"Quella crisi di sovrapproduzione che - per dirla testualmente con Marx - è alla base di ogni crisi capitalista e svela l’irrazionalità di un sistema di produzione nel quale il massimo della ricchezza produce il massimo della miseria".
Proprio così.
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| Lev Davidovich Bronshtein on November 7, 1879 Leon Trotskij |
Ma soprattutto il declino americano è misurato dall’ascesa della Cina sullo scenario mondiale. E’ una questione centrale nel panorama internazionale. E’ stata anche materia di discussione nel nostro congresso e lo sarà nella a discussione internazionale nel coordinamento per la rifondazione della IV internazionale. E costituirà - oltretutto questo - un tema di confronto con altre forze e tendenze del movimento operaio internazionale della stessa sinistra italiana, se solo si pensa che larga parte della federazione della sinistra italiana se solo si pensa che larga parte della federazione della sinistra considera ancora oggi la Cina un paese socialista, che una nuova formazione come
Il grattacielo cinese poggia tuttora su fondamenta incerte. I grandiosi scioperi operai del Guandong, che salutiamo come un fatto di straordinaria importanza per intero movimento operaio internazionale indicano le potenzialità dirompenti di un’ascesa operaia sugli equilibri interni della Cina e, di riflesso sullo scenario mondiale. La stessa unità dell’apparato di regime che sinora ha gestito la restaurazione capitalistica potrebbe essere messo a dura prova nel caso d’un precipitare d’una crisi sociale. Ma questi fattori ed eventualità non possono nascondere la tendenza attuale in tutta loro enorme portata. Lo sviluppo cinese non solo non è stato travolto dalla crisi mondiale ma si è rafforzato dalla crisi capitalizzando a proprio vantaggio le difficoltà dell’America e dell'Europa. E' la crisi e il conseguente deprezzamento di azioni e titoli dell'occidente a consentire lo straordinario shopping della Cina nell'economia mondiale col passaggio da un miliardo a 56 miliardi di investimenti esteri in America e in Europa nel solo quinquennio fra il 2004 e il 2009. E' la crisi e l'enorme indebitamento pubblico dei paesi imperialisti a ridurre il loro spazio di manovra verso i paesi dipendenti, favorendo la grande espansione cinese in Africa e in Asia, a caccia di materie prime a basso costo e soprattutto di terre coltivabili. E' lo scarto fra la crisi occidentale e lo sviluppo cinese a ridurre il divario di potenza militare fra i tradizionali paesi imperialisti, costretti a contenere le spese in armamenti e una Cina che accresce ogni anno il proprio dispositivo bellico e che ormai si avvia a rappresentare la più grande potenza navale militare del mondo.
E tutto questo su uno sfondo che già da oggi vede la Cina come primo paese esportatore, primo produttore di supercalcolatori, di treni ad alta velocità, primo investitore in ricerca scientifica e tecnologica e, soprattutto, come il paese detentore di un grande potere di condizionamento internazionale, attraverso il controllo del “debito pubblico” americano. L’investimento crescente nello stesso debito europeo e il possesso in semi monopolio di quelle cosiddette “terre rare” così chiamata che sono oggi le materie decisive dell’alta tecnologia mondiale. Certo, come abbiamo sottolineato nel testo congressuale, la Cina è ben lontana, nonostante tutto questo, dal poter contendere direttamente agli Stati Uniti, l’egemonia dell’economia mondiale, a causa di diversi fattori tra loro intrecciati, a partire dalla non convertibilità dello Yuan, e dell’accerchiamento strategico in Asia. Ma resta l’altra faccia della medaglia. Il fatto che gli Stati uniti non possono dominare e piegare la Cina, né come Paese dipendente né come paese rivale. Nel 1985 l’America di Regan ebbe la forza di imporre all’emergente Giappone la rivalutazione della sua moneta spezzando la sua ascesa e votandolo al declino.
Oggi, l’America di Obama non ha la forza di imporre alla Cina la rivalutazione dello Yuan, ciò che determina, a sua volta, il ricorso alla svalutazione del dollaro una guerra internazionale delle valute un ritorno al protezionismo, l’approfondimento di tutte le contraddizioni mondiali. Il declino americano e l’ascesa cinese segnano dunque nel loro rapporto la line del fronte nello scenario internazionale, con potenzialità dirompenti nella prospettiva storica, non esclusa la possibilità di una guerra. L’unione europea è il classico vaso di coccio della crisi mondiale e della “tenaglia” fra Stati Uniti e Cina. La suggestione lanciata nel 2000 a Lisbona d’un primato dell'Europa su scala internazionale entro il 2015 si è convertita dieci anni dopo nel suo esatto opposto. Non solo l’Ue non ha capitalizzato a proprio vantaggio la crisi americana, ma il combinato della crisi internazionale e dell’ascesa asiatica ha marginalizzato, come mai in passato, il ruolo mondiale degli imperialismi europei. Tutte le debolezze strutturali e politiche dell’Unione – già sottolineate e analizzate dal nostro primo congresso - sono state aggravate e amplificate dallo scenario mondiale. E ormai la stessa struttura dell’unione ad essere messa in discussione dalla crisi. Le colonne d’ercole dei trattati di Maastricht del patto di stabilità sono state travalicate in un batter d’occhio dall’enorme espansione dei debiti pubblici, dovute al soccorso prima delle Banche e poi degli stati sovrani a rischio default, come la Grecia e l'Irlanda, verso cui sono esposte le banche, in primo luogo tedesche. A sua volta, proprio la nuova produzione di debito pubblico e gli strumenti straordinari approntati per la sua gestione esaltano ogni giorno di più la contraddizione strutturale di fondo su cui l’unione si appoggia:l’assenza di un ente garante in ultima istanza del debito pubblico, dovuta all’assenza di un’unità statale europea. La FED è garantita dagli USA, la BCE, il fondo europeo di stabilità programmato sino al 2013 e infine il nuovo meccanismo monetario, concordato per gli anni successivi, non sono garantiti e coperti da nessuna unità statale federale, oltre ad avere una portata ridotta d’intervento. ciò rappresenta una mina esplosiva per il sistema finanziario europeo. Di più. Proprio nel momento in cui la crisi mondiale solleciterebbe un passo avanti dell’integrazione politica europea si approfondiscono, sotto il peso della crisi, le contraddizioni interne al quadro continentale, a partire dalla riemersione storica, in forme nuove, della vecchia questione tedesca. Siamo di fronte ad una situazione singolare: in astratto, la Germania è l’unico Stato europeo che potrebbe guidare un processo di unificazione continentale; nel concreto, la Germania è oggi il principale fattore di divisione e contraddizione in Europa. La Germania è oggi l’unico paese europeo che conosce una reale ripresa economica dopo la recessione del 2009, grazie ad una potente struttura industriale, ad un ancoraggio decisivo col mercato asiatico, ma ha un tallone d’Achille molto pericoloso: un enorme esposizione bancaria verso il debito pubblico dell'est europeo e dei paesi europei mediterranei. Questo nodo non può essere sciolto né dall’espulsione di tali paesi dall’Unione, né dall’abbandono tedesco dell’Unione, soluzioni entrambe suicide per l’esportazione e le Banche tedesche. E viene dunque affrontato in modo opposto: con una sorta di commissariamento finanziario strisciante delle banche tedesche sull’economia europea, con la concentrazione di una disciplina finanziaria sempre più vincolante che moltiplica tutte le tensioni nazionali tra il cuore industriale del nord Europa e i paesi europei mediterranei, fra la Germania e altri paesi imperialisti, fra l’euro e le altre valute. Per di più con effetti economici restrittivi sul mercato continentale, che rendono ancor più arduo l’abbattimento dei debiti pubblici. Per tutto questo è storicamente in discussione la stessa sorte della moneta unica. Siamo dunque al fallimento conclamato di ogni vecchio europeismo: sia dell’europeismo liberale, che apertamente rivendicava l’unità capitalistica europea, ma sia anche dell’europeismo riformista e centrista, che alla coda dei liberali rivendicava e rivendica una fantomatica Europa sociale e democratica su basi capitalistiche, grazie ai sospirati ministeri di sinistra o alla pressione dei movimenti sociali, o a entrambi i fattori. Ancora una volta la realtà ha spazzato via queste fantasie, configurando uno scenario esattamente opposto: il massimo di divisione in Europa, il massimo di offensiva sociale antioperaia, all’insegna di qualsivoglia governo europeo. Tutte le mitologie di una possibile socialdemocrazia progressiva sud europea da Jospin a Zapatero, regolarmente alimentate dalle cosiddette sinistre radicali (anche italiane) sono state ridicolizzate, una dopo l’altra, dall’esperienza degli ultimi 15 anni. E oggi proprio il crollo del “mito Zapatero”, ancora intoccabile a sinistra sino ad un anno fa, a liquidare la credibilità di ogni illusione. Quello che fu indicato in Italia, anche in rifondazione, come il possibile “faro” di un centrosinistra progressista e quello stesso governo che spara sui migranti, liberalizza i licenziamenti, porta le pensioni a 67 anni. E’ la riprova che i lavoratori non potranno mai avere per amico il proprioprogressista governo cosiddetto , che è poi il governo dei propri sfruttatori, ma solo i lavoratori degli altri paesi.



