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domenica 1 maggio 2011

1° maggio

01
MAG
2011
22:40 - PEDRO - 
In un volantino diffuso a Napoli il 20 aprile 1890 c'era scritto:
Lavoratori!
Ricordatevi il 1 maggio di far festa. In quel giorno gli operai di tutto il mondo, coscienti dei loro diritti, lasceranno il lavoro per provare ai padroni che, malgrado la distanza e la differenza di nazionalità, di razza e di linguaggio, i proletari sono tutti concordi nel voler migliorare la propria sorte e conquistare di fronte agli oziosi il posto che è dovuto a chi lavora. Viva la rivoluzione sociale! Viva l'Internazionale!".





Sono i decenni a cavallo tra la fine del '800 e gli albori del '900, in cui nelle varie nazioni occidentali le masse lavoratrici fanno il loro ingresso sulla scena politico-sociale.
Oggi, dopo tanto doloroso cammino e tanto sangue versato per le strade, sulle montagne, sul posto di lavoro, al fine di garantire un futuro migliore ai nostri figli, assistiamo - inermi - alla prevaricazione fascista del capitale che sta smantellando, passo dopo passo, le conquiste sociali, i diritti dei lavoratori e delle donne.

Non dimentichiamo che, per un tempo nient'affatto breve, Benito Mussolini, a pochi mesi dalla presa del potere, fortissimamente ne volle decretare la soppressione, perchè del tutto consapevole, circa il valore aggregante anti-borghese che tale data possedeva all'interno del popolo italiano.

Bisogna, perciò, rimettersi con forza dalla parte giusta (quella operaia) e da lì, consapevoli di essere PARTIGIANI, guardare al tutto della società, per reinterpretarla  secondo l'ottica marxista-leninista.

Pensare ancora la classe operaia come parte interna al capitalismo e, quindi, come elemento proprio e contraddittorio di esso, ha dato i suoi frutti...ma, adesso, è venuto il momento di cambiare strategia.

Per mettere in crisi il modello capitalista c'è anzitutto bisogno di unire tutti gli sfruttati, non solo, dunque, gli operai. L'operaismo, con la sua carica innovativa ha fatto il suo tempo. Questa lettura del mondo non italiana, avulsa dal suo contesto storico sociale, ci ha portato ad esasperare il conflitto, ponendoci in una situazione minoritaristico-elitaria che ha favorito il padronato economico, pronto a sfruttare la manovalanza allogena, mettendola in contrapposizione attiva con quella indigena, ingenerando così una guerra tra poveri che ha come vincitore assoluto il capitale apolide. Per questo non è possibile superare le ideologie novecentesche, soprattutto perchè il liberismo non è certo più moderno del socialismo.

Paradossalmente in questo riemergere del conflitto di classe fra classi subalterne, appare evidente far ricorso a quell'internazionalismo che unisce i proletari di tutto il mondo contro il capitalismo predatore. Solo quando tutti i lavoratori di tutte le nazioni avranno preso coscienza dei loro diritti, in primis come uomini e dopo anche come operai, si potrà sconfiggere il capitalismo e i suoi mercanti di morte. Perchè se "i Marchionne" hanno bisogno degli operai, gli operai non hanno bisogno de "i Marchionne".

Di Pierluigi Delle Stelle  pubblicato su Resistenza Rossa (splinder).

lunedì 25 aprile 2011

Liberazione


25
APR
2011
11:37 - PEDRO - 
A rotative ferme, senza giornali in edicola, urge la necessità di ricordare una giornata importante come questa.
La memoria è un diritto-dovere, tanto più quando quello che tramanda è il sempiterno valore della libertà.

Non per nulla, oggi, è la giornata della Liberazione. Liberazione dal Nazifascismo e dalla guerra. Non è un caso se ho scritto: "NAZIFASCISMO", poiché i due movimenti furono uniti dall'inizio alla fine. Chi vuole scinderli lo fa solo per cercare di mestare nel torbido, per confondere le acque e scindere un fascismo "buono" dal nazismo cattivo. E' una volgare mistificazione, che non fa onore alla verità, poiché la strumentalizza per ovvi fini utilitaristici.
Dimenticare di ricordare questo evento equivale ad offendere quanti caddero per la nostra amata patria.
La patria, è bene sottolinearlo, non era quella di Salò, ma quella che si venne a creare dopo la LIBERAZIONE.
La repubblica di Salò era uno stato fantoccio, retto da criminali. Crediamo davvero difficile, per non dire impossibile, concedere pari dignità belligeranti sia ai partigiani che combatterono per la libertà, sia ai repubblichini che si resero responsabili di eccidi contro la popolazione inerme; sarebbe come mettere sullo stesso piano le vittime di Marzabotto, di Boves, di Sant'Anna di Stazzena e di altri numerosi eccidi, con i corpi dei fascisti esposti in piazzale Loreto. Quei morti non sono identici, non hanno le medesime responsabilità, non condividono le stesse colpe. Quei morti gridano vendetta! Per questo non è possibile assolutamente riconoscere ai cosiddetti "Ragazzi" di Salò la qualifica di esercito belligerante animato da "nobili" ideali. Quelli erano ideali criminali! E se oggi ci ritroviamo fra i banchi del senato qualche ex responsabile ad Avanguardia Nazionale che rivendica il diritto a cancellare persino la disposizione transitoria e finale che vieta la ricostituzione del Partito fascista, questo lo dobbiamo anche alla Scuola che poco ha fatto per inculcare nei ragazzi italiani il nesso inscindibile fra resistenza e Costituzione. Purtroppo, il denaro ha cambiato tutto, ha sovvertito l'ordine delle cose. Inutile pensare quale sarebbe stato l'orizzonte se si fosse portata a termine la rivoluzione. Nulla, meglio della retorica buonista, avrebbe potuto occultare la memoria della guerra partigiana. E forse non è casuale che certe istanze, certe proposte indegne vengano a galla oggi, nel regno del dio denaro.


Di Pierluigi Delle Stelle  pubblicato su Resistenza Rossa (splinder).

 

giovedì 10 febbraio 2011

Una giornata da ricordare


10
FEB
2011
20:55 - PEDRO 
"Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani".  -  Benito Mussolini, 1920


C'è qualcosa di nausebondo e allo stesso tempo di tragico nell'ultima pagliacciata istituita per la giornata di oggi.
Il dramma sta tutto nella completa ignoranza della storia, oppure nella sua tragicomica malafede.
Nell'urgenza disperata di sfuggire alle sue responsabilità, questo governo infame ha istituito una giornata del ricordo in memoria degli infoibati istriani, giuliani ecc. Esiste d'altra parte una sterminata documentazione  per approfondire la questione.

Ci si chiede, alquanto furbescamente, se oggi, a distanza di anni, possa essere messa in piedi una sorta di memoria condivisa che unisca tutti nella disapprovazione di quegli eventi. Ora, nessuno, se gode di una sufficiente salute mentale, potrebbe auspicare il contrario. Tuttavia, questo non deve trarre in inganno. Si spera, facendo leva su di un facile sensazionalismo, che la gente non approfondisca la realtà dei fatti così come si svolsero effettivamente, e, in parte, si coglie nel segno. E' chiaro che si tratta di auspici interessati, inadatti  a costruire una memoria condivisa.

Anche dai Tg Nazionali esce una verità mutilata, priva del suo corrispettivo reale, sia in termini di vite umane perse sia in termini di indebite occupazioni. Appena un timido accenno alla Italianizzazione forzata dell'Istria che, a voler esser precisi, non viene nemmeno menzionata. Anche se il numero dei morti non diminuisce la portata della tragedia fa specie il fatto nient'affatto trascurabile di come, nel corso degli ultimi quindici anni, il numero degli infoibati sia aumentato in modo esponenziale, senza che vi fossero dei seri riscontri storici nel merito, ma solo "aggiornamenti" pelosi,  perpetrati sull'onda di una falsa propaganda di regime, che ha artatamente falsato il tutto. 

L’ìdeologia "vincente" ha  sconfitto la storia dei perdenti. Questa è -  a tutti gli effetti - una storia artefatta  ad usum delphini, una pietosa bugia che spodesta la verità storica.  Si dimentica, sin troppo colpevolmente, di quale fosse il contesto originario  in cui i fatti si sono consumati e, di come, soprattuto, vanno collocate quelle efferate reazioni. Quindi, a ben guardare, se ci furono crimini ed esperienze truci, queste  furono commesse  dall'arroganza fascista ai danni della popolazione della ex-Jugoslavia. Gli italiani (fascisti e non), come dimostrano moltissimi studi (anche recenti ma non menzionati), si fecero odiare persino più della soldataglia nazista. Costruirono campi di concentramento. Commisero ogni sorta di nefandezza ai danni di popolazioni inermi. E allora, alla luce di questi misfatti,  come ci si può indignare se poi  si sia giunti ad una finale  una resa dei conti? Appare fin troppo evidente che la violenza rimane tale e come tale va sempre condannata. Tuttavia, la conoscenza dei fatti pregressi ed il contesto in cui avvenne la "resa dei conti" sono fattori importantissimi da cui non è possibile prescindere se si vuole fare luce seriamente sulle quelle vicende.  

A questa questione va aggiunta quella degli esuli. Ma, anche qui, vale lo stesso ragionamento, per cui, prima di parlare - a vanvera - occorre documentarsi seriamente, senza tener in conto le visioni ideologiche o le convenienze del momento. Non è possibile dunque arrivare alla verità dei fatti se non si tengono in conto questi necessari presupposti. Ancora una volta, di fronte alla domanda di verità, si risponde sempre pagando con una moneta falsa, che appaga solo l'ideologia dominante, non certo la verità storica.