della rivoluzione d'Ottobre, la nebbia dell'ideologia oscurava i lati sinistri della storia del comunismo sovietico, rappresentata nella sua veste più deteriore dallo stalinismo. Anche la Russia, come l'America per i democristiani, era il modello di società costruito, dai comunisti italiani, con una mescolanza di realtà e (molta) fantasia e astrazione ideologica.
Il 1948 è l'anno cruciale.
Il 18 aprile alle elezioni per il primo Parlamento repubblicano il Fronte democratico popolare (comunisti e socialisti) ottiene solo il 31% dei suffragi, mentre la Democrazia cristiana conquista una schiacciante vittoria con il 48%.
Sicuramente le elezioni del 1948 sono state il nodo di una lotta quasi apocalittica tra la sinistra e le forze del centro-destra, ed è stata sicuramente una delle campagne elettorali più combattute in Europa.
Il 14 luglio Palmiro Togliatti, segretario del Pci, all'uscita del Parlamento, alle ore 11,30, viene ferito gravemente da quattro colpi di pistola sparati da un giovane fanatico anticomunista, Antonio Pallante, 24 anni, studente di legge all'Università di Catania.
Immediatamente hanno luogo numerosi scioperi e manifestazioni di strada in molte località italiane. A Torino, alla Fiat, Valletta e altri dirigenti vengono sequestrati dagli operai e la redazione de "La Stampa" viene occupata e per due giorni il quotidiano non sarà nelle edicole. L'attentato scatena, dopo un primo senso di smarrimento e incredulità, una reazione rabbiosa - 30 morti e ottocento feriti- che mette a dura prova le giovani istituzioni repubblicane nate dalla lotta antifasciste e formalizzate con la recente entrata in vigore della Costituzione.
Sotto certi aspetti si è a un passo dall'insurrezione. L'attentato a Togliatti ha una risonanza enorme in campo politico, suscitando, e non solo in campo comunista, forte emozione, specie nelle fabbriche, fra i lavoratori. Il realismo politico di Palmiro Togliatti, appena colpito dalle pallottole della Smith & Wesson, richiama i suoi collaboratori alla calma, invitando a dissuadere ogni colpo di testa e facendo rientrare i focolai insurrezionali sorti nel Paese (100).
L'attentato getta benzina sul fuoco della già difficile convivenza nel sindacato tra la corrente cristiana e quella socialcominista. Anche a Pinerolo giungono i riflessi di quel 14 luglio:" Io ricordo bene -racconta Carlo Borra - perché a quel tempo ero segretario della Camera del Lavoro di Pinerolo per la corrente
cristiana e tutte le sere, arrivando dalla Riv, passavo a vedere
come andavano le cose... . Una sera sono passato e avevo già sentito le comunicazioni della radio di quello che era successo e dico che mi sono sentito un imputato in mezzo a tutti gli altri.
Tutti mi guardavano un po' come fossi io l'artefice dell'attentato e sentivo dire:" Il governo ha voluto fare fuori Togliatti". Dico francamente - e non è una battuta - il fatto che fosse arrivata la notizia della vittoria di Bartali al giro di Francia ha portato la gente a parlare un po' d'altro, salvandoci.
Certamente l'astio era forte perché davvero ci vedevano come prototipi dei traditori che attraverso l'attentato a Togliatti aveva tentato di dare un colpo grosso al Partiti comunista" (101).
Movimenti preinsurrezionali avvengono in alcuni parti d'Italia, anche perché la fine della lotta di liberazione era ancora vicina e le armi non dappertutto erano state consegnate. Non è il caso di Villar Perosa, perché "Per quanto sono a conoscenza, noi comunisti di Villar Perosa non abbiamo mai conservato le armi, anche nei momenti più difficile - narra Livio Notta -, nemmeno ai tempi dell'attentato a Togliatti avvenuto nel 1948. Se però un qualche evento grave portava a pensare che potesse succedere un qualcosa che dovesse minacciare la democrazia, eravamo presenti e attenti a far fronte e a rintuzzare. In occasione dell'attentato di Pallante a Togliatti qui a Villar Perosa si era dichiarato sciopero e mantenevamo un certo collegamento con Pinerolo per vedere cosa succedeva; e a un certo punto le cose si sono calmate" (102).
La Cgil dichiara subito lo sciopero generale che in molte città d'Italia assume un carattere insurrezionale. Il giorno seguente i democristiani della Cgil minacciano di abbandonare il sindacato se lo sciopero non viene concluso entro la giornata, vedendo in esso uno sciopero prettamente politico e finalizzato agli interessi dei comunisti.
Il 16 luglio la Cgil dichiara lo sciopero concluso. Ma ormai la convivenza non era più possibile: il 26 luglio, dopo un pronunciamento di Pastore in favore dalle scissione, l'esecutivo della Cgil espelle dal suo seno la corrente cristiana.
Ad ottobre la corrente democristiana si separa dalla Cgil e fonda la Libera Cgil. Giulio Pastore viene eletto segretario generale. Nell'aprile del 1950 assumerà il nome di Cisl.
In seguito alla nascita della Cisl, un piccolo gruppo di repubblicani e socialisti fonderanno l'Unione italiana del lavoro (Uil).
Come viene vissuta la scissione alla Riv? Carlo Borra sostiene che non ha mai "avuto timore ad affermare che il giorno della rottura sindacale non è stato un bel giorno per il mondo del lavoro.
Ma completavo dicendo che anche il taglio di un braccio non è cosa buona per una persona. Ma se serve ad evitare una cancrena mortale, ben venga il taglio del braccio (...) Alla base della rottura c'è stato l'obiettivo di isolare i comunisti e do per
scontato che ci siano state forze retrive disposte a strumentalizzare ai loro scopi la frattura del mondo sindacale: ma in quel momento lasciare le cose come stavano significava dare il Paese in mano a un partito comunista pienamente allineato con Mosca. In quel momento storico era la condizione per garantire al Paese un regime libero e democratico, senza del quale anche la promozione dei lavoratori non può avere spazio" (103).
Per i Liberi Sindacati era chiaro che il motivo dei molteplici scioperi indetti dai comunisti era lampante:" Persa la partita delle elezioni, tentano di rovesciare il Governo servendosi del sindacato che dovrebbe ostacolare ogni ripresa economica dello stato. Tutto serve, purché crolli il Governo attuale" (104).
Sui problemi concreti di fabbrica l'unità era più facile da raggiungere perché la scissione fu più che altro "una contrapposizione politica. Non era tanto la scissione nel sindacato; nel sindacato era una conseguenza. C'era una netta contrapposizione politica - rammenta Eugenio Morero militante della Cgil e del Pci - tra il Partito comunista, il Partito socialista e la Democrazia cristiana. Allora c'era la guerra fredda e la Democrazia cristiana in particolare,
per bocca della Cisl, era schierata sulla politica americana e verso la costituzione del Patto atlantico. Noi avversammo questo perché ci portava ad una sudditanza verso l'America" (105).
Di fatto questa contrapposizione politica si riversa anche sui problemi di fabbrica: nel rapporto con la direzione aziendale, nella concezione della relazione salario-profitto, nelle modalità di gestione del potere sindacale nello stabilimento. Se è vero che sui problemi concreti di fabbrica era più facile trovare l'unità di intenti, far pesare di meno il clima ideologico e partitico di riferimento dei vari sindacati, è altrettanto vero che concezioni della società così diverse, in particolare tra comunisti e democristiani, la stessa strumentalizzazione politica anche dei fatti quotidiani di officina, rendeva il clima della collaborazione e dell'unità sindacale cosparso di insidie.
Col senno del poi fa dire ad Eugenio Morero che "mentre noi eravamo troppo per la lotta ad oltranza, la Cisl invece era per nessuna lotta; invece se ci fossimo accordati ad una via di mezzo avremmo ottenuto qualcosa in più, maggior potere per i lavoratori" (106).
Alla Riv nell'ottobre del 1948 oltre 500 lavoratori aderiscono alla Lcgil (Libera confederazione generale italiana lavoratori), e nel dicembre viene costituito a Pinerolo il primo Direttivo dei
metalmeccanici: Casati Celso segretario, Castellano Ilario vicepresidente; Aimo Giuseppe, Borra Carlo, Cavallone Giuseppe, Costa Enrico, Pavignano Romualdo, Salvai Carlo, Siccardi Cornelio membri.


mercoledì 1 maggio 2019

LE BUGIE DI MUSSOLINI SULLA SOCIALIZZAZIONE



Nel discorso al Teatro Lirico di Milano (16 dicembre 1944) Mussolini disse:
"Mentre taluni punti del programma di Verona sono stati scavalcati dalla successione degli eventi militari, realizzazioni più concrete sono state attuate nel campo economico-sociale. 

Qui la innovazione ha aspetti radicali. I punti undici, dodici e tredici sono fondamentali. Precisati nella 'premessa alla nuova struttura economica della nazione', essi hanno trovato nella legge sulla socializzazione la loro pratica applicazione".
Qui la innovazione ha aspetti radicali. I punti undici, dodici e tredici sono fondamentali. Precisati nella 'premessa alla nuova struttura economica della nazione', essi hanno trovato nella legge sulla socializzazione la loro pratica applicazione".


PRIMA BUGIA: il punto 11 del Manifesto di Verona, documento programmatico del Partito Fascista Repubblicano sottopone l'economia al controllo dello Stato, cioè della borghesia politica del partito fascista 

"11. - Nell’economia nazionale tutto ciò che, per dimensione o funzione, esce dall’interesse singolo per entrare nell’interesse collettivo, appartiene alla sfera d’azione che è propria dello Stato"), cioé prevedeva un incremento della proprietà statale, non della proprietà sociale".

SECONDA BUGIA: il punto 12 del Manifesto di Verona NON prevedeva la socializzazione della gestione delle imprese private, ma solo la partecipazione degli operai agli utili:

"12. - In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai cooperano intimamente (attraverso una conoscenza diretta della gestione) all’equa fissazione dei salari, nonché all’equa ripartizione degli utili, tra il fondo di riserva, il frutto di capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi per parte dei lavoratori".

Il testo di questa parte del n. 12 del Manifesto di Verona è una sintesi delle idee espresse nel Codice di Camaldoli, di fatto il manifesto programmatico della Democrazia Cristiana, scritto nel luglio del 1943, circa tre mesi prima del Congresso di Verona del PFR.
L'idea di una cogestione delle imprese private venne proposta in occasione del Decreto sulla Socializzazione del 12/2/1944 solo perché era stata rilanciata nel Regno del Sud dalla ricostituita Democrazia Cristiana, partendo sempre dai postulati politico-programmatici del Codice di Camaldoli, tra i quali troviamo espresso il principio della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese:


(1)."Tra le forme atte a far partecipare effettivamente il lavoratore alla gestione aziendale si ricordano: l'istituzione di organi quali i consigli di azienda e di sistemi atti a promuovere il senso di iniziativa dei singoli lavoratori e ad utilizzare i contributi che per tale iniziativa possono venire al miglior andamento della produzione; 
2) la partecipazione alla nomina degli organi di controllo dell'amministrazione, nomina che è ora generalmente riservata alle stesse forze che già designano gli amministratori; 
3) l'istituzione più estesa possibile ed il perfezionamento continuo di forme di salari a rendimento, sia individuali sia collettivi, tali che i lavoratori vedano una chiara ed equa corrispondenza tra la retribuzione e il lavoro da ognuno di essi svolto, non siano posti in posizione di antagonismo rispetto ai compagni di lavoro e non vedano devoluto solo all'azienda, attraverso variazioni delle tariffe di cottimo, il frutto della loro 
maggiore laboriosità; 
4) la partecipazione alla formazione delle norme disciplinari e dei regolamenti interni ed agli organi incaricati di applicare le norme stesse; 
5) la gestione degli istituti aziendali che hanno per fine l'elevazione e l'assistenza dei lavoratori, quali le istituzioni mutualistiche di cura, le mense, gli spacci, gli istituti di educazione, i luoghi di svago e di riposo e le opere sociali in genere. 
Tutte le forme di partecipazione e di collaborazione tra i diversi protagonisti del fatto produttivo dovranno tendere a costituire nell'azienda una operante comunità di lavoro nella quale siano rispettate le singole personalità, attribuendo a ciascuno una sua sfera di autonomia e perciò di responsabilità e siano al tempo stesso soddisfatte le esigenze della organizzazione, della gerarchia e della disciplina" 

TERZA BUGIA: Mussolini nel discorso al teatro lirico attribuisce a se stesso il programma copiato da quello della Democrazia Cristiana e furbescamente afferma:


"L’interesse suscitato nel mondo è stato veramente grande e oggi, dovunque, anche nell’Italia dominata e torturata dagli anglo-americani, ogni programma politico contiene il postulato della socializzazione. 
Gli operai, dapprima alquanto scettici,
ne hanno poi compreso l’importanza. La sua effettiva realizzazione è in corso. Il ritmo di ciò sarebbe stato più rapido in altri tempi. Ma il seme è gettato. Qualunque cosa accada, questo seme è destinato a germogliare. È il principio che inaugura quello che otto anni or sono, qui a Milano, di fronte a cinquecentomila persone acclamanti, vaticinai 'secolo del lavoro', nel quale il lavoratore esce dalla condizione economico-morale di salariato per assumere quella di
produttore, direttamente interessato agli sviluppi dell’economia e al benessere della nazione. 
La socializzazione fascista è la soluzione logica e razionale che evita da un lato la burocratizzazione dell’economia attraverso il totalitarismo di Stato e supera l’individualismo dell’economia liberale".

QUARTA BUGIA: Al "totalitarismo sovietico" Mussolini contrappone l'autogestione fascista" delle imprese pubbliche così sintetizzata nella seconda parte del n. 12 del Manifesto di Verona:

"In altre [le aziende pubbliche], sostituendo i consigli d’amministrazione con consigli di gestione, composti di tecnici e di operai, con un rappresentante dello Stato; in altre, ancora, in forma di cooperativa parasindacale".
I CdG delle imprese pubbliche sono stati infatti copiati dai Soviet Economici di Gestione delle aziende pubbliche russe del tempo di Lenin. Viene in particolare copiata l'idea di un rappresentante dello Stato, cioé del Partito, nel CdG minandone la democraticità.

QUINTA BUGIA (La peggiore): è possibile la democrazia industriale senza democrazia politica.

Solo il 25 aprile 1945 con il ritorno della libertà il CLNAI introdurrà con un decreto dei Consigli di Gestione veramente democratici.

NOTE
(1) Codice di Camaldoli, n. 66.

mercoledì 11 giugno 2014

E.B.

In un mondo dominato dall'Alta finanza, dal potere mafioso e dalla corruzione capillare a tutti i livelli, ricordare, a 30 anni dalla sua scomparsa, la figura di Enrico Berlinguer, appare come una vera e propria sfida.
Eppure, proprio in questo quadro a tinte fosche, la figura del politico sardo assume un ruolo di primaria importanza, collocandolo in un ruolo inusitato, di politico d'alto rango, considerato quello che fu il suo messaggio più importante. Berlinguer ha interpretato e difeso valori semplici e allo stesso tempo centrali di qualsivoglia idea politica.
L'irrinunciabile necessità di una riscoperta dei valori etici nella politica eleva la figura di Enrico Berlinguer ad attore di primissimo piano, a cui nessuno, a meno che non sia insincero o in malafede, può esimersi di tributargli un sincero plauso. 

Berlinguer nacque e formò la sua personalità in un ambiente che oggi potremmo definire liberal-democratico e che ieri poteva essere inquadrato come mazziniano.
Nonostante abbia frequentato la facoltà di Giurisprudenza rinunciò a laurearsi e, indi, a svolgere la professione forense, preferendo dedicare il suo tempo occupandosi degli oppressi, scegliendo la lotta politica nel PCI, poiché egli aspirava alla creazione di un mondo nuovo, libero e democratico, fondato sulla giustizia sociale.

Nel ricordo vivissimo della battaglia di Stalingrado coltivò, come tutti i compagni dell'epoca, il mito di Stalin, fece parte della ristretta direzione del PCI e fu presidente della Federazione mondiale della Gioventù democratica di osservanza moscovita e lì divenne esperto di relazioni internazionali e di trattative interminabili coi sovietici. Nel fatale 1956 fu l'unico nella direzione del PCI a non colpire Giuseppe Di Vittorio per il sostegno della CGIL ai ribelli ungheresi. Si dissolse qui per Berlinguer il mito dell'URSS. Dopo Togliatti, soltanto Berlinguer, tra i dirigenti comunisti,  fu privo di ogni timore reverenziale nei confronti dei dirigenti sovietici. Nell'autunno 1964, appena morto Togliatti, fu calmo, martellante e implacabile (secondo una testimonianza di Bufalini) nel duro confronto con l'ideologo  Michail Suslov, inflessibile accusatore del defenestrato Kruscev.  Nell'autunno del 1968 guidò a Mosca la delegazione del PCI che Rifiutò la tesi sovietica dell'avvenuta normalizzazione in Cecoslovacchia, portata sui cannoni dei carri armati del Patto di Varsavia.
La primavera di Praga erano stati abbattuti proprio perché avevano tentato di sperimentare il "modello italiano", che innestava sul tronco comunista la libertà, la democrazia e il pluralismo. Quando il segretario Longo, ripresosi dall'ictus, impose la nomina di un vicesegretario, scelse Berlinguer, proprio per la fermezza dimostrata negli incontri con i sovietici, come ebbe a ricordare anche Goprgio Amendola.
Qualche mese dopo alla conferenza mondiale dei partiti comunisti a Mosca B, nel giugno 1969 annunciò l'astensione del PCI su tre dei 4 punti del documento congressuale: respinse la concezione dello Stato e del partito guida e indicò la libertà e la democrazia come il viatico del comunismo italiano.
I compagni sovietici - a casa loro - rimasero stupefatti di tanto coraggio: non avevano mai ascoltato un discorso del genere!  L'originale segretario comunista italiano fu elogiato coram populo dalla stampa internazionale. In Italia i governi di centro sinistra presieduti da Moro, tra il '64  e il '68, furono bloccati dalle resistenze conservatrici ai progetti riformatori e al governo dello sviluppo tentati da Moro e da Saraceno, da La Malfa e da Giolitti.
La disponibilità nel '69 del rinato PSI di De Martino di Mancini e di autorevoli leader democristiani , quali Moro De Mita e Andreotti, al confronto politico e parlamenteare col PCI, mise in allarme gli ambienti moderati e conservatori in Italia e le potenze del mondo bipolare.
Iniziò il tempo delle stragi, dei tentati golpe, dei terrorismi neri e rossi. Nell'autunno del 1973 il segretario pubblicò i primi articoli di riflessione dipo i fatti del Cile pubblicò

http://www.radioradicale.it/scheda/416990/enrico-berlinguer-a-30-anni-dalla-scomparsa

mercoledì 14 novembre 2012

La verità sulla vita durante il fascismo (in pillole)

   Viviamo un momento assai critico: cinismo, falsità, malafede, opportunismo sono gli ingredienti principali che compongono l'odierno panorama politico. La crisi finanziaria che attanaglia il nostro Paese soffia sul fuoco del malcontento popolare. Il malumore della gente alimenta giustamente furiose critiche al sistema capitalista... ma in che direzione muove i suoi passi? Sono considerazioni maturate all'insegna di un ragionamento o semplici frasi ad effetto atte a colpire un pubblico stanco di subire e desideroso di giustizia?  La risposta che si impone qui deve essere sincera, nonostante vi sia la tentazione di aggiungere altra carne al fuoco.  Ebbene: sono spesso considerazioni fatte non a mente fredda ma piuttosto con la pancia, facendo leva sui bassi istinti della popolazione, soprattutto dimenticando i fatti realmente accaduti. Si ignorano cioè gli insegnamenti marxisti sul materialismo storico. Questo è il male peggiore, peggiore della crisi economico-finanziaria che sta attanagliando il vecchio continente. Di solito chi soffia sul fuoco dell'indignazione non lo fa con cognizione di causa. Ci si limita a ripetere pappagallescamente alcuni slogan demagogici contro il sistema senza però avere la minima conoscenza sia di quanto accade ora sia di quanto già è accaduto nel passato. Il movimento contestatore di matrice cospirazionista si avvia  alla "pugna" col sistema del tutto impreparato. Si perché esso non propone soluzioni valide e nuove ma vecchie ricette trite e ritrite che già hanno perso le loro battaglie con la storia.  Eppure, in certi frangenti, basterebbe esercitare un sano realismo senza farsi influenzare dalle correnti paranoidi di certi azzeccagarbugli senza né arte né parte.


Il successo di Marine Le Pen e del Front National in Francia e di altri movimenti xenofobi e nazionalisti analoghi in altri paesi d'Europa riapre la questione della sovranità nazionale che nell'attuale contesto globale sono assolutamente prive di senso. Quello che serve oggi è invece una governance europea che decida a monte quali debbano essere le politiche comuni da perseguire. E' ovvio che 27 sistemi di difesa e 27 debiti pubblici mal si conciliano con una Unione europea che ha una Banca Centrale totalmente svincolata dal potere politico degli Stati nazionali. Ma in tal senso ho già scritto (qui) e ripetuto il mio pensiero. Ma vengo al punto del mio post.
Oggi voglio dedicare le mie forze per dimostrare l'assoluta inaffidabilità dei sistemi totalitari di matrice fascsita che, a chiacchiere, dicevano di "andare verso il popolo" ma, nei fatti, rappresentarono la spalla forte e crudele della Borghesia.

Famiglia "benestante" fascista.

Il Duce del fascismo, nel preciso momento in cui ricevette l’incarico di presidente del Consiglio dei ministri, dalle mani del re, si autodefinì «fedele servo di Vostra Maestà» (Cognasso, I Savoia, p. 937): e, nel pronunciare tale frase vergognosa, non sembrò affatto di trovarsi di fronte ad un imbarazzo o al puro e semplice impiego di una formula di etichetta. Tutt'altro! 
Questa considerazione non è dettata da partigianeria... ma dalla pura e semplice constatazione dei fatti storici. Essa affonda la sua veridicità nella consapevolezza acclarata che l’avvento al potere del Fascismo non fu dettata da un colpo di stato e men che meno scaturito da una rivoluzione; al contrario, esso si configurò, in senso strettamente costituzionale, ovvero, come la soluzione ad una crisi di governo in termini molto vicini alla normalità.
In pratica si addivenne ad una sorta di "Diarchia". Ma qui non voglio operare ulteriori digressioni. Nei primi anni del governo Mussolini vi fu una politica rigidissima di contenimento delle spese. Diminuirono notevolmente i compensi salariali; e diminuirono - la statistica lo dimostra senza tema di smentita - costantemente lungo tutto il periodo fascista. Gli operai, i prestatori d'opera e gli impiegati furono i primi ad essere penalizzati dalla politica economica fascista. Per converso, Mussolini non esitò a favorire sfacciatamente gli imprenditori con tutta una serie di leggi che adesso qui è inutile enumerare. 
Vi fu, inoltre, da parte di Mussolini, l'appoggio incondizionato ad una scellerata politica bancaria che finì per favorire esclusivamente i banchieri causando altresì una grande deflazione monetaria. D'altra parte egli non fece a meno di usare la mano pesante con i lavoratori. Per esempio vennero licenziati 36.000 ferrovieri nei primi tempi del regime!  Gli storiografi di destra tendono a compensare questi dati con il varo di tutta una serie di vantaggi relativi a pensioni, riduzione dell'orario di lavoro ecc.  Dimenticano costoro che molte delle riforme approvate erano già in dirittura d'arrivo e Mussolini si limitò a approvarle!   E nonostante dal 1923 si stabilì il principio delle otto ore lavorative queste vennero applicate solo dieci anni dopo! Il diritto di sciopero fu abolito. La festa del 1° maggio fu soppressa proprio in virtù della fine della lotta di classe (sic)! Ad essa fu sostituito il 21 aprile che esaltava la comune origine nazionale nel "Natale di Roma caput mundi".  I partiti e i sindacati vennero sciolti con tutto ciò che ne conseguì sul piano della partecipazione democratica.

La vera dittatura fascista iniziò ufficialmente nel 1925. Tuttavia  sulle intenzioni di Mussolini non potevano esserci dubbi di alcuna sorta. Già nel 1923, in una dichiarazione resa ad alcuni giornalisti stranieri ebbe a dire:
"Che bisogno c'è che un deputato mi venga a ripetere in parlamento quello che ho già letto sui giornali.. che mi dica quello che potrebbe scrivere su un giornale? 
Questa dichiarazione la dice lunga sulla considerazione che aveva Mussolini della vita parlamentare. Dopo aver fuso il PNF col Partito Nazionalista, fece confluire i nazionalisti nel Partito fascista. Non erano numerosi nazionalisti: ma il loro ingresso nel partito non portò alcun beneficio se non un ulteriore spostamento a destra, imborghesendolo, alla faccia del partito sociale e popolare! I fascisti fedeli all'ideale sociale originario vennero sonoramente messi alla porta, tanto per usare un gentile eufemismo.  Chi aveva animo indipendente e non si mostrava duttile alle raccomandazioni del capo veniva sonoramente bastonato. Fra i suoi problemi principali non c'era il parlamento e le opposizioni ma il fascismo stesso.  Per questo istituì la Milizia, che era un corpo militare omologo all'esercito, composto però da soli fascisti e foraggiato dallo Stato.
Erano infatti proprio i suoi fascisti migliori a dargli maggiori preoccupazioni. Egli doveva liberarsi dell'opposizione interna ed estrema, quella capeggiata dai RAS locali, che detenevano il completo controllo delle loro squadre, alla stessa stregua di veri principi.  Costoro non erano tanto propensi ad ubbidire ed inoltre speravano che la Rivoluzione spazzasse via tutto il marciume annidato nel regno sabaudo. L'aver creato la Milizia non aveva spento l'ardore degli animi più focosi. Il Duce perciò doveva sbarazzarsi delle teste più calde, neutralizzare gli avversari più tenaci, regolarizzare le squadre e, nel contempo, fornire a costoro quelle soddisfazioni che da tempo si aspettavano. Nel 1923, all'uopo prece due importanti decisioni:

  1. l'istituzione del Gran Consiglio del Fascismo;
  2. la nascita della Milizia volontaria per la Sicurezza Nazionale.
Il Gran Consiglio aveva solo poteri consultivi. Per regolamento non poteva auto convocarsi e quindi veniva convocato solo quando lo decideva il duce. Lo stesso dicasi per l'ordine del giorno che veniva stilato personalmente da Mussolini. Il Gran Consiglio si limitava ad approvare le scelte prese dal capo del fascismo. In realtà quest'organo aveva, secondo le intenzioni di Mussolini, tre funzioni principali: dare un'apparenza di discussione, dare altresì soddisfazione ai capi fascisti e, infine, avere a disposizione governo di riserva che potesse sostituire - nel momento del bisogno - il governo in carica. 

Nel 1924, Mussolini ha ancora numerosi problemi da risolvere. Egli temeva un'area in particolare: quella dei revisionisti. Costoro, oltre ad essere propensi ad una vera rivoluzione moralizzatrice, erano motivati idealmente, preparati politicamente e poco inclini ad eseguire pedessiquamente gli ordini venuti dall'alto.  Infatti, nessuno dei fascistelli nostrani ricorderà questi nomi: Ottavio Corgini, Cesare Forni, Alfredo Misuri, Massimo Rocchi, Massimo Sala.

Viceversa i personaggi più in vista del fascismo non erano osteggiati. A dispetto dei divieti esistenti fra l'appartenere contemporaneamente al fascismo e alla Massoneria, molti fascisti non rinnegarono la loro appartenenza segreta alle Logge. Italo Balbo, Bottai ed altri erano massoni. Per non parlare dei vari Beneduce, Volpi di Misurata ecc, che anche se non appartenenti al PNF erano parte integrante del Sistema bancario.

Le leggi fascistissime

Nel 1926 vennero emanate le famigerate  leggi fascistissime: furono sospesi tutti i partiti e le associazioni d’opposizione (gli antifascisti vennero arrestati, processati ed aggrediti), vennero chiusi gli organi di stampa avversi al regime, venne creata l’OVRA e il Tribunale speciale.

L’Italia di quegli anni era una nazione ancora ampiamente analfabetizzata, nonostante tutte le leggi e i regolamenti emanati durante gli anni precedenti. Creare una nuova scuola significò soprattutto preparare le nuove generazioni all’accettazione del regime. Quindi l’educazione, l’indottrinamento dei bambini e la scuola divennero il mezzo privilegiato della propaganda fascista, nonché un serbatoio di reclutamento.

I rapporti con la Chiesa.

Mussolini - contrariamente al suo spirito ateo ed anticlericale - curò moltissimo i rapporti col Vaticano.  
Egli sapeva benissimo che l'Italia sarebbe stata ingovernabile senza l'appoggio della Chiesa; perciò, concluse il suo discorso alla camera  con queste parole: "Iddio m'assista nel condurre a termine vittorioso la mia ardua fatica". Tutto ciò suscitò notevole entusiasmo nelle stanze vaticane.
Il Cardinale, segretario di Stato, Pietro Gasparri confidò commosso ad un ambasciatore: 
"Dal 1870 non si era mai inteso dalla Bocca di un sovrano , di un ministro italiano alcune invocazioni alla divina provvidenza ed è uni rivoluzionario convertito andare il buon esempio,  di un ritorno alle pratiche religiose. La provvidenza si serve di strani strumenti per fare la felicità dell'Italia. Da parte mia non rimpiango certo il parlamentarismo italiano quando vedo Mussolini tendere risolutamente la sua mano verso un governo conservatore “.
E fu proprio attraverso il cardinale Gasparri che Mussolini iniziò a fare trattative (all'inizio segrete) per l'attuazione del concordato. Con delle curiose manovre, entrando attraverso diverse entrate. 

Il cardinale Gasparri - rientrando dall'incontro con Mussolini - si disse molto soddisfatto e confidò di aver trovato nel duce "un uomo di prim'ordine". Egli aveva assicurato al duce il suo appoggio, che avrebbe favorito la destra filofascista del Partito Popolare (o di quello che era rimasto del il partito di don Sturzo), in modo tale da favorire una confluenza dei cattolici nel P.N.F. A questo punto, Mussolini prese la palla al balzo ed escluse la partecipazione dei popolari al governo, che si mostravano incerti sul da farsi,  Il vaticano, infatti, mal sopportava le "paternali" di Don Sturzo  e vide in Mussolini un vero e proprio salvatore. Poi,  fra il 1923 e il 1926, prese alcuni altri provvedimenti che risultarono graditissimi al Vaticano, soprattutto in materia di alienazioni e donazioni circa i beni ecclesiastici; furono ripristinate alcune feste religiose, venne riconosciuta l'Università Cattolica, e furono stanziati tre milioni di LIRE (un'ingente cifra per l'epoca) per la ricostruzione delle Chiese e regalati 600 quadri per le chiese danneggiate dalla guerra. Inoltre vennero promulgate tutta una serie di leggi per favorire il clero: miglioramenti economici, pensioni,  esenzione dal servizio militare, eliminazione del controllo sulle affissioni in chiesa, le nomine nobiliari del Papa vennero riconosciute  (alla faccia del socialismo!) e infine si dispose che il crocifisso fosse esposto in ogni aula scolastica, ogni tribunale e in tutti gli uffici pubblici e nelle caserme.   E se all'alto clero Mussolini fornì una quantità pressoché illimitata di privilegi, non si comportò allo stesso modo coi preti di campagna e il basso clero in genere. Don Minzoni fu ucciso a bastonate proprio da una violenta e criminale aggressione fascista. E non si dica che Don Minzoni fosse un violento provocatore comunista! Il Vaticano lodò anche la fascistissima riforma gentiliana della scuola che vedeva reintrodotta l'ora di Religione, in barba alla laicità dello Stato.
I sindacati vennero sciolti e vi fu un  solo sindacato fascista che si accordò con gli imprenditori e i rappresentanti degli industriali per rinunciare al diritto di sciopero e affidare al governo ogni mediazione. Questo fu il primo passo verso la dittatura. Altro che diritti dei lavoratori! Altro che socialismo!
Occorre dire, però, per onestà intellettuale, che moltissimi fascisti, soprattutto quelli più indipendenti e intelligenti, non furono affatto contenti della piega che aveva preso il fascismo. Emilio De Bono, per esempio, quadrunviro e capo della Polizia, non rispettava le disposizioni riguardo le affissioni in chiesa; il Ministro delle Finanze pure si ribellava  a fare delle leggi che proteggessero il patrimonio della chiesa.  Mussolini, però,  piegò al suo volere entrambi.
La separazione fra Stato e chiesa, una delle poche cose positive fatte da Cavour, vigeva ormai da sessant'anni, e fu smantellata. 

Mussolini poi varò la nuova legge elettorale. Questa legge stabiliva che chi avesse superato la percentuale del 25% dei voti avrebbe preso 3/4 dei seggi. In pratica si trattava di una vera e propria legge-truffa che gabbava la democrazia. Non ci voleva un esperto di politica per capire che se i fascisti si fossero alleati coi liberali che rappresentavano una piccolissima minoranza, avrebbero avuto in mano le sorti del paese. Far passare quella legge significò in pratica consegnare la Camera ai fascisti.  E fu la stessa camera a suicidarsi: il suo presidente Enrico De Nicola (lo stesso De Nicola che vedremo come Presidente della Repubblica antifascista - altro aspetto della continuità del sistema borghese) proclamò serenamente il risultato delle votazioni. Avere sgominato il parlamento servendosi del medesimo parlamento dava a Mussolini una forza enorme. 
Nel 1924 Mussolini ha problemi proprio con i fascisti divisi fra una "sinistra" rivoluzionaria e socialisteggiante, e una "destra" liberale e normalizzatrice. A i primi non è bastato formare la Milizia per tranquillizzarli e soprattutto quelli delle periferie Roberto Farinacci, il RAS di Cremona, definiva il regime come "ROMA TROIAIO", per il clima di corruzione che esisteva ai vertici del partito ed anche per la condotta poco costumata del Duce.

Molti ammiratori del Mussolinismo potrebbero obiettare che - a differenza dell'oggi - tutto sommato (libertà di pensiero e associazione abolite) si stava bene. Sbagliato. Gianfranco Vernè giornalista e storico (nient'affatto denigratorio nei confronti del fascismo) scrive:

"Nel 1940, al momento della dichiarazione di guerra, l'italiano medio viveva già molto peggio di due o tre anni prima. I prezzi avevano preso a salire nel 1937, con la guerra avevano cominciato a correre. Questa corsa era evidente in tutti i generi tranne che nei trasporti, gli unici a mantenere un prezzo politico. La carne era sempre stata uno dei generi più cari, ma tra il 1938 e il 1940 il prezzo era salito circa di un terzo, senza alcun miglioramento negli stipendi. Era quella, del resto, l'epoca in cui Mille lire al mese venivano immaginate come il benessere assoluto... Quelle mille lire, secondo i dati Istat, equivarrebbero a 800 mila lire di oggi del 1989,  Uno stipendio basso, dunque. Non dobbiamo però dimenticare che il ritmo e i costumi di vita di quell'epoca erano molto diversi: non avere problemi a legare il pranzo con la cena voleva già dire star bene. In altre parole: l'Italia entra in guerra già col fiato corto. La prima iniziativa ad essere lanciata dal regime dopo la dichiarazione di guerra fu la raccolta della lana: in ogni borgo, in ogni città, giravano carri tirati da cavalli per raccogliere lana con cui fare le divise. I Balilla sui carri raccoglievano inevitabilmente grandi scorte di vecchi calzini. E una potenza non si prepara alla guerra raccogliendo vecchi calzini. Nel 1940 c'erano in Italia 280 mila automobili; nel 1943 gli autoveicoli circolanti, compresi cioè i trasporti militari, erano 70 mila, un quarto del dato di partenza che era già bassissimo. Questo vuol dire che i primi tre anni di guerra avevano spazzato via tutto quel che c'era. E quel che c'era, era un niente, un'economia di tipo contadino trasferita in città, nelle famiglie piccolo borghesi". "L'economia italiana era semplicissima, quindi fragilissima. Facciamo qualche esempio: era un'economia basata sul risparmio. Una delle costanti di vita familiare di prima della guerra era stata quella di regalare, a chi compiva gli anni o ai bambini che nascevano, il libretto della Cassa di Risparmio; e le famiglie che potevano ad ogni ulteriore compleanno aggiungevano al conto cento lire. Era il piccolo tesoro che ognuno si costruiva. I Buoni del Tesoro erano poi una cosa quasi sacra. Quando la lira prese a svalutarsi crollò non solo l'economia familiare ma soprattutto il morale della famiglia, qualsiasi motivo di fiducia. Quando le donne furono costrette ad andare a lavorare perché i mariti erano stati chiamati dall'esercito, cominciò a crollare l'intero ideale di vita piccolo borghese su cui si basava il fascismo".

D'altra parte basta interrogare un parente ancora in vita per sapere come si vivesse a quei tempi. La risposta il più delle volte è sempre la stessa: male, molto male. L'unica nota positiva riscontrata riguarda il fatto che si poteva lasciare l'uscio di casa aperto... tanto nessuno avrebbe rubato nulla. E che cosa si poteva rubare se non la miseria e la fame?


Il fascismo come terza via

I molteplici compromessi fra Fascismo e Monarchia, da una parte,  Fascismo e Vaticano, dall'altra, pongono il fascismo al di fuori di qualsiasi tipo di socialismo finanche di carattere nazional-popolare; e dunque il fascismo come soluzione alternativa al capitalismo borghese e al bolscevismo non ha avuto alcun esisto positivo essendosi (il fascismo) fermato ad alcune petizioni di principio, senza approdare ad alcuna forma precisa di governo nel campo economico.  Il suo ciclo evolutivo non solo  fu incompleto ma anche assai superficiale e poco approfondito teoricamente,  tale da non fornire una risposta chiara e precisa al modello economico, sociale e politico che si voleva dare in confronto al Capitalismo e al Comunismo.

Di là dalla pura quaestio storiografica, il ventennio fascista è da considerarsi l'estrema vestigia di una concezione ottocentesca di governo e dello Stato nel senso che ha cercato nell'autarchia e nel colonialismo una posizione politica nel mondo,  intendendo il confronto internazionale come basato su sistemi economici impermeabili fra loro e principalmente fra governi piuttosto che sulle dinamiche relazioni extra-governative dei sistemi aperti. Appare chiaro ed evidente che anche la socializzazione mai realizzata durante il ventennio fascista fu attuata in parte durante la RSI. 

L'esperienza che ne scaturì fu assai scoraggiante soprattutto per gli operai...
Per il resto è chiaro a tutti che ogni valutazione sul Fascismo non può trascurare la catastrofe della guerra e della sconfitta dovuti all'irresponsabilità personali di Mussolini. Costui, al di la di tutte le sciocchezze che sono state scritte, ha avuto anche il demerito (per i fascisti) di aver svuotato il fascismo nello Stato.. anziché fare il contrario, come invece è avvenuto negli altri sistemi totalitari.
 ©  ☭ Pedro

giovedì 3 maggio 2012

L'opposizione taciuta

Sovente, in specie negli ultimi lustri, sentiamo parlare di un fascismo "buono", assai diverso dalla dittatura Hitleriana e perciò stesso non identificabile come un regime totalitario ma, al massimo (bontà loro), autoritario. Berlusconi stesso, nel commentare alcune lettere del capo del fascismo ha parlato del regime fascista alla stregua di una forma di democrazia autoritaria, travisando il concetto stesso di democrazia. Mah... lasciamo perdere e prendiamo in esame solo i casi più seri portati avanti da alcuni storici come Renzo de Felice, che ha avuto fra i maggiori sostenitori proprio i neofascisti.

Si tratta, in effetti, di un vero e proprio processo di revisionismo storico, portato avanti dalla vulgata neofascista ed assecondata dal "neo duce" Berlusconi, attraverso una storiografia interessata a smantellare quanto di più serio e genuino è stato fatto dal dopoguerra ai giorni nostri. Il guaio è che tale processo di revisione parte da lontano ed è assecondato da una parte della storiografia italiana. Molto spesso nella storiografia italiana si è voluta portare avanti una distinzione fra il carattere totalitario del nazismo e del comunismo staliniano e il carattere "autoritario" (un dolce eufemismo per  dire più morbido) del fascismo. Ma siccome è più opportuno, in questi casi, far parlare le "carte", vediamo cosa emerge dagli archivi di stato.
In sintesi quello che viene fuori è un quadro completamente diverso da quello "dipinto " dai revisionisti che tendono invece a darne un'immagine assai edulcorata e buonista.

Il testo che qui viene esaminato è stato scritto dal Prof. Alberto Vacca. L’esimio professore ha svolto  un certosino lavoro di ricerca storica, servendosi esclusivamente dei rapporti prefettizi presenti negli archivi di Stato.  Quindi non chiacchiere o giudizi interessati.  Il titolo del libro è: "Duce Truce", Insulti, barzellette, caricature, L'opposizione popolare al fascismo nei rapporti segreti dei prefetti 1930-1945. Ebbene, dai svariati rapporti dei prefetti (inviati a partire dal 1930 - e poi anche durante la RSI in un clima di perfetta continuità - fino al 1945) e conservati presso l'archivio centrale dello stato, emerge la fotografia di uno stato totalitario che oltre a fare uso massiccio e  capillare della propaganda faceva un uso altrettanto capillare della repressione.  Il reato di offesa al duce fu introdotto nel 1925 ed entrò a pieno titolo nel codice penale italiano nel 1930. Questo reato era punito fino ad un massimo di cinque anni di reclusione in carcere o al confino. La competenza era demandata alla magistratura ordinaria e, nei casi più gravi, al Tribunale speciale. Mussolini, dopo che furono celebrati i primi processi, si rese conto che  questi avrebbero amplificato la portata dei reati stessi, mettendo la sua figura in cattiva luce, ragion per cui, a partire dal 1930, decise di avocare a se la decisione su questo reato, rinunciando al processo, e stabilì, attraverso una circolare fatta smistare a tutti i prefetti dai capi della polizia, che bisognava ottenere l'autorizzazione da parte del ministero dell'Interno. La percentuale di coloro che furono incarcerati per questo reato non furono tanto oppositori politici ma appunto dei semplici diffamatori, fra cui anche alcuni fascisti che si erano permessi goliardicamente di offendere il duce. Addirittura furono punite persino delle persone che in determinate situazioni si erano permessi di chiamarlo col suo nome. Si trattava per lo più di persone appartenenti a ceti poco abbienti: manovali, contadini, operai, che in determinate circostanze avevano avuto l'impudenza (e l'ingenuità) di imprecare contro il governo o Mussolini. La cosa che colpisce maggiormente  è leggere di persone assai marginali, vessati dal lavoro che, in un momento di particolare insofferenza, venivano beccati ad imprecare contro il capo del governo. Molti avventori di locande ed osterie  furono presi di mira dagli informatori che spesso si servivano di sotterfugi per accusare – anche per motivi meschini e personali – persone del tutto estranee all’agone politico. E questo la dice lunga sulle falsità promanate dai neofascisti, secondo cui il fascismo, avrebbe prodotto libertà (sic!) (se non democrazia) e cultura.  Insomma una cosa veramente ridicola. In questo truce clima di repressione e di propaganda capillare, emerge un altro tristissimo fenomeno che accompagnò quegli anni: il fenomeno della delazione. Lo stesso consenso che permeava il fascismo di  regime era mosso da molteplici motivi: entusiasmo, fanatismo, interesse, gratificazione e paura. Fatta eccezione per il secondo, assai minoritario, si può dire che fu proprio la paura il vero motore immobile del fascismo regime.

Una parte del consenso era certamente genuina, anche se inconsapevole, visto il clima di intimidazione e di poca libertà che vigevano nel regime fascista. Fra coloro che non traevano beneficio dall'essere fascisti vi erano i cosiddetti "fascisti coatti"; ossia coloro i quali divennero fascisti per la paura dei mezzi repressivi di cui disponeva il regime fascista. All'uopo erano stati creati diversi apparati fra cui, quello più tristemente noto, identificabile con l'acronimo O.V.R.A. (Opera Vigilanza Repressione Antifascista).  Per non parlare poi della “Milizia”, oltre ai reparti organizzati da Polizia e Carabinieri. Questi apparati disponevano di una rete capillare di informatori e spioni veri e propri, in grado di arrivare ovunque, dalle grandi città fino ai paesini più sperduti della penisola, dalla scuola fino all'interno di una semplice famiglia. Emblematico è il caso di un contadino, il quale, all'atto di scannare un porco, avrebbe voluto sostituire quel maiale al Duce. Ma leggiamo direttamente il verbale a corredo della denuncia. Da una segnalazione del prefetto di Bologna del 2 gennaio 1942.
 
"Nel pomeriggio dell'undici dicembre, nell'atto in cui uccideva un maiale, il sovrascritto Boldini Giuseppe, nell'assestare il colpo pronunziava la seguente frase: "SAREBBE MEGLIO UCCIDERE IL DUCE E NON QUESTO MAIALE!! Tale frase fu intesa dal minore Tinti Ettore di Enea di anni 11, da Calderara di Reno, scolaro di quinta classe elementare. Il giorno successivo il Tinti, trovandosi a scuola dopo che la maestra aveva terminato di commentare il bollettino di guerra, si alzò e riferì all'insegnante quanto aveva udito. Ma fu interrotto dall'insegnante stessa, forse sgomenta della frase, e obbligato a tacere. L'arma dei Carabinieri del luogo, venuta a conoscenza del fatto, interrogò il ragazzo ecc."
Ebbene bastò la parola di quel bambino per assicurare alle patrie galere il malcapitato.
In Scuola occorreva stare molto attenti: non solo ai professori ma anche agli alunni.  Non si contano i casi di maestri che passarono direttamente dalle aule scolastiche alle celle della galera.
Emblematico, il caso realmente accaduto  in una scuola superiore della Sardegna, a San Luri, vicino Cagliari, dove, un giovane supplente, appena giunto  a scuola, vide il crocifisso appeso alla parete e, ai due lati, rispettivamente il Re d'Italia e il Duce. A questo punto, il supplente chiese agli alunni: "Ragazzi voi sapete che Cristo fu crocifisso ... chi aveva al suo fianco? Gli alunni risposero: Due ladroni! E l'insegnante aggiunse: e com'erano questi ladroni? Gli alunni risposero: uno buono e uno cattivo. E allora, guardando i quadri, il professore aggiunse: Secondo voi chi dei due è quello buono? Allora un alunno che sentì ciò riferì al padre e quest'ultimo riportò la notizia ai carabinieri i quali provvidero a trarre in arresto il supplente. Il Professore finì al confino.
Poi c'era la questione delle barzellette, degli scherzi, riportati dai prefetti come "una perniciosa forma di propaganda antifascista".
In una nota del prefetto di Milano datata undici aprile 1942 si legge:
“Disposte accurate indagini era stata assodata la responsabilità materiale dell’inserviente, Del Carro Rosa di Francesco. Costei, interrogata, ha dichiarato che il 17 marzo verso le 8.00, terminato il suo turno di assistenza notturna agli infermi, dalle 21.00 alle 7.00, prima di andare a dormire, consumò il pasto che avrebbe dovuto consumare a mezzogiorno, bevendo 400cl. di vino, che rappresentavano la sua razione per i due pasti giornalieri, in condizione psichiche normali, sia per la stanchezza della notte insonne sia per il vino bevuto, si portò quindi nella sala ritrovo inservienti dove si trovavano alcune sue colleghe fra le quali ha dichiarato ricordare Magni Rosalia, ecc. Ad un certo momento, notò che il quadro con l’effige del Duce, sospeso ad una parete nella sala, era girato con la faccia al muro. Toltolo dalla parete per metterlo a posto, udì una voce che le sembrò essere quella della Magni ed esclamare in tono ironico, “portalo nella dispensa!” Al che lei disse: “Nella dispensa ci sono le suore che mi sgriderebbero, lo porto nel cesso…” Tradusse subito in realtà la sua affermazione mentre la Magni, la Chiodi e la Sanna provarono con grandi risate e trasportò il quadro nell’attiguo gabinetto di decenza, collocandolo sul porta carta igienica ivi esistente. Quindi andò a dormire. Dagli accertamenti è risultato che poco dopo, il quadro fu trasferito dal detto posto, dall’inserviente Chiodi, per postuma resipiscenza, nel piccolo atrio di accesso al gabinetto, e collocato sul termosifone. Soltanto alle 13.00 la suora Giuseppina Ebberoni, sorvegliante delle inservienti, avvertita del fatto, provvide a far rimettere al suo posto il quadro, rivolgendo severo ammonimento alle inservienti riunite a mensa in quel momento. Il fatto fu subito rapportato dalla suora alla madre superiora, che per evitare scandalo e  malinteso spirito di carità verso la responsabile, della quale tuttavia ignorava il nome, non ne riferiva alla direzione dell’ospedale, rimasta così all’oscuro di quanto accaduto. L’inserviente Magni, interrogata, ha confermato l’operato della Del Carro, negando però di averla istigata a nascondere il quadro nella dispensa, ha ammesso di avere riso di fronte a quanto commetteva la Del Carro che riteneva scherzasse. Uguali dichiarazioni hanno reso le inservienti Chiodi e Sanna.Tutte hanno affermato di aver rimproverato la Del Carro, dicendole: “Stai attenta che vai al confino!” Ma hanno ammesso di essere rimaste materialmente passive di fronte al gesto della Del carro che appariva in stato psichico anormale. La Del Carro per altro ha dichiarato di non saper spiegare nemmeno a se stessa il perché del suo riprovevole operato, in quanto asserisce di nutrire  sentimenti di devozione al Duce e al fascismo. E’ infatti iscritta alle organizzazioni del regime da oltre due anni  ed ora è tesserata presso il fascio femminile. Anche la Magni la Chiodi e la Sanna sono iscritte al PNF. Tutte serbano regolare condotta morale politica e in servizio si dimostrano disciplinate. Il fatto commesso dalla Del Carro ha destato sfavorevole impressione nell’ambiente dell’Istituto Ospedaliero e tra il personale di circa 120 inservienti. Per quanto sopra e perché serva di esempio e monito, propongo, salvo diverso e superiore avviso, che la Del Carro sia deferita alla Commissione provinciale per  l’assegnazione al confino. Nei confronti dell’inserviente Magni propongo sia trattenuta in carcere per trenta giorni ed ammonita; per la Chiodi e la Sanna siano trattenute in carcere per 30 giorni e poscia diffidate ai sensi dell’art. 164 del T.U. delle Leggi di P.S.“
Questo rappresenta un classico esempio della mania persecutoria messa in atto dal regime fascista. Inoltre,  il regime ingaggiò una vera e propria lotta contro coloro i quali si permettevano di imbrattare le mura dei gabinetti pubblici, dove gli italiani si sbizzarrivano attraverso le più disparate scritte offensive nei confronti del Duce. All’uopo venivano effettuate delle indagini accuratissime, addirittura attraverso l’esame di pezzi di intonaco prelevato dai muri imbrattati e i sospetti venivano sottoposti ad accurate perizie calligrafiche, nemmeno si fosse al cospetto di un incallito criminale.  In molti casi venivano scoperti. 
Ancora. Essendo stata, una volta, in una locanda, strappata una foto di Mussolini, e buttata per disprezzo in un vaso da notte, la Polizia  avviate le indagini del caso, riuscì a recuperare i pezzi di detta fotografia... Questi pezzetti furono acclusi  alla denuncia e mandati al ministero! nel rapporto poi del OPrefetto si legge: "...accllude pezzetti recuperati dal vaso da notte". Noi non abbiamo avuito il "piacere di vederli". Tuttavia nella nota  riportava che"... i pezzetti sono stati rimandati indietro previa riesame..." lasciando con ciò presumere che persino le alte cariche e il Duce stesso le avessero sottoposte al vaglio. Il colpevole fu naturalmente condannato a cinque anni di confino.  Questo solo per dimostrare quale scrupolosità fosse usata nell'espletamento delle indagini. e
Tuttavia,  nemmeno i fascisti erano immuni a certe pratiche offensive. Incredibile è il caso di Giampiero Besson, uno studente universitario,  appartenente al G.U.F.
Un giorno, per scherzo, con i suoi amici, pronunciò alcune frasi del seguente tenore: ”Mentre il popolo soffre loro si arricchiscono”, imitando certe donnette del mercato che vanno a lamentarsi in piazza. Ebbene questo giovane universitario fascista fu immediatamente messo alle sbarre. Il caso fu demandato al Tribunale speciale, perché si desse una lezione anche a tutti quei fascisti “critici” che cominciavano già a costituire una fronda e fu e condannato a dieci anni di carcere; che, per fortuna, non scontò per la sopravvenuta caduta del regime fascista.
Questo episodio dimostra, senza tema di smentita, che nessuno spiraglio di dialogo e di trasformazione si poteva aprire all'interno del regime fascista. Tutti gfli spiriti più intelligenti e liberi furono costantemente repressi e tenuti al silenzio. Alla faccia di quello che sempre hanno sostenuto i neofascisti di ogni genere e risma!

Durante il periodo della guerra infatti vi fu anche una particolare attenzione repressiva verso quei fascisti critici, che in tal caso, vennero definiti disfattisti. Il disfattismo divenne così un reato. Ci si poteva macchiare di questa "colpa" semplicemente esortando - attraverso discorsi, libelli o invettive - la popolazione alla resa.  C'era infatti la estrema consapevolezza che la guerra fosse inutile, soprattutto per la povera gente che ne pagava il prezzo più alto. E a proprosito della mancata consapevolezza è d'uopo riportare la parte finale di un passaggio del prefetto di Treviso datato 16 luglio 1934 .

In altre parole non potendo più occultare la triste realtà italiana si cercava in tutti i modi di non pubblicizzarla. Chiunque con una batuttoa o con una semplice allusione voleva descrivere la realtà veniva messo a tacere.
"Si rende necessario pertanto una severa misura di polizia, che valga ad allontanarlo sia pure per breve tempo da questa città per porlo nell'impossibilità di nuocere ulteriormente all'ordinamento nazionale che mentre sia ritenuta idonea a dare giusta riparazione continuamente al nocumeneto inferto da lui al regime,  abbia anche un valore squisitamente politico cioè di salutare esempio di energico monito a quanti si mantengono ancora neghittosi e ignavi ai margini del fervido clima fascista dell'Anno XII e soprattutto a quelli che pur avendo il privilegio di appartenere alle classi sociali puiù elevate, osano tuttora esplicare in qualsiasi modo e in qualsiasi luogo ma sempre consci del gravissimo danno che arrecano, un'azione corrosiva e deleteria ai danni del regime in stridente e sconfortante contrasto con la condotta delle masse dei lavoratori fascisti le quali con tutte pressate dal grave disagio economico marciano in fervorosa disciplina  e assoluta ubbidienza sotto il segno del littorio servendo il regime".
Noi conosciamo i casi eccellenti di personaggi politici, di oppositori famosi del fascismo, poichè sono stati condotti studi nel merito. Non conosciamo, viceversa, la storia del popolino, di quel popolo cioè che il fascismo diceva di voler difendere e tutelare dalle ingiustizie che invece vessò e represse con tutti gli strumenti che aveva a disposizione, nel modo più assurdo e crudele. Questo libro è importante proprio per questo: poichè nonostante si sia straparlato dei casi politici eccellenti, non si è mai fatta parola sulla vita della gente comune che ogni giorno doveva sopportare le angherie liberticide di un regime autenticamente totalitario.

 ©  ☭ Pedro

Nota: tutti i testi virgolettati sono stati estrapolati dal volume:  “Duce Truce, Insulti, barzellette, caricature, L'opposizione popolare al fascismo nei rapporti segreti dei prefetti 1930-1945 di Alberto Vacca - Edizioni Castelvecchi.

sabato 7 aprile 2012

Negazionisti, revisionisti e compagni di merende

Da alcuni anni in rete impazzano alcuni siti e Blog revisionisti, spalleggiati da alcuni mass-media permissivi e/o fiancheggiatori, che hanno fatto dell'apologia del fascismo, del razzismo e dell'antiitalianità le proprie vergognose bandiere. Questo fatto inizia e si diffonde purtroppo con la discesa in campo del neoduce Silvio Berlusconi che ha avuto al suo fianco proprio gli ex fascisti, neofascisti, formazioni xenofobe e razziste di tutta Italia. Il tutto nel silenzio generale, senza che nessuno abbia preso seri provvedimenti (anche repressivi) affinchè tale scempio della memoria abbia una fine. Altro che censura!
E' un dato ricorrente: ad ogni anniversario, che sia il 25 aprile, il Primo Maggio oppure il giorno della Memoria, puntualmente appaiono scrittti revisionisti e razzisti, inneggianti al fascismo od anche al nazismo, che infangano la memoria collettiva del nostro popolo, riabilitando i carnefici a scapito delle vittime. In certi casi si assiste ad un vero e proprio capovolgimento delle posizioni, dove i carnefici diventano le vittime e viceversa.
Un caso particolare assume quello dell'epopea resistenziale, dove vengono criticate tutte le scelte partigiane di opposizione al regime repubblichino. Si dice per esempio che i partigiani non dovevano attaccare tedeschi e fascisti  proprio per evitare le inevitabili rappresaglie sulla popolazione civile. Sarebbe come dire ai comandanti di un esercito di arrendersi ancor prima di combattere.  E quando, si cerca di far pagare coloro che si resero responsabili di efferate stragi, i neofascisti si indignano perchè, secondo loro, quei militari avevano fatto solo il loro dovere rispondendo a ordini dettati dall'alto. Come se non bastassero le testimonianze dirette di chi scampò a quei massacri. Citerò, a mò di esempio, quello che accadde nel cuneese, durante l'autunno del 1943.

L'armistizio dell'otto settembre aveva colto la IV Armata italiana che dalla Francia meridionale si stava spostando in Piemonte.
Un gruppo consistente di militari italiani era miracolosamente sfuggito ai posti di blocco (e alla sicura deportazione in Germania) messi in piedi dai tedeschi e si erano rifugiati in montagna, sulle alture di Boves.
Joachim Peiper
Il 19 settembre una pattuglia di militari, scesa in paese, incappa in due tedeschi in perlustrazione e li cattura. Poco dopo, le SS, guidate dal maggiore Joachim Peiper, raggiungono Boves ed intimano al parroco e all'industriale Antonio Vassallo di trattare con le truppe ribelli la restituzione dei due militari tedeschi, pena la distruzione dell'intero paese. L'opera di mediazione diede buon esito e  i due militari tedeschi furono restituiti sani e salvi alle autorità militari tedesche.
Tuttavia, dopo l'avvenuta restituzione dei militari, il Maggiore Peiper non tenne fede alla parola data e diede ordine ai carri armati di aprire il fuoco sull'intero paese, con il pretesto che vi fosse una base di ribelli.
In poco tempo vennero uccisi 23 civili inermi e i mediatori vennero prima falciati dalle mitragliatrici e subito dopo dati alle fiamme con la benzina.

Naturalmente ciò che accadde a Boves non fu un episodio isolato. Tutt'altro.
A Bosco Matese, in Abruzzo, il nucleo ribellistico si disperdeva dopo aver resistito tre giorni agli attacchi tedeschi in un panorama di combattenti caduti sul campo, di esecuzioni sommarie e di distruzioni; quello di Colle San Martino, nel Piceno, subiva la stessa sorte: colpito dal fuoco di artiglieria e di mortai tedeschi; eccidi di civili venivano compiuti nel mezzoggiorno dai militari tedeschi in ritirata, e tanti altri ancora che, per brevità, eviterò di citare.
I tedeschi volevano a tutti costi far scontare il tradimento dell'otto settembre messo in atto da Badoglio. Gli italiani erano ritenuti colpevoli di alto tradimento. Persino presso l'esercito repubblichino veniva guardato con sospetto e ritenuto spesso inaffidabile dall'alto comando tedesco. Emblematiche sono i diverbi e i contrasti tra la Xa MAS di Borghese e il comando militare tedesco. Per questo appare inconcepibile come alcuni che si autodefiniscono Italiani con la I maiuscola possano, in un modo o nell'altro, farsi scudo dei pretesti più assurdi per difendere quelli che furono dei veri e propri criminali, sterminatori crudeli della nostra gente.
 ©  ☭ Pedro