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lunedì 13 febbraio 2012

IL "DIO MERCATO"



Quello che sta accadendo in Grecia non può lasciarci indifferenti, poiché ciò che sta accadendo in questi giorni ad Atene potrebbe accadere anche qui o in altri paesi dell'euro-zona. Non starò qui a ripetere quanti altri già hanno scritto, letto ed analizzato. Non parlerò dei disordini, delle rivolte in piazza della gente. Mi preme piuttosto far rilevare quelle che sono le cause che hanno portato a questo enorme dissesto economico-finanziario. Ci sono molte cause che possono essere ascritte a questa situazione. Ma, su tutte, ne prevale una, in particolare.
La globalizzazione degli scambi economici e, soprattutto, della produzione capitalistica ha rotto i precedenti equilibri che gli stati-nazione, seppure in un visione egoistica e "nazionale", detenevano. 
Come volevasi dimostrare la liberalizzazione da quei lacci e lacciuoli imposti dai controlli politici non ha prodotto alcun vantaggio per la massa dei lavoratori che si è trovata senza lavoro a causa di una concorrenza sleale, effettuate nel completo spregio dei diritti acquisiti (ed anche dei diritti umani) vigenti nel mondo occidentale.
Questo stato di cose ha - di fatto - declassato gli Stati Uniti da potenza egemone nell'epoca globale a potenza comprimaria nell'ordine mondiale. Nello stato attuale delle cose né gli Usa nè alcun altro stato nazione costistuiscono il centro dell'imperialismo moderno.
Purtuttavia, gli Usa occupano un posto di rilievo nello scenario internazionale; ma non sono, come si poteva pensare dopo il crollo del Muro di Berlino, l'unica superpotenza internazionale. Non rappresentano più ciò che erano un secolo or sono e ciò che l'Inghilterra ha rappreentato nel XIX secolo.
Oggi a comandare sono i cosiddetti "mercati". Queste entità astratte, quasi metafisiche secondo alcuni, senza un volto preciso, sono coloro che dirigono il mondo. Essi "votano" ogni giorno (almeno secondo alcuni commentatori di destra); ed hanno un potere di veto sulle politiche economiche "nazionali". Ce ne accorgiamo, forse, solo oggi, quando vengono evocati più volte durante la giornata: "i mercati ci chiedono di varare misure concrete per ridurre il deficit pubblco". "I mercati vogliono che si metta mano alla riforma del mercato del lavoro". "I mercati come improcrastinabile e necessaria". Eccetera. Il tutto viene servito ad un pubblico del tutto ignorante,  con analisi di "mercato", appunto (grafici, statistiche, pareri pelosi di economisti, ecc.).
Direte: ma come fanno i "mercati" ad imporre la propria agenda alla politica? Bella domanda.
I mercati dispongono di enormi strumenti e poteri di pressione ed anche di distruzione. Uno di questi sono le cosiddette agenzie di rating.  Non che prima non fossero presenti. Ma la loro presenza era imbrigliata nelle maglie dei regolamenti varati dagli "stati- nazione", e  anche dalle barriere (anche fisico-geografiche) che essi mantenevano a tutela del loro dominio. La rottura di queste barriere è avvenuta per il tramite della Globalizzazione. Tutti, chi più chi meno, hanno salutato questo processo di cambiamento come una rivoluzione epocale positiva, che avrebbe arricchito tutti. Celeberrime sono le dichiarazioni di Massimo D'Alema in proposito.
Invece non è stato così. E ciò vale soprattutto per gli ex paesi coloniali, che si sono visti togliere il monopolio del dominio  esclusivo sul terzo e quarto mondo. Oggidì in Africa ci troviamo i cinesi, non gli inglesi, tanto per fare un esempio.
Tuttavia occorre rifuggire la tentazione - assai diffusa soprattutto nell'estrema destra -  di stigmatizzare la globalizzazione, corredandola di giudizi esclusivamente negativi, magari con l'aiuto di "profezie" del tutto campate in aria e nient'affatto scientifiche. 
Poichè se il paradigma consistesse esclusivamente in questo, la conclusione sarebbe appunto, l'anarchia o, come di recente ha affermato l'ex ministro Tremonti in una trasmissione televisiva, il Caos. 
Il potere (altra parola "inafferrabile" oggigiorno) prova orrore per il vuoto. Per questo motivo esso è animato da una forza centrifuga che lo porta fuori dalla sua orbita. 
Il nuovo paradigma globale si articola attraverso una serie di norme non scritte ed è configurato dall'inizio come una vera e propria struttura sistemica assai gerarchica, al contrario di quanto si sarebbe portati a pensare. Il paradigma entro cui agiscono i mercati  è qualitativamente differente rispetto alla situazione preesistente  che si aveva nel dominio degli "stati nazione". Mentre prima le dinamiche della legittimazione avevano bisogno di conferme e assensi politici per condurre al nuovo ordine, ora  non v'e n'è bisogno. L'ordine è già costituito e si fonda su basi prettamente di concorrenza. Tramite il "DIO MERCATO" si è potuto toccare con mano cosa sia - nella realtà dei fatti - la libera concorrenza e lo sganciamento dello stato dalla gestione della cosa pubblica.
Dagli inizi degli anni '90 stiamo assistendo al lento declinare della politica in favore degli "uomini di Banca". Non è un caso infatti che da Ciampi in avanti, uomini del cosiddetto "ceto bancario" siano ascesi in modo diretto ai più alti scranni della politica. Se prima, infatti,  costoro erano soltanto dei "suggeritori", oggigiorno non hanno più bisogno di rimanere defilati dietro le quinte. Oggi essi agiscono alla luce del sole, osannati da tutto il sistema. Questo corrisponde ad una realtà obiettiva: il ruolo guida che le Banche assumono nella gestione economica e politica del mondo.
Quanto è accaduto all'ultimo governo Berlusconi, nel quale si è speculato abbondantemente sotto il profilo mediatico, segnalando l'innalzamento del cosiddetto "spread" (differenziale) fra i titoli tedeschi e quelli italiani, in realtà è un film già visto.
La medesima cosa era accaduta allo stesso Berlusconi durante il suo primo governo quando c'era ancora la vecchia lira. Allora si attribuiva a Berlusconi la caduta della lira. E proprio durante il successivo governo Dini si istituzionalizzò la figura dell'elettore "invisibile": il mercato. Di lì, i continui appelli al fine di rendersi "degni" del dio mercato. Ciò significa in parole povere: svendere il patrimonio pubblico in favore delle grandi famiglie affaristiche o delle grandi multinazionali, penalizzare i pensionati e, indi, dirottare i grandi flussi di fondi dei contribuenti sulle assicurazioni private. Quello delle assicurazioni private, infatti, è un grande business. Un affare talmente grande da far gola persino ai Sindacati. Ciò si è reso possibile grazie alla deregulation, alla libera circolazione dei capitali.  I capitali per essere depositati  esigono un costo, mentre per spostarsi non costano nulla. Per le merci il ragionamento si inverte. Ma a parte tutto ciò occorre ritornare al punto.
C'è una tendenza a drammatizzare questi episodi e a tradurli in una sorta di complotto occulto, più consono ad una setta esoterica che ad un mondo materiale, seppure fatto di carta e bip numerici. Ma se ci ragioniamo sopra essi non sono né complotti né eventi casuali. Sono fatti che hanno una loro logica. Sbarazziamoci, dunque, da questa mania di legare gli avvenimenti politici ai risultati del mercato. Questo è un vezzo dei complottisti italiani e internazionali da cui occorre prendere le distanze. Poiché questo è un modo di ingannare i lettori e creare confusione, senza mettere le mani sui dati reali della discussione. Ora la volatilità delle quotazioni sul mercato dipendono da un fatto molto preciso: dall'ampiezza di affari che ha assunto il mercato finanziario internazionale.  Ricordo - solo per inciso - che, prima ancora di entrare nell'euro, sui mercati si scambiavano mille miliardi di dollari al giorno! Tale esorbitante cifra corrispondeva al PIL Italiano dell'epoca.
I cosiddetti "derivati"  - una delle invenzioni più diaboliche dell'ingegno umano - avevano assunto il livello di 10.000 miliardi di dollari a fine anno del '91.  Come è stato possibile arrivare a tanto lo si è detto poc'anzi e, cioè, attraverso l'informatica e la deregulation. Alla costituzione del mercato vero e proprio si arrivati con un procedimento abbastanza complicato e contraddittorio; che però vale la pena di ricordare.

La nascita dell'eurodollaro

Il primo mercato monetario assolutamente libero fu quello dell'Eurodollaro, di cui poco ci si ricorda in questo momento, anche perché fu inventato dai RUSSI. 
Nel 1945, l'Urss,  allora creditrice degli Stati Uniti, in base alla legge affitti e prestiti, paventò che, con l'imminenza della guerra fredda, gli USA gli avrebbero annullato il debito. Allora istitui una banca in Francia a cui l'URSS cedette il credito nei confronti degli USA.  E così nacque l'eurodollaro; perchè era  un credito in dollari in mano di privati non residenti (e non dunque di rapporti fra due stati sovrani).
Il mercato dell'eurodollaro fece un enorme balzo in avanti durante la crisi petrolifera, perchè tutti i crediti in dollari, sia dei paesi produttori di petrolio sia quelli  derivanti dal disavanzo del bilancio dei pagamenti americani, venivano tutti commerciati sul mercato dell'eurodollaro.  Da lì è partita la Bolla finanziaria che è andata via via gonfiandosi. Quando si capì che non era più possibile ricavare tutti gli utili di prima (incominciarono le crisi) cominciò la speculazione sul mercato dei cambi. Si scoprì un modo nuovo per realizzare profitti: non attraverso grandi oscillazioni, ma attraverso la collocazione di una ingente massa di liquidità sulle piccole oscillazioni. Questo spiega il motivo per cui anche una parola sbagliata (anche dell'insignificante Mariotto Segni) poteva causare una variazione del tasso di cambio della vecchia Lira.   
Il mercato finanziario è il meccanismo che assomiglia di più alla libera concorrenza: non è regolato, non ci sono costrizioni fisiche, gli operatori del mercato finanziario si trovano in un  regime di libera concorrenza. L'unico punto è che non può essere mai in equilibrio, perché mentre lo scambio dei beni e dei servizi è legato alla soddisfazione di determinate condizioni e limiti, queste condizioni non esistono nel mercato propriamente detto.  Ciò spiega (sia detto per inciso) il motivo per cui il Premio Nobel Per l'Economia Paul Samuelson inventò il famoso "teorema delle freccette".
Carlo Marx, a proposito della borsa, diceva: "La borsa è un luogo dove i capitalisti si fregano l'un con l'altro il plusvalore". In un mercato di questo tipo, tutto si amplifica. Un mercato di questo tipo può lavorare intorno ad oscillazioni che variano intorno a i cosiddetti "trends". Quindi senza lasciarsi prendere dal panico da chi sostiene che il mercato è come un elettore straniero che decide le sorti della nostra economia, scoprirà che queste oscillazioni sono avvenute  attorno a dei "trends". Quello che conta molte volte sono "le voci", chi riesce per primo a immettersi nel trend, appunto. Chi arriva tardi, i polli, viene spennato. ma di qui a dire che il mercato è gestito da forze occulte, e che per operare nel mercato si può addirittura far ricorso al cosiddetto "teorema delle fraccette" o, peggio, al caso e alla fortuna, ce ne passa.

Bretton Woods

 

La politica del dollaro che in Europa abbiamo visto all'opera tramite il piano Marshall divenne la strada obbligata nella ricostruzione postbellica. Il consolidamento dell'egemonia monetaria americana fu sancita attraverso gli accordi di Bretton Woods. Li si confrontarono due linee diverse: quella inglese capeggiata da John Maynard Keynes e quella americana guidata da Harry Dexter White. La linea del grande economista inglese era - in estrema sintesi - quella di creare il Bancor, ossia la vera moneta di riserva mondiale, gestita autonomamente dal Fondo Monetario Internazionale. Gli americani non la fecero passare e proposero il Dollar Exchange. Un sistema per cui tutto era ricondotto al cambio col dollaro, dietro l'impegno statunitense a mantenere il dollaro a 28 dollari l'oncia di Oro.   Bretton Woods impose un sistema di relazioni imperialistiche tra gli Stati uniti e i paesi satelliti subordinati, non socialisti, per cui sia lo sviluppo economico americano sia la stabilizzazione e le riforme economiche in Europa e in Giappone erano pressoché assicurati dagli USA, attraverso un regime di accumulazione di una grandissima mole di utili ricavati dalle relazioni con i paesi satelliti. 
Questo sistema, da un punto di vista prettamente capitalistico, fu davvero innovativo, perché a differenza di quanto accadeva prima, quando il sistema monetario internazionale era in mani britanniche, dove, sia detto per inciso, il potere era strettamente detenuto da banche private, si conferirono nuovi poteri ad una serie di istituzioni pubbliche come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e, soprattutto, alla Federal Reserve. 
Sulla base della convertibilità del dollaro, decisa dalle misure di controllo previste da Bretton Woods, la mediazione monetaria della produzione e del commercio internazionale in genere, si sviluppò in una fase  caratterizzata da una circolazione del capitale relativamente libera, dalla costruzione di un forte mercato dell'Euro dollaro e dal consolidameto di un regime di cambi fissi che riguardava la maggioranza dei paesi sviluppati. Questo sistema garantì la stabilità di tutti gli standard valutari, mentre il potere militare americano esercitava una sorta di sovranità di ultima istanza, sia per i paesi dominanti sia per quelli dominati. 
Il sistema di Bretton Woods si caratterizzava per la presenz di una completa egemonia economica degli Stati Uniti  su tutti i paesi non socialisti; questa egemonia veniva assicurata dalla scelta di un modello di sviluppo di tipo liberale, basato su di un sistema di scambi commerciali relativamente liberi e sul mantenimento dell'oro come garante del potere del dollaro.
Con l'avvento del '68 in questi paesi ed in concomitanza con la vittoria vietnamita sugli USA, questo periodo di stabilità monetaria cessò. Durante questi anni vi fu un'espansione del Welfare oltre alla giusta rivendicazione di nuovi diritti. I lavoratori di tutto il mondo beneficiarono delle lotte studentesche e della giusta rivendicazione dei diritti umani. Queste lotte sociali provocarono un aumento dei costi di produzione e del salario, incidendo notevolmente sul saggio di profitto. Inoltre determinarono un mutamento nella natura del lavoro stesso. Per non parlare del "dropping out"...ma qui il discorso si farebbe lungo e ci porterebbe lontano dall'oggetto del nostro discorso. 
Uno dei punti decisivi di destabilizzazione del mercato internazionale è accaduto quando la bilancia dei pagamenti americana è andata in passivo. Primo perché ha creato l'eurodollaro e tutti i debiti in dollari americani venivano ricommerciati e rigirati...ed ha creato un fattore di destabilizzazione del mercato. Ma il fatto ancor più rilevante è avvenuto allorquando, oltre alla bilancia dei pagamenti, è andata in passivo persino la bilancia commerciale degli USA. 
Il 17 agosto 1971 si aprì dunque una seconda fase: il presidente Richard Nixon abbandonò la parità aurea e rese la moneta americana inconvertibile de iure. Si arrivò così ai cosiddetti "cambi fluttuanti", senza dei quali non si sarebbe giunti alla situazione attuale. Impose poi un carico del 10% su tutte le importazioni provenienti dall'Europa verso gli Stati Uniti. Per tal via l'intero debito  americano veniva messo sulle spalle dei paesi europei, ricordando a questi ultimi chi era al vertice dello sfruttamento capitalistico. La stagflazione fece lievitare ulteriormente la crisi e, dato che gli equilibri monetari ed economici di Breton Woods erano ormai saltati, occorreva ristrutturare completamente le relazioni economiche nell'assetto del potere mondiale.
Carlo Marx ci insegna che i capitalisti, al contrario di quanto si possa pensare, sono sempre interessati alle crisi economiche, poichè trovano sempre il modo di massimizzare i loro profitti nel breve periodo, anche se certe scelte comportano poi guai seri nel medio e soprattutto nel lungo periodo. Queste misure andarono in crisi quando il motore liberalcapitalista inciampò nelle rivendicazioni dei lavoratori di quei paesi occidentali che chiedevano più diritti allo sfruttamento neoimperialista. Data l'intensità e la costanza delle lotte susseguitesi a ridosso del '68, di fronte al capitale si aprivano principalmente due vie maestre:
  1. rovesciare completamente i processi sociali di avanzamento attraverso la frammentazione, la disarticolazione e, soprattutto, la disgregazione del mercato del lavoro, affinchè si riuscisse ad imporre il controllo del capitale sull'intero ciclo produttivo.
  2. L'uso sconsiderato della tecnologia protesa non tanto ad alleviare il lavoro dell'operaio, ma quanto a rendere inutili tutti i regolamenti in grado di controllare le dinamiche delle forze produttive e sociali. Per tal via il taylorismo ed il fordismo divennero vecchi arnesi arruginiti.
Il capitale scelse una terza via che le riassumeva entrambe; e cioè non solo applicando l'opzione repressiva alla trasformazione tecnologica, ma puntando soprattutto al mutamento della stessa composizione del proletariato.  
Il regime dei cambi fissi, che pure aveva i suoi difetti, aveva però il grandissimo pregio di non portare al collasso il sistema così come lo vediamo oggi. Era certamente un sistema che dava ampi margini di intervento e di difesa. Bisognava mollare anche allora di fronte agli speculatori, ma non nei termini assurdi a cui assistiamo oggi. Allora esiste un elemento strutturale: la disindustrializzazione degli Stati Uniti comunemente negata da quei giornalisti para-informati alla Eugenio Scalfari. La ripresa americana favorì la Cina e sfavorì l'Europa in generale e l'Italia in particolare.
Deriva dal Bilancio dello stato tutto questo? Certamente si. Ma possiamo veramente credere che se non si approva l'innalzamento dell'età pensionabile lo spread sale? Sicuramente no. Cosa volete che interessi ai mercati di cosa fa Berlusconi o di quello che dice Eugenio Scalfari? Niente. Assolutamente nulla.  Ed ancora.
Perchè oggi  la BCE non ha acquistato i titoli di stato sul mecato primario e invece ha agito contra legem acquistandoli su quello secondario?
Appare evidente che le banche con la complicità delle agenzie di rating stanno giocando sporco. Ricordiamo che quando fallì la Lehman Brothers, sull'agenzia di Standard & Poors c'era ancora la tripla A sulla famigerata Banca Commerciale.  Il dato fu modificato solo successivamente, quando ormai il fallimento era sulla bocca di tutti e i dipendenti di detta banca stavano uscendo cogli scatoloni in mano...  Il problema vero è: possiamo fare qualcosa? Ragioniamo, anche qui. A destra molti antieuropeisti sognano il ritorno alla Lira o, nel caso della Grecia, alla dracma. Tutte cose inefficaci nel panorama globale.
Una cosa del genere si verificò già con la crisi della Lira e si pose anche il problema della sua risoluzione. Naturalmente un ritorno alla Lira comporterebbe la sua inevitabile svalutazione. E la svalutazione ha il grande vantaggio di favorire la ripresa delle nostre esportazioni. Sappiamo però che esiste un limite a tutto questo. Nel momento in cui a forza di svalutare ci dovesse essere una pressione sui prezzi interni, allora i vantaggi della svalutazione cesserebbero. Per contro, tutto ciò che importiamo subirebbe un rialzo vertiginoso. Quindi questa manovra è certamente assai svantaggiosa e perciò stesso estremamente sconsigliabile. L'entrata nell'euro - di per sè - non è stata negativa, poichè si è creata una moneta unica agganciata alla forza del marco. Questo evento però non è affatto sufficiente. Fin quando non vi sarà unità politica dell'Europa occorre respingere le manovre lacrime e sangue. Oggi non esiste una direzione unica, un unico debito pubblico, un unica politica fiscale e monetaria. Tutto ciò  ha portato agli squilibri e alle speculazioni del mercato internazionale intorno allo "Spread". 
Quello che allora serve non è rivendicare una mancata sovranità nazionale che, per altro, non è più nelle nostre disponibilità.  Da tempo, infatti, abbiamo derogato questi poteri all'Europa. D'altro canto, i Nazionalismi, sin dal loro apparire, sono stati forieri di guerra, morte e distruzione, oltre che di assurde competizioni. La Germania per ben due volte ha ingenerato al seconda guerra mondiale. Urge invece creare gli Stati Uniti Socialisti d'Europa.  Di un'Europa del popolo, non delle patrie, e tantomeno delle banche. E speriamo che almeno su questo i nostri compagni non facciano orecchie da mercante.
 ©  ☭ Pedro

giovedì 27 ottobre 2011

Il punto della crisi

27
OTT
2011
19:18 - PEDRO - 
Cari compagni e care compagne,
Vorrei interrompere questa mia serie di articoli sulla memoria storica per fare un po' il punto della difficilissima congiuntura economica attuale, che si sta rivelando, ogni giorno che passa, una vera e propria catastrofe.


La crisi  del Sistema capitalistico sta investendo il mondo intero.  Essa, nonostante i proclami del governo, è ancora in atto e  non sembra voler lasciare il passo alla crescita economica. Essa rappresenta la più fragorosa smentita non solo delle apologie liberiste, ma anche delle cosiddette culture critiche del riformismo, che rappresentavano la cosiddetta globalizzazione, quale "nuovo" capitalismo, capace di superare il ricorso ciclico delle crisi, le contraddizioni fra gli stati nazionali  e dunque le categorie stesse del marxismo e dell'imperialismo.   Queste teorie, che  presentavano il capitalismo come l'unica via apportatrice di sviluppo e di progresso, sono miseramente fallite sotto gli occhi di tutti, liberisti compresi. Questi "dogmi" del progressismo liberista,  che rimandavano alla rappresentazione dell'onnipotenza capitalista  dell'IMPERO, al solo fine di presentare come radicali le più minute ricette liberali  come la "Tobin Tax",  sono state spazzate via dall'evidenza materiale della crisi. Questa crisi è, infatti, la più eclatante conferma di tutte le categorie analitiche del marxismo,  sul carattere anarchico del capitalismo e sulla sua fase storica di decadenza. Il crollo del muro di Berlino  non solo non ha rilanciato infatti l’ordine mondiale del capitalismo, ma ha amplificato tutte le sue contraddizioni. La radice di fondo della crisi non sta nelle cosiddette politiche sbagliate degli ultimi venti anni, come a dire che, correggendo le politiche liberiste di eccessiva finanziarizzazione dell’economia, si potrebbe superare  la crisi. In un certo senso, questa teoria, che accomuna liberal progressisti e riformisti, capovolge l’ordine delle cose. La lunga espansione del capitale finanziario fu, per molti aspetti, non la causa… ma il riflesso di una lunga crisi strisciante e, al tempo stesso, un suo mascheramento. Fu l’esaurimento del boom post-bellico il rallentamento dell’economia mondiale dalla metà degli anni ‘70 a creare un’eccedenza progressiva di merci e capitali, a sospingerli verso il mercato finanziario, a sostenere, per questa via, una domanda artificiale come tampone della crisi e - proprio per questo - l’esplosione della grande bolla finanziaria non ha fatto altro che disvelare e al tempo stesso precipitare una crisi da lungo tempo incubata. Un’enorme crisi di sovrapproduzione.




"Quella crisi di sovrapproduzione che - per dirla testualmente con Marx -  è alla base di ogni crisi capitalista e svela l’irrazionalità di un sistema di produzione nel quale il massimo della ricchezza produce il massimo della miseria".  

Proprio così.

Queste semplici parole di Marx illustrano la crisi attuale infinitamente meglio delle più sofisticate teorie degli intellettuali organici del capitale. Il punto è che le ideologie liberal-riformiste sono confutate non solo nell’analisi ma anche nei rimedi. Tutti  coloro che a sinistra - per lungo tempo e ancora oggi - presentano l’intervento pubblico nell’economia capitalista come correttivo sociale  e come fattore della crisi, spesso sbandierando la mitologia di Keynes e del New Deal, falsificano la verità della storia  e sono smentiti nel modo più evidente proprio dalla realtà di questa crisi. Falsificano intanto la realtà della storia, perché non fu il New Deal di Roosevelt  che per altro non creò alcuno stato sociale  in America a salvare il capitalismo dalla crisi  degli anni ‘30, fu semmai  la gigantesca carneficina della guerra  e la ricostruzione dalle sue rovine. Ma sono soprattutto smentiti dalla realtà  di questa crisi. Chi voleva mettere alla prova le virtù dell’intervento pubblico  nell’economia del capitale è servito. Da quattro anni ci troviamo in fatti di fronte (in Europa e in America) al più grande intervento  pubblico degli stati imperialisti e  delle banche centrali,  a partire da quelli che fino a ieri recitavano il mantra di un intoccabile liberismo, al punto che la somma complessivamente investita è superiore a quella spesa nella seconda  guerra mondiale. Eppure, la realtà è stata esattamente opposta a quella  immaginata dai cantori del Keynesismo.  Non un sostegno ai salari, al lavoro, alle protezioni sociali, ma un soccorso gigantesco alle grandi imprese e alle banche pagato dalla più grande offensiva contro i lavoratori degli ultimi sessanta anni.  E per di più un fattore esso stesso della riproduzione del meccanismo di crisi, perché l’iniezione di risorse pubbliche nel sistema bancario, attraverso l’acquisto dei titoli tossici non si trasforma in espansione del credito alla produzione, ma in una nuova espansione della speculazione finanziaria.  E perché proprio il soccorso pubblico del capitale diventa, oltre tutto, per la prima volta nella storia,   un fattore di crisi del cosiddetto debito sovrano, cioè, di possibile insolvenza di intere organizzazioni statali. Il fallimento della mitologia keynesiana non poteva dunque  essere più completo.  E tuttavia, è’ importante cogliere una visione d’insieme della economia mondiale, che, da un lato, individui la contraddittorietà dei dati economici  e, dall’altro, ne misuri l’impatto sugli equilibri politici internazionali, fuori da una lettura uniforme e solo economicista della crisi. Siamo infatti di fronte ad un paradosso: se leggessimo i dati economici dell’economia mondiale – complessivamente intesa nella loro apparenza -  potremmo persino dubitare della portata  e della continuità della crisi. Basti pensare che nel 2010 il PIL mondiale cresce del 4,8 % e il commercio mondiale passa da –11% del 2009 a un + 11% del 2010. Non sono esattamente  i dati di un cataclisma.  Ma il punto è che questi dati  nascondono la contraddizione crescente  fra i diversi comparti dell’economia mondiale  con enormi ricadute  politiche, si tratta della contraddizione di fondo fra la crisi profonda e la sostanziale stagnazione dell’economia dell’occidente,  e l’imponente sviluppo economico dell’oriente,  con l’eccezione del Giappone, in particolare della Cina. Questa contraddizione non è nuova. Ma la crisi capitalista l’ha amplificata sotto il profilo economico e ha acutizzato profondamente le sue conseguenze politiche, al punto da trasformare il contrasto fra gli Stati uniti e la Cina nel nuovo baricentro della politica mondiale. Gli USA restano sicuramente la principale potenza capitalistica mondiale a partire dalla perdurante supremazia militare; ma dentro una dinamica di crisi crescente di egemonia economica e politica sulle relazioni internazionali. Questa crisi non data da oggi, ha radici  strutturali anche economiche, ed è maturata sul piano politico  proprio nella nuova fase post ‘89, quando il  crollo dell’Urss  se da un la ha enfatizzato la militare americana, dall’altro ha privato gli Stati Uniti di una rendita di posizione strategica negli equilibri mondiali. Ma proprio per questo la crisi capitalistica attuale è per gli Usa per alcuni  aspetti più pesante che nel ‘29; e non da un punto di vista economico, ma da un punto di vista politico e strategico. 


Lev Davidovich Bronshtein on November 7, 1879 Leon Trotskij
Nel ‘29-33 la grande crisi colpì l’America  nel momento della sua ascesa storica  a scapito del vecchio impero britannico e Trotskij capi,  con grande intelligenza,  che la crisi non avrebbe invertito la tendenza storica  dell’ascesa americana. Oggi, la crisi colpisce gli Stati Uniti nel momento della loro massima difficoltà di egemonia  e, per questo, rafforza  la tendenza al declino,  sia sotto il profilo economico, dove quello che fu il più grande creditore della storia  del capitalismo si è trasformato nel più grande debitore di quella storia e, per di più, a diretto vantaggio della nuova potenza rivale, e sia sotto il profilo politico internazionale, dove il tentativo della nuova presidenza Obama di rilanciare l’egemonia americana in chiave multilateralista segna il passo su ogni terreno decisivo della politica mondiale: nel rapporto con gli imperialismi europei, in Medioriente, in Africa, in Asia, nella gestione delle relazioni tra le valute,  come in ordine alle scelte energetiche e ambientali. La crisi verticale della nuova amministrazione di Barack Obama, decretata dalla sconfitta elettorale di novembre,  è un riflesso indiretto della grande crisi americana. Questa crisi di Obama continuerà, attraverso lo sfaldamento interno del suo gruppo sociale di consenso, minato prima dai costi sociali del grande sostegno alle Banche, e ora aggravato dalla continuità dei regali fiscali ai ricchi,  pattuita con i repubblicani. E con la crisi di Obama esplode la crisi dell’obamismo, la ricorrente suggestione ideologica che spinge la sinistra europea ad aggrapparsi al cosiddetto salvatore americano per sublimare le proprie sconfitte e le proprie responsabilità. Fu così con la socialdemocrazia europea nei confronti Roosevelt negli anni ‘30, e così è stato oggi nei confronti di Obama persino da parte della sinistra cosiddetta radicale. Con una differenza. Negli anni 30 la socialdemocrazia celebrava col new deal di Roosevelt la simulazione riformista di un  imperialismo in ascesa. Oggi  la sinistra cosiddetta radicale è giunta a salutare – testualmente – “come nuova speranza per l’umanità” - per citare le parole alate di Nichi Vendola  - il presidente della più grande  potenza imperialista in declino  e la sua politica di salvataggio dei banchieri, confermando, anche così, al di la delle parole, la sua subordinazione al capitalismo internazionale. 


Ma soprattutto il declino americano è misurato dall’ascesa della Cina sullo scenario mondiale. E’ una questione centrale nel panorama internazionale. E’ stata anche materia di discussione nel nostro congresso e lo sarà nella a discussione internazionale nel coordinamento per la rifondazione della IV internazionale. E costituirà - oltretutto questo - un tema di confronto con altre forze e  tendenze  del movimento operaio internazionale della stessa sinistra italiana, se solo si pensa che larga parte della federazione della sinistra italiana se solo si pensa che larga parte della federazione della sinistra considera ancora oggi la Cina un paese socialista, che una nuova formazione come 
“Sinistra popolare”  saluta enfaticamente il premier cinese  nell’atto stesso del suo congresso fondativo,  che nuove associazioni politico-culturali, fondate da organizzazioni di estrema sinistra - tra cui la rete dei comunisti  - vantano la pubblica benedizione dell’amica ambasciata cinese. Dove sta il tragico paradosso di queste posizioni? Sta nel perfetto rovesciamento ideologico della realtà. La Cina non solo è  oggi un paese capitalista, che ha visto la mutazione della propria burocrazia stalinista in una nuova  borghesia, che si regge su una proprietà largamente privata  e sul super sfruttamento manchesteriano della propria giovane classe operaia,  ma è un paese che sta mettendo l’eredità del settore pubblico dell’economia e di un apparato statale totalitario al servizio di uno sviluppo capitalistico concentrato e straordinario. Una sorta di capitalismo di stato  che, proprio in ragione della potenza statale,  si candida a ripercorrere la via della rapidissima ascesa nell’ultimo ‘800 del capitalismo tedesco o del capitalismo giapponese. E’ vero  questo quadro  va bilanciato da fattori contraddittori, potenzialmente esplosivi: 


Il grattacielo cinese poggia tuttora su fondamenta incerte. I grandiosi scioperi operai del Guandong, che salutiamo come un fatto di straordinaria  importanza per intero movimento operaio internazionale indicano le potenzialità dirompenti di un’ascesa operaia sugli equilibri interni della Cina e, di riflesso sullo scenario mondiale. La stessa unità dell’apparato di regime che sinora ha gestito la restaurazione capitalistica potrebbe essere messo a dura prova nel caso d’un precipitare d’una crisi sociale. Ma questi fattori ed eventualità non possono nascondere la tendenza attuale in tutta loro enorme portata. Lo sviluppo cinese non solo non è stato travolto dalla crisi mondiale ma si è rafforzato dalla crisi capitalizzando a proprio vantaggio le difficoltà dell’America e dell'Europa. E' la crisi e il conseguente deprezzamento di azioni e titoli dell'occidente a consentire lo straordinario shopping della Cina nell'economia mondiale col passaggio da un miliardo a 56 miliardi  di investimenti esteri  in America e in Europa  nel solo quinquennio fra il  2004 e il 2009. E' la crisi e l'enorme indebitamento pubblico  dei paesi imperialisti  a ridurre il loro spazio di manovra  verso i paesi dipendenti, favorendo la grande espansione cinese  in Africa e in Asia, a caccia di materie prime a basso costo e soprattutto di terre coltivabili. E' lo scarto  fra la crisi occidentale  e lo sviluppo cinese a ridurre il divario di potenza militare fra i tradizionali paesi imperialisti, costretti a contenere le spese in armamenti e una Cina che accresce ogni anno il proprio dispositivo bellico e che ormai si avvia a rappresentare la più grande potenza navale militare  del mondo.

E tutto questo su uno sfondo che già da oggi vede la Cina come primo paese esportatore, primo produttore di supercalcolatori, di treni ad alta velocità, primo  investitore in ricerca scientifica e tecnologica e, soprattutto, come il paese detentore di un grande potere di condizionamento internazionale,  attraverso il controllo del “debito pubblico” americano. L’investimento crescente nello stesso debito europeo e il possesso in semi monopolio di quelle cosiddette “terre rare” così chiamata che sono oggi le materie decisive dell’alta tecnologia mondiale. Certo, come abbiamo sottolineato nel testo congressuale, la Cina è ben lontana, nonostante tutto questo, dal poter contendere direttamente agli Stati Uniti, l’egemonia dell’economia mondiale, a causa di diversi fattori tra loro intrecciati, a partire dalla non convertibilità dello Yuan, e dell’accerchiamento strategico in Asia. Ma resta l’altra faccia della medaglia. Il fatto che gli Stati uniti non possono dominare e piegare la Cina, né come Paese dipendente né come paese rivale. Nel 1985 l’America di Regan ebbe la forza di imporre all’emergente Giappone la rivalutazione della sua moneta spezzando la sua ascesa e votandolo al declino.  


Oggi, l’America di Obama non ha la forza di imporre alla Cina la rivalutazione dello Yuan, ciò che determina, a sua volta, il ricorso alla svalutazione del dollaro una guerra internazionale delle valute un ritorno al protezionismo, l’approfondimento di tutte le contraddizioni mondiali. Il declino americano e l’ascesa cinese segnano  dunque nel loro rapporto la line del fronte nello scenario internazionale, con potenzialità dirompenti nella prospettiva storica, non esclusa la possibilità di una guerra. L’unione europea è il classico vaso di coccio della crisi mondiale  e della “tenaglia” fra Stati Uniti e Cina.  La suggestione lanciata nel 2000 a Lisbona d’un primato dell'Europa su scala internazionale entro il 2015 si è convertita  dieci anni dopo nel suo esatto opposto. Non solo l’Ue non ha capitalizzato a proprio vantaggio la crisi americana, ma il combinato della crisi internazionale e dell’ascesa asiatica ha marginalizzato,  come mai in passato, il ruolo mondiale degli imperialismi europei. Tutte le debolezze strutturali e politiche dell’Unione – già sottolineate e analizzate dal nostro primo congresso -  sono state aggravate e amplificate dallo scenario mondiale. E ormai la stessa struttura dell’unione ad essere messa in discussione dalla crisi. Le colonne d’ercole dei trattati di Maastricht del patto di stabilità  sono state travalicate  in un batter d’occhio  dall’enorme espansione dei debiti pubblici, dovute al soccorso prima delle Banche  e poi degli stati sovrani  a rischio default,  come la Grecia e l'Irlanda, verso cui sono esposte le banche, in primo luogo tedesche. A sua volta, proprio la nuova produzione di debito pubblico e gli strumenti straordinari approntati per la sua gestione esaltano ogni giorno di più la contraddizione strutturale di fondo su cui l’unione si appoggia:l’assenza di un  ente garante  in ultima istanza del debito pubblico, dovuta all’assenza  di un’unità statale europea. La FED  è garantita dagli USA, la BCE, il fondo europeo di stabilità  programmato sino al 2013  e infine il nuovo meccanismo monetario, concordato per gli anni successivi,  non sono garantiti e coperti da nessuna  unità statale federale, oltre ad avere una portata ridotta d’intervento. ciò rappresenta una mina esplosiva per il sistema finanziario europeo. Di più. Proprio nel momento in cui la crisi mondiale  solleciterebbe un passo avanti dell’integrazione politica europea si approfondiscono, sotto il peso della crisi, le contraddizioni interne al quadro continentale,  a partire dalla riemersione storica,  in forme nuove,  della vecchia questione  tedesca. Siamo di fronte ad una situazione singolare:  in astratto, la Germania è l’unico Stato europeo che potrebbe guidare un processo di unificazione continentale; nel concreto, la Germania è oggi il principale fattore di divisione  e contraddizione in Europa. La Germania è oggi l’unico paese europeo che conosce una reale ripresa economica dopo la recessione del 2009, grazie ad una potente struttura industriale, ad un ancoraggio decisivo col mercato asiatico, ma ha un tallone d’Achille molto pericoloso: un enorme esposizione bancaria verso il debito pubblico dell'est europeo e dei paesi europei mediterranei. Questo nodo non può essere sciolto né dall’espulsione di tali paesi dall’Unione, né dall’abbandono tedesco dell’Unione, soluzioni entrambe suicide per l’esportazione e le Banche tedesche.  E viene dunque affrontato in modo opposto: con una sorta di commissariamento finanziario strisciante delle banche tedesche sull’economia europea,  con la concentrazione di una disciplina finanziaria sempre più vincolante che moltiplica tutte le tensioni nazionali tra il cuore industriale del nord Europa  e i paesi europei mediterranei,  fra la Germania e altri paesi imperialisti, fra l’euro e le altre valute. Per di più con effetti economici restrittivi sul  mercato continentale, che rendono ancor più arduo l’abbattimento dei debiti pubblici. Per tutto questo  è storicamente in discussione la stessa sorte della moneta unica. Siamo dunque al fallimento conclamato di ogni vecchio europeismo: sia dell’europeismo liberale, che apertamente rivendicava l’unità capitalistica europea, ma sia anche dell’europeismo riformista e centrista, che alla coda dei liberali rivendicava e rivendica una fantomatica Europa sociale e democratica  su basi capitalistiche, grazie ai sospirati ministeri di sinistra o alla pressione dei movimenti sociali, o a entrambi i fattori. Ancora una volta la realtà ha spazzato via queste fantasie, configurando uno scenario esattamente opposto: il massimo di divisione in Europa, il massimo di offensiva sociale antioperaia, all’insegna di qualsivoglia governo europeo. Tutte le mitologie di una possibile socialdemocrazia progressiva sud europea da Jospin a Zapatero, regolarmente alimentate dalle cosiddette sinistre radicali (anche italiane) sono state ridicolizzate, una dopo l’altra, dall’esperienza degli ultimi 15 anni. E oggi proprio il crollo  del “mito Zapatero”,  ancora intoccabile a sinistra sino ad un anno fa, a liquidare la credibilità di ogni illusione. Quello che fu indicato in Italia, anche in rifondazione, come il possibile “faro” di un centrosinistra progressista e quello stesso governo che spara sui migranti, liberalizza i licenziamenti, porta le pensioni a 67 anni. E’ la riprova  che i lavoratori non potranno mai avere per amico il proprioprogressista governo cosiddetto , che è poi il governo dei propri sfruttatori, ma solo i lavoratori degli altri paesi.

Per una ripartizione internazionale del lavoro, attraverso la riduzione progressiva dell’orario, per l’esproprio delle aziende sfruttatrici, a partire dalla FIAT,  perché il potere passi  nelle mani del lavoro.  “Gli operai non hanno patria” - scriveva il manifesto del partito comunista nel lontano 1848. Oggi questo appello è – se possibile – ancor più attuale di allora. Ma per portare questa verità nella coscienza politica della nuova generazione operaia è necessaria un’altra direzione del movimento operaio europeo e un altro programma. Negli anni’ 20 i comunisti rivoluzionari d'Europa, dopo il massacro della grande guerra, lanciarono la prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d’Europa, come l’unica soluzione progressiva della crisi del vecchio continente. Socialdemocrazia e stalinismo, però, respinsero o abrogarono quella parola d’ordine. E’ il momento di riprenderla. Perchè solo rifondando l’Europa su nuove basi sociali e, soprattutto, rivendicando l'annullamento del debito pubblico verso le Banche centrali, è possibile unirla a vantaggio dei lavoratori. In altre parole, occorre NAZIONALIZZARE le banche onde  restituire al popolo la proprietà monetaria. Solo facendo questo sarà possibile  concretizzare  un  vero potere dei lavoratori come alternativa reale alla crisi capitalista e alla miseria sociale.

di Pierluigi Delle Stelle, pubblicato sul suo blog sulla piattaforma splinder