martedì 10 febbraio 2026

Basta sftruttamento la dignità non è negoziabile

 


La Procura di Milano ha deciso di indagare «Glovo», con l'accusa di caporalato. Sono 40 mila i rider sfruttati.

È incredibile che nel 2026 si debba ancora gridarlo, ma eccoci qui: non è normale lavorare fino allo sfinimento per una paga che non copre nemmeno il costo della vita. Non è normale essere trattati come ingranaggi sostituibili, come se la fatica, il tempo, la salute e la vita delle persone fossero dettagli marginali di un bilancio aziendale.

C’è chi parla di “flessibilità”, ma spesso è solo un altro nome per turni massacranti, orari impossibili, reperibilità continua, ferie negate, riposi cancellati. E tutto questo in cambio di stipendi da fame, che non riconoscono né il valore del lavoro né la dignità di chi lo svolge.

La verità è semplice:
𝘶𝘯 𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦𝘮𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘳𝘰𝘴𝘱𝘦𝘳𝘢 𝘴𝘱𝘳𝘦𝘮𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘭𝘦 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘰𝘯𝘦 𝘧𝘪𝘯𝘰 𝘢𝘭𝘭’𝘰𝘴𝘴𝘰 𝘦̀ 𝘶𝘯 𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦𝘮𝘢 𝘮𝘢𝘭𝘢𝘵𝘰.
E chi lo difende, chi lo giustifica, chi lo chiama “necessità del mercato”, sta solo mascherando l’ingiustizia con parole eleganti.

Il lavoro dovrebbe essere un patto di reciproco rispetto, non una condanna. Dovrebbe costruire vite, non consumarle.
Dovrebbe permettere di vivere, non solo di sopravvivere.

E allora sì, è il momento di dirlo forte:
chi lavora merita tempo, salute, sicurezza, e una retribuzione che rispecchi il valore reale del suo contributo.
Non è un favore. Non è un premio, è un diritto!

Finché questo non sarà garantito, continuerò a parlare, denunciare, pretendere.
Perché la dignità non è un lusso: è la base di qualsiasi società che voglia definirsi civile.

sabato 4 marzo 2023

L'INFLUENZA DEL PENSIERO DI KARDELJ SULL'ENCICLICA LABOREM EXERCENS DI SAN GIOVANNI PAOLO II


(Articolo del Dott. Massimo Cogliandro)
Un attento esame del n. 14 dell'enciclica Laborem exercens dimostra l'influenza del pensiero contenuto nel libro Socialismo e autogestione di Edvard Kardelj su Giovanni Paolo II:
"Se dunque la posizione del rigido capitalismo deve essere continuamente sottoposta a revisione in vista di una riforma sotto l'aspetto dei diritti dell'uomo, intesi nel modo più vasto e connessi con il suo lavoro, allora dallo stesso punto di vista si deve affermare che queste molteplici e tanto desiderate riforme non possono essere realizzate mediante l'eliminazione aprioristica della proprietà privata dei mezzi di produzione. Occorre, infatti, osservare che la semplice sottrazione di quei mezzi di produzione (il capitale) dalle mani dei loro proprietari privati non è sufficiente per socializzarli in modo soddisfacente. Essi cessano di essere proprietà di un certo gruppo sociale, cioè dei proprietari privati, per diventare proprietà della società organizzata, venendo sottoposti all'amministrazione ed al controllo diretto di un altro gruppo di persone, di quelle cioè che, pur non avendone la proprietà, ma esercitando il potere nella società, dispongono di essi al livello dell'intera economia nazionale oppure dell'economia locale.
Questo gruppo dirigente e responsabile può assolvere i suoi compiti in modo soddisfacente dal punto di vista del primato del lavoro - ma può anche adempierli male, rivendicando al tempo stesso per sé il monopolio dell'amministrazione e della disposizione dei mezzi di produzione e non arrestandosi neppure davanti all'offesa dei fondamentali diritti dell'uomo. Così, quindi, il solo passaggio dei mezzi di produzione in proprietà dello Stato, nel sistema collettivistico, non è certo equivalente alla 'socializzazione' di questa proprietà. Si può parlare di socializzazione solo quando sia assicurata la soggettività della società, cioè quando ognuno, in base al proprio lavoro, abbia il pieno titolo di considerarsi al tempo stesso il 'com-proprietario' del grande banco di lavoro, al quale s'impegna insieme con tutti. E una via verso tale traguardo potrebbe essere quella di associare, per quanto è possibile, il lavoro alla proprietà del capitale e di dar vita a una ricca gamma di corpi intermedi a finalità economiche, sociali, culturali: corpi che godano di una effettiva autonomia nei confronti dei pubblici poteri, che perseguano i loro specifici obiettivi in rapporti di leale collaborazione vicendevole, subordinatamente alle esigenze del bene comune, e che presentino forma e sostanza di una viva comunità, cioè che in essi i rispettivi membri siano considerati e trattati come persone e stimolati a prendere parte attiva alla loro vita (1)".
San Giovanni Paolo II riprende la distinzione fatta da Kardelj in Proprietà sociale e autogestione tra "proprietà statale" e "proprietà sociale". Per Kardelj e per San Giovanni Paolo II "il solo passaggio dei mezzi di produzione in proprietà dello Stato non è certo equivalente alla socializzazione di questa proprietà", cioé non dà necessariamente luogo alla proprietà sociale dei mezzi di produzione. Se infatti "il gruppo dirigente dello Stato assolve i suoi compiti male, rivendicando al tempo stesso per sé il monopolio dell'amministrazione e della disposizione dei mezzi di produzione, il solo passaggio dei mezzi di produzione in proprietà dello Stato non è certo equivalente alla 'socializzazione' della proprietà" dei mezzi di produzione, ma configura quella che Kardelj chiama "proprietà statale". San Giovanni Paolo II passa quindi a proporre negli stessi termini di Kardelj il sistema dell'autogestione sociale dei mezzi di produzione come l'unico sistema in grado di garantire la reale proprietà sociale dei mezzi di produzione in cui per mezzo delle "organizzazioni del lavoro associato" (nome dato da Kardelj alle imprese di proprietà sociale autogestite dai propri lavoratori) i lavoratori diventano allo stesso tempo "comproprietari" di tutti i mezzi della proprietà sociale e gestori di tali mezzi in nome e per conto di tutto il popolo lavoratore:
"Si può parlare di socializzazione solo quando sia assicurata la soggettività della società, cioè quando ognuno, in base al proprio lavoro, abbia il pieno titolo di considerarsi al tempo stesso il 'com-proprietario' (2) del grande banco di lavoro, al quale s'impegna insieme con tutti (3)".
San Giovanni Paolo II dimostrava di apprezzare anche il sistema delle "comunità d'interessi autogestite" introdotte in Jugoslavia con la Costituzione del 1974 quando dice che "una via verso tale traguardo potrebbe essere quella di associare, per quanto è possibile, il lavoro alla proprietà del capitale e di dar vita a una ricca gamma di corpi intermedi a finalità economiche, sociali, culturali: corpi che godano di una effettiva autonomia nei confronti dei pubblici poteri". I "corpi intermedi" collegati alle "organizzazioni del lavoro associato" "con finalità economiche, sociali, culturali" sono infatti precisamente le "comunità d'interessi autogestite".
L'influenza del pensiero autogestionario di Kardelj su San Giovanni Paolo II in questo documento del 1981 è legato in gran parte al fatto che proprio nel 1981 era avvenuto un colpo di Stato in Polonia proprio per bloccare la nuova legge sull'autogestione appena varata dal governo polacco per venire incontro alle rivendicazioni del sindacato cattolico Solidarnosc. L'intervento risoluto di San Giovanni Paolo II nel 1984 obbligò il governo polacco a rendere esecutiva la nuova legge sull'autogestione sospesa in seguito al colpo di Stato del 1981.
Note
(1) Enciclica Laborem exercens, III, 14.
(2) Giovanni Paolo II nel suo linguaggio rendeva la tesi kardeljana di distinzione di "proprietà sociale" e "proprietà statale" utilizzando un linguaggio ripreso dal Manifesto del Partito Cooperativista Sinarchico (l'azienda di proprietà sociale vede nei suoi lavoratori il "com-proprietario", ecc.). Quel "com" va inteso alla latina nel senso di "insieme", cioè di una compartecipazione al possesso reale dei mezzi di produzione. Sostanzialmente l'impresa autogestita diviene "proprietà di gruppo" del collettivo di lavoro, che produce ricchezza a beneficio del bene comune di tutto il popolo. Questo modo di vedere influenzerà la Legge jugoslava sull'autogestione del 1989, sperimentata solo per un paio d'anni. Sul piano pratico cambiava poco. Probabilmente Giovanni Paolo II, come i Cooperativisti Sinarchici, intendeva dare all'autogestione un'interpretazione più comunitarista e meno marxista. Non si può tuttavia dire con certezza se San Giovanni Paolo II abbia letto il Manifesto del Partito Cooperativista Sinarchico, nell'agosto 1942 trasformatosi in Partito Comunista Cristiano, o se sia arrivato a queste conclusione seguendo la stessa linea di ragionamento.
(3) Enciclica Laborem exercens, III, 14.

mercoledì 6 aprile 2022

CARATTERE DEMAGOGICO DELLA SOCIALIZZAZIONE FASCISTA


I Consigli di Gestione istituiti de iure dal Decreto Legislativo RSI del 12/2/1944 erano uno scopiazzamento dei Soviet di Gestione Aziendale introdotti da Lenin in Russia nel 1918. Questi Soviet di Gestione Aziendale erano costituiti per il 50% da rappresentanti dei lavoratori.

Come abbiamo visto, nel 1918 in Russia vi erano dunque i Soviet di Gestione aziendali nelle aziende pubbliche ed il Controllo Operaio nelle aziende private. Bombacci e Mussolini non si sono dunque inventati nulla.
Va detto che i Soviet di Gestione Aziendale in Russia sono durati solo pochi mesi per l'opposizione di Trotskj, che riteneva gli operai incapaci di autogestirsi. A tal proposito, Mussolini disse di Lenin, che prima ha dato le aziende agli operai, poi le ha consegnate ai dittatori, cioè ai Direttori nominati dal Partito.
In realtà, Lenin ha messo i "dittatori" solo per il tempo del comunismo di guerra, poi, su suggerimento di Trotskj, ha privatizzato le aziende. In ogni caso, la socializzazione fascista non era fatta bene per questi motivi:
  1. nelle aziende private il Presidente del Consiglio di Gestione era obbligatoriamente scelto tra i rappresenti di parte padronale;
  2. i rappresentanti dei lavoratori nel Consiglio di Gestione dovevano obbligatoriamente essere tesserati al Partito Fascista Repubblicano;
  3. nei Consigli di Gestione delle aziende pubbliche dovevano obbligatoriamente essere presenti uno o più rappresentanti del Ministero dell'economia, proprio come nei Soviet di Gestione Aziendale russi del 1918.
Tutte queste misure rendevano i Consigli di Gestione fascisti meri strumenti della burocrazia politica del Partito Fascista Repubblicano per il controllo dell'economia.
Insomma, non hanno nulla a che fare con il vero socialismo dell'autogestione. 

giovedì 1 luglio 2021

Cosa resta del comunismo in Cina?

IL PARTITO DI MAO HA 100 ANNI

I capitalisti, un tempo malvisti, oggi vengono accolti a braccia aperte dal Partito Comunista Cinese, purché rispettino determinate condizioni e giurino fedeltà a un’organizzazione ormai formata più da funzionari che da operai.



Il Partito comunista cinese (Pcc), al traguardo dei suoi 100 anni, è diventato capitalista? A quarant’anni dalle riforme di liberalizzazione economica avviate da Deng Xiaoping, oltre 800 milioni di persone sono uscite dalla povertà e lo Stato-partito guida ormai la seconda economia mondiale – o la prima, a parità di potere d’acquisto – con il 18% del prodotto interno lordo (Pil) globale. L’introduzione dell’economia di mercato e l’accelerazione della crescita sono andate di pari passo con un aumento esponenziale delle disuguaglianze: il coefficiente di Gini, che ne misura il livello, è cresciuto di quindici punti tra il 1990 e il 2015.

Queste trasformazioni hanno favorito l’ascesa del settore privato, ma lo Stato mantiene un controllo diretto su gran parte dell’economia, con il settore pubblico che rappresenta circa il 30%, rendendo la Cina un classico esempio di capitalismo di Stato. Inoltre, il Pcc è riuscito in gran parte a cooptare le élite emerse da questa economia liberalizzata. Anche se l’ideologia comunista non gioca più un ruolo nel reclutamento, la struttura organizzativa leninista resta al centro del rapporto tra Stato e capitale.

Il Partito, i cui ranghi continuano a crescere fino a raggiungere circa 92 milioni di iscritti (pari al 6,6% della popolazione) , si è gradualmente trasformato in un partito di «colletti bianchi». All’inizio degli anni 2000, l’allora presidente Jiang Zemin aveva eliminato il divieto di reclutare imprenditori del settore privato, fino ad allora considerati nemici di classe, così che il Pcc non rappresentasse più solo le classi «rivoluzionarie» – operai, contadini e militari – ma si aprisse alle «forze produttive avanzate» del Paese. Gli imprenditori selezionati sono diventati membri dell’élite politica, garantendo alle aziende, almeno in parte, una protezione dai dirigenti con tendenze predatorie.

Il loro reclutamento ha subito un’accelerazione sotto la presidenza di Xi Jinping (dal 2013), con l’obiettivo di creare «un gruppo di individui del mondo degli affari determinati a camminare al fianco del Partito ».

Il risultato è che il Pcc è diventato rapidamente sempre più elitario. Già nel 2010, «professionisti e manager laureati» avevano raggiunto in numero contadini e operai. Dieci anni dopo li avevano superati, rappresentando il 50% degli iscritti, contro meno del 35% di operai e contadini .

Se «l’impegno per il comunismo» era una delle principali ragioni di adesione al Partito nell’epoca maoista (1949-1976), oggi le motivazioni sono più pragmatiche: soprattutto favorire la propria carriera professionale. Attraverso la formazione interna offerta, si nota come il Partito si presenti come una struttura manageriale ispirata al neoliberismo, orientata a una gestione efficiente della popolazione e dell’economia .

Tuttavia, la minore enfasi sull’ideologia comunista non mette in discussione il principio di lealtà richiesto ai membri, che devono dimostrare uno «spirito di partito», simile allo spirito d’impresa, mirato al successo.


martedì 8 giugno 2021

Katyn, una bugia diventata storia

Perché alcuni politici russi continuano a pentirsi di tutto ciò che i nostri padri non fecero

di Jurij Krinitsky, candidato di scienze militari, professore, e Filip SorokinNumero 21 (884) dell’8 giugno 2021,

Il 25 agosto 1993, il presidente russo Boris Eltsin, con le parole: “Perdonaci”, depose una corona di fiori al monumento alle vittime di Katyn a Varsavia. Successivamente, i governi di Russia e Polonia decisero di costruire memoriali a Katyn e Medny. Sembrerebbe che venisse fatto un passo per avvicinarsi… Ma nel corso degli anni, le inesattezze e falsificazioni nella versione “ufficiale” (Goebbels-Polacca-Gorbaciov-Eltsin) dell’esecuzione dei polacchi sono sempre più evidenti . Soprattutto se entrambi gli argomenti, Katyn e Mednij sono considerati nel complesso. Ci sono due sepolture sul territorio russo, la cui storia è deliberatamente confusa e utilizzata ai fini della guerra dell’informazione. Uno è nella regione di Smolensk (foresta di Katyn, tratto di Kozi Gorij), il secondo è nella regione di Tver (ex-Kalinin), vicino al villaggio di Mednij. Qui, nei primi anni ’40 del XX secolo, furono fucilati e sepolti prigionieri di guerra polacchi. Ma ci sono due opinioni fondamentalmente diverse sul numero di persone uccise, data ed autori del crimine. Secondo la versione del ministro della propaganda del Reich Joseph Goebbels, versione dell’attuale leadership polacca e dell’élite liberale della Russia moderna, i polacchi furono giustiziati da agenti dell’NKVD un anno prima dell’inizio della seconda guerra mondiale. Secondo la versione sovietica, i prigionieri non ebbero il tempo di evacuare durante la ritirata dell’Armata Rossa. Finirono nel territorio occupato dalle truppe tedesche e nell’autunno del 1941 furono fucilati dai nazisti. Nell’articolo pubblicato “The Katyn split”, gli autori analizzarono gli argomenti utilizzati dagli scienziati sostenitori di ciascuna versione. E conclusero che i fatti presi in considerazione nell’insieme non sono esaustivi per una presentazione univoca del quadro del crimine.

Trova, ricorda, dimostra
Quali fonti avevano gli esperti del Novecento e quali sono gli storici contemporanei che studiano il segreto di Katyn e Mednij? La prima fonte sono i materiali dei processi di Norimberga. Mostrano l’atteggiamento dei Paesi vincitori nei confronti della tragedia di Katyn subito dopo la guerra. La seconda, le conclusioni delle commissioni tedesche e sovietiche che lavorarono nei luoghi di sepoltura. La terza, i documenti declassificati: i protocolli del Politburo, lettere da Berija a Stalin, Shelepin a Krusciov, ordini dell’NKVD che indicano una certa cronologia e partecipanti agli eventi. “Oggi Katyn è un’arma di propaganda della dirigenza polacca nella lotta per i dividendi politici. Usa metodi diversi, tra cui falsificazione, menzogne, doppi standard” La quarta: documenti dagli archivi dell’NKVD – KGB sui campi sovietici che avevano ufficiali che si opposero all’Armata Rossa al momento dell’ingresso nel territorio della Polonia. La quinta sono i testimoni. I residenti delle regioni di Smolensk e Kalinin (Tver), le guardie del campo, le scorte indicarono le date delle esecuzioni, i luoghi di sepoltura, gli autori e altri dati importanti. Ci sono testimonianze di ex-prigionieri dei campi sopravvissuti all’esecuzione. La sesta è la prova materiale e i risultati dell’esumazione dei defunti a Katyn e Mednij. Nei luoghi di sepoltura furono rinvenuti cartucce, proiettili, effetti personali, uniformi, frammenti di giornali e lettere. Tutto questo poco a poco aiuta a formare un’immagine degli eventi. La settima,- articoli, libri, film. Dmitrij Volkogonov, Jurij Mukhin, Viktor Iljukhin, Andrej Karaulov, Vladislav Shved, Anatolij Wasserman, Sergej Strygin, Aleksandr Shirokorad, Elena Prudnikova, Vladimir Abarinov, Viktor Baranets, Boris Kovalev, Nikolaj Starikov e altri. Da autori stranieri, Grover Furr, Lech Kaczynski, Jozef Mackiewicz, Ferdinand Goetl, Romuald Sviatek, Andrzej Wajda, Inessa Jazborowska. Tutte le fonti contengono, anche se contraddittorie, utili informazioni che vanno attentamente analizzate quando si studiano i casi Katyn e Mednij.



Tra fatti e falsi

Il corso delle indagini sulla tragedia di Katyn è interessante. Nel marzo 1942, gli abitanti del villaggio Kozi Gorij (regione di Smolensk), impegnati in lavori di costruzione, scoprirono sepolture di persone, che riferirono ai tedeschi. Gli invasori non mostrarono alcun interesse fin quando l’Armata Rossa non lanciò un’offensiva su tutti i fronti. Ai fini della propaganda antisovietica, fu creata una commissione, in cui i fascisti inclusero 12 scienziati provenienti da Paesi europei. Il loro verdetto fu inequivocabile: 10 mila ufficiali polacchi furono fucilati dall’NKVD nella primavera 1940. Per ordine di Goebbels, furono trovati testimoni dell’esecuzione, che diedero le prove necessarie. Le informazioni sul massacro commesso nella regione di Smolensk furono annunciate il 13 aprile 1943. La radio tedesca riferì sui luoghi dove furono sepolti i polacchi, trovati dai nazisti. La regione di Smolensk fu liberata nel settembre 1943. Per decisione della leadership dell’URSS, fu creata una commissione speciale, guidata dall’accademico Nikolai Burdenko. E il 26 gennaio 1944, il quotidiano Pravda pubblicò la conclusione ufficiale: i nazisti erano responsabili della morte dei militari polacchi. Da quel momento, furono fatti più volte tentativi per tracciare una linea nella storia dell’esecuzione dei polacchi. Subito dopo la guerra si svolse a Norimberga il processo ai capi fascisti. La decisione del tribunale sulla questione Katyn è la seguente: “Nel settembre 1941, nella foresta di Katyn vicino Smolensk, i nazisti compierono stragi di prigionieri di guerra polacchi”. Durante la Guerra Fredda e il confronto dei due sistemi politici, il tema Katyn fu ripetutamente sollevato. Fu respinta dal Comitato centrale del PCUS e del Ministero degli Esteri dell’Unione Sovietica. Ma coll’avvicinarsi del crollo dell’URSS, la contropropaganda divenne sempre più lenta. I problemi interni del Paese sembravano più importanti di quanto accaduto nelle montagne delle capre mezzo secolo prima. Inaspettatamente, il 13 aprile 1990, su iniziativa di Mikhail Gorbaciov, in occasione della visita ufficiale di Wojciech Jaruzelski in URSS, si tenne la dichiarazione TASS sulla tragedia di Katyn, dove l’esecuzione di ufficiali polacchi fu definita crimine degli organi di sicurezza dello Stato sovietici.
Il 24 settembre 1992, negli archivi del Presidente della Federazione Russa fu scoperta la “Cartella speciale n. 1”. I documenti si rivelarono “così importanti” che, per ordine di Eltsin, furono consegnati al presidente polacco Lech Walesa. Il 25 agosto 1993, durante una visita in Polonia, Eltsin chiese perdono e depose una corona al monumento alle vittime di Katyn a Varsavia. Successivamente, i governi di Russia e Polonia decisero di costruire memoriali a Katyn e Mednij. Ma presto gli scienziati smentirono la colpevolezza dell’NKVD. Ci sono rapporti secondo cui alcuni presunti documenti declassificati, tra cui la “Cartella speciale n. 1”, sono dei falsi. I ricercatori identificarono oltre 57 segni di fraudolenza. Nella “cartella speciale n. 1” sono presenti moduli, timbri e sigilli contraffatti. Le firme dei funzionari sono assenti o non corrispondono agli standard nel confronto con altri documenti. C’è un riferimento alle Risoluzioni del Comitato Centrale del PCUS e alla stampa del Comitato Centrale del PCUS in un momento in cui l’organo supremo del partito era ancora chiamato Comitato Centrale del PCUS(b). Con una decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) del 18 giugno 2012, alcuni documenti presentati come prova della colpevolezza della Russia nel caso Katyn risultavano falsi.

Domande e punti
Negli anni, inesattezze e falsificazioni nella versione “ufficiale” di Katyn diventavano sempre più evidenti. Soprattutto se gli argomenti vengono considerati insieme. Questo è esattamente ciò che fece il ricercatore nordamericano Grover Ferr, chiaramente non interessato ad alcuna manipolazione dei fatti storici e al pregiudizio delle conclusioni a favore della Russia. Nel 2015 scrisse il libro “The Katyn Shooting” e nel 2019 “The Mystery of the Katyn Shooting”. In essi, l’autore dimostra la correttezza della versione sovietica degli eventi di Katyn e Mednij. Scrive: “E’ sempre più evidente che il regime stalinista non lo fece”. Tra i nuovi fatti che smentiscono la menzogna storica, fa riferimento alle mostrine trovate nel complesso commemorativo di Mednij che indicano la sepoltura dei polacchi, le cui ceneri infatti (e questo fu già dimostrato) riposano in un altro luogo. Furono uccisi dai nazisti nel 1944, non dall’NKVD nel 1940! Quante mostrine false c’erano nel luogo di sepoltura vicino Tver? Non è noto. Nell’agosto 2015 si svolse a Tver’ la presentazione del film documentario “I miti di Mednij”, mettendo in dubbio il fatto che i polacchi si trovssero nelle tombe vicino Mednij. Dopotutto, fu qui che furono sepolti i soldati dell’Armata Rossa che morirono negli ospedali militari vicini. Esistono già dati su 400 di questi soldati dell’Armata Rossa. In generale, le sepolture non furono studiate in modo dettagliato. A Katyn, secondo i media tedeschi, sono sepolte le ceneri di 11mila polacchi. Ma solo 1803 corpi furono riesumati e ne furono identificati solo 22. A Mednij, secondo la versione ufficiale polacca, sono sepolte 6300 persone. Esumate 243. Identificate 16. E l’idea stessa di un ulteriore studio dei resti dei sepolti vicino Mednij è categoricamente respinta dai polacchi. È possibile, sulla base di tali dati, prendere una decisione definitiva e considerare concluso lo studio? La risposta è negativa.

Sull’onda della russofobia
La polemica su Katyn continua. La tensione cambia a seconda della situazione politica. Negli anni in cui URSS e Polonia erano nel campo socialista e nello stesso blocco militare, le discussioni sulla sparatoria di Kozi Gorij non assunsero carattere antagonistico. Ma già all’inizio degli anni ’80, gli eventi di Katyn, insieme agli eventi del 1939 (la spartizione della Polonia tra Germania e URSS), occuparono un posto importante nella lotta ideologica. Presto Katyn si trasformò in un’idea nazionalista polacca, sull’onda della quale alcuni movimenti bramavano il potere. E oggi la leggenda di Katyn è un’arma di propaganda nella lotta per i dividendi politici e vengono utilizzati tutti i metodi disponibili, comprese falsificazioni, bugie, doppi standard. Il desiderio della dirigenza russa di migliorare i rapporti coll’occidente avrebbe motivato tale contrattazione: ci pentiamo di un crimine vago, e non nostro, ma di Stalin, mentre occidente e la Polonia smettono di fomentare tale argomento. Questo calcolo, se esistette, fallì. Il tema di Katyn non solo non è svanito, ma guadagnò slancio. E i russi, che una volta cedettero alle pressioni, sono accusati di altri peccati, ad esempio dell’incidente dell’aereo del presidente della Polonia nella regione di Smolensk il 10 aprile 2010. La posizione di Varsavia nel conflitto di Katyn fu apertamente espressa da Andrzej Nowak, professore all’Università Jagellonica di Cracovia: ““Se la direzione storica della politica polacca non risolve il problema Katyn, non ottiene il riconoscimento come simbolo di uno dei due più grandi crimini del 20° secolo, il crimine del comunismo, non solo non onoreremo la memoria delle persone uccise in Oriente, ma perderemo l’occasione di ottenere un posto degno e stabile per la Polonia in Europa”. Il pentimento della Russia non è fine a se stesso per l’élite polacca. La tragedia di Katyn è diventata parte importante della propaganda e del sistema ideologico nazionale. Celebrazioni del lutto si svolgono a livello statale, i polacchi rinominano piazze e strade, perpetuando le vittime e gli eroi di Katyn. Sulla scia della russofobia si cancella la memoria delle vittime del fascismo. I monumenti di gratitudine ai soldati sovietici caduti e i busti dei comandanti che liberarono il Paese vengono demoliti. In tale contesto, certi politici russi sono pronti a continuare a pentirsi per tutto ciò che i nostri padri fecero e non fecero. Ma la nostra società ripensa la storia. Oggi la Russia non si pente. Ed accusa. C’è uno stand all’ingresso del memoriale di Katyn dedicato a migliaia di soldati dell’Armata Rossa che furono torturati durante la prigionia polacca. È vero, finora non parlavamo della guerra sovietico-polacca del 1919. Ma i contrasti infuocati sono all’inizio!
Prima o poi, tutti i documenti, i fatti e le prove sul caso Katyn verranno studiati. La verità prevarrà. Tuttavia, il processo di normalizzazione delle relazioni tra Russia e Polonia dovrebbe procedere prima della ricerca storica. Come aveva detto Wojciech Jaruzelski: “Sì, c’è una pagina del genere nella nostra storia. C’è stata una tragedia comune, ma poi c’è stata la lotta comune e la vittoria comune”.

sabato 6 marzo 2021

Gorbaciov è colpevole della catastrofe sociale non solo nel nostro Paese, ma nel mondo



Jurij Afonin, KPRF – Histoire et Societé


Oggi, giorno del 9° compleanno di Gorbaciov, gli alti funzionari del governo borghese russo si congratulano con lui. I mass media liberali sono pieni di elogi al “padre della nostra libertà” e versano lacrime commosse. I media russi semi-ufficiali sono un più sobri e sottolineano alcune conseguenze “ambigue” delle azioni dell’eroe, come la distruzione dell’URSS ma, ovviamente, concordano sul fatto che non c’era alternativa alla “perestrojka” di Gorbaciov. Presumibilmente nel 1985, “il sistema sovietico aveva perso utilità”, “l’economia stagnava”, ecc. e bisognava fare qualcosa con urgenza. Tali favole sul “non c’era alternativa” sono la linea di difesa di Gorbaciov. Guardando tale marea di bugie sfacciate, non si può rimanere in silenzio. Cominciamo coi problemi economici che noi marxisti dovremmo considerare essenziali.

In Unione Sovietica, in linea di principio, non calcolavamo il PIL. Oggi ci sono economisti, che andrebbero piuttosto qualificati propagandisti, che estrapolano certe cifre. Ma questo è simile alla speculazione, perché sotto il sistema statistico sovietico tutti i dati iniziali del calcolo del PIL semplicemente non venivano raccolti. Inoltre, va ricordato che il “prodotto interno lordo” come indicatore statistico non fu inventato per caso dall’economia occidentale. In effetti, valutare l’economia in base al PIL, valore di mercato totale dei beni e servizi prodotti, offre chiari vantaggi a un’economia capitalista più monetaria dell’economia socialista, in cui un’ampia gamma di servizi sociali è gratuita. Pertanto, per comprendere la reale dimensione dell’economia dell’URSS e confrontarla con le economie dei principali Paesi capitalisti, occorre prestare attenzione a un indicatore importante come produzione e consumo di elettricità. L’elettricità è utilizzata in tutti i settori dell’economia nazionale, così come nella vita quotidiana, quindi crescita o calo dei suoi consumi è buon criterio per gli economisti per valutare le dinamiche economiche del Paese. Dal 1980 al 1985, la produzione di elettricità in URSS crebbe in media del 3,6% all’anno, mentre negli Stati Uniti solo dell’1,55%. Nel 1980, il tasso di produzione sovietico era il 53% del livello nordamericano e nel 1985 era già il 59%. Immaginate che dopo il 1985, non inizia l’era Gorbaciov-Eltsin ed entrambi i Paesi continuano sullo stesso percorso dei cinque anni precedenti. Il calcolo mostra che nel 2012 l’Unione Sovietica sarebbe stata avanti agli Stati Uniti per produzione di elettricità e, quindi, molto probabilmente, per volume dell’economia. In altre parole, saremmo stati la maggiore economia del pianeta da 8 anni! Ma la Federazione Russa è solo sesta per volume economico e, a giudicare dal ritmo di sviluppo, nel prossimo futuro sarà al 7.mo posto dopo l’Indonesia.

Gli anti-sovietici in risposta di solito dicono che, sì, molta energia era prodotta in URSS, così come “stagno” e “alluminio”, ma a cosa serve? La gente voleva beni di consumo. Ma in realtà, la crescita della produzione di beni di consumo fu molto rapida fino al 1985. Dal 1980 al 1985 in URSS la produzione, ad esempio, di televisori aumentò del 24%, di registratori del 53%, lavatrici 32%, aspirapolvere 26%, carta da parati 40%. Ora quasi tutto questo viene importato. Mentre all’epoca la produzione interna cresceva così rapidamente che avrebbe inevitabilmente saturato il mercato interno di tutti i beni necessari in breve tempo. In generale, se guardiamo oggettivamente alle statistiche economiche, è evidente che le attività di Gorbaciov, Eltsin e Co. ci esclusero dalla crescita che gradualmente portava il nostro Paese a prima economia mondiale. Inoltre, alcune riforme costruttive avrebbero potuto anche accelerare lo sviluppo dell’economia sovietica. Va ricordato che l’economia della Cina socialista, dove Gorbaciov ed Eltsin non presero il potere, è aumentata di 21 volte dal 1985 al 2020! Cos’altro ci diranno oggi per giustificare Gorbaciov? La “perestrojka” era necessaria perché l’URSS sarebbe stata sconfitta nella Guerra Fredda? Ancora una sciocchezza. Sì, negli anni ’80, sotto Reagan e Thatcher, l’imperialismo occidentale si impegnò in politiche estremamente aggressive. Ma non ottenne risultati seri. In Nicaragua, la rivoluzione socialista sandinista combatteva e vinse. Una nuova ondata rivoluzionaria attraversò l’America Latina. A Granada, i nordamericani dovettero schiacciare la rivoluzione con un’aggressione diretta, che ebbe effetto molto negativo sulla loro immagine già degradata. C’erano sempre più Paesi socialisti nel pianeta. Anche negli anni ’80, gli angolani, insieme agli internazionalisti cubani, inflissero una grave sconfitta al Sud Africa. Ciò innescò la crisi del regime razzista sudafricano che, tra l’altro, aveva un ruolo enorme nell’approvvigionamento l’occidente delle più importanti materie prime strategiche. E non dimentichiamo che nel 1987 gli Stati Uniti furono scossi dalla peggiore crisi del mercato azionario, quando il Dow Jones Industrial Average subì il peggiore declino della storia. Le crisi nell’economia occidentale erano allora molto più gravi che nell’economia sovietica.

Forse oggi gli “avvocati” di Gorbaciov ci parleranno del programma nordamericano “Star Wars”, dicendo che l’URSS non aveva risposta alla SDI [Iniziativa di difesa strategica]. Dovette quindi disarmarsi e arrendersi. Si trova di altra menzogna. Tale SDI era, in breve, un enorme bluff con immagini di computer. In effetti, negli anni ’80, l’Unione Sovietica superava gli Stati Uniti di cinque volte il numero di lanci annuali di vettori spaziali. Il costo del lancio in orbita di un chilogrammo di carico con “Soyuz” e “Proton” sovietici era 5-10 volte inferiore a quello del principale vettore nordamericano dell’epoca, il tanto decantato “space shuttle” (il calcolo fu effettuato quando negli anni ’90 i missili sovietici entrarono nel mercato mondiale). L’URSS dominava lo spazio, come la Gran Bretagna sui mari nel XIX secolo. Per gli Stati Uniti, iniziare la corsa agli armamenti spaziali era come se un ragazzino volesse intimidire il campione dei pesi massimi. Con vantaggio decisivo sui mezzi di orbita, l’Unione Sovietica poteva facilmente schiacciare gli Stati Uniti nello sviluppo dei sistemi d’arma spaziali, se questa corsa fosse iniziata. In breve, rinunciammo a un terreno dove avremmo vinto.
Voi, difensori di Gorbaciov, riflettete oggi piuttosto sul titolo di “miglior tedesco dell’anno”, che ricevtte in Germania nel 1990. Per me, è l’equivalente di collaborazionista. Cosa fece per guadagnarsi il titolo? Fece un accordo, semplicemente fantastico come tradimento degli interessi nazionali, sul ritiro delle truppe sovietiche dalla Germania. Con proprietà abbandonate da 28 miliardi di dollari. Con la rinuncia al risarcimento che, secondo testimoni oculari, gli fu offerta dal cancelliere tedesco Kohl nelle trattative. Abbandonando l’esercito, appunto, in aperta campagna. Come si spiega questo? Sembra che solo l’egoismo nel preservare a tutti i costi il suo status di “amico dell’occidente” dopo l’inevitabile crollo della sua carriera politica. Le gigantesche conseguenze distruttive delle azioni di Gorbaciov per il nostro paese sono evidenti al popolo. Ma molto meno si pensa a cosa significò la perestrojka per il resto del mondo. Tuttavia, le conseguenze negative della distruzione dell’URSS e del campo socialista per il pianeta si sono rivelate colossali. Per decenni l’URSS, con la mera esistenza, aiutò decine di Paesi a liberarsi dalla dipendenza coloniale e semicoloniale. Costrinse i capitalisti a condividere coi lavoratori una quota maggiore del reddito nazionale, ad introdurre sempre più garanzie sociali. Con la distruzione dell’Unione Sovietica, questi processi s’invertirono. Per capire l’entità del tradimento delle forze progressiste del pianeta da parte dei Gorbachev, basta guardare come Fidel Castro guardava Gorbaciov, in una fotografia del 1989. Fidel capì tutto.

Con la scomparsa dell’URSS, uno dei oli del potere nel mondo, il polo della giustizia sociale, scomparve. L’imperialismo occidentale iniziò a scatenarsi impunemente da un massacro all’altro, portando la guerra anche in Europa, dove non ce n’erano da oltre 40 anni. Milioni di persone vi morirono. Nel mondo, anche nei Paesi occidentali più ricchi, le disuguaglianze sociali ripresero ad aumentare e le garanzie sociali a ridursi. Con quale risultato? Oggi, solo poche decine di super miliardari che possono riunirsi in una stanza hanno più ricchezza della metà dell’umanità. Circa 40 persone sono più ricche di 4 miliardi! Con la distruzione dell’URSS, il progresso scientifico e tecnologico è chiaramente rallentato. Se negli anni ’80 i principali Paesi del mondo aumentavano rapidamente il numero di robot industriali, allora c’era la stagnazione. Il lavoro a buon mercato di centinaia di milioni di proletari del Terzo Mondo si rivelò più redditizio per i capitalisti di qualsiasi robot. In effetti, il pianeta si allontanò dalla via del progresso seguita per decenni. Presi insieme, tali processi sono una catastrofe sociale globale. In sintesi, possiamo dire che l’attuale mondo mostruosamente ingiusto, dove lo scorso anno, secondo le Nazioni Unite, 8 milioni di persone morirono di fame, 4 volte più che di COVID-19, è il risultato delle azioni di Gorbaciov e del suo team di saccheggiatori dell’Unione Sovietica. Sì, noi marxisti non riduciamo gli eventi storici alle azioni degli individui. Vediamo processi sociali su larga scala dietro ogni evento. Ma questo non esonera da responsabilità di chi è a capo dei processi distruttivi. È difficile immaginare come una persona possa vivere con tale mostruoso senso di colpa verso il suo Paese e l’umanità. E così a lungo. Forse la risposta a tale mistero della natura può essere suggerita da una frase dal magnifico adattamento cinematografico sovietico di Sherlock Holmes: “Milverton, come ogni mascalzone finito, ha dormito perfettamente”. Nel giorno del suo novantesimo compleanno, si potrebbe desiderare che Gorbaciov viva abbastanza da assistere al proprio processo. Ma forse non è necessario. Il popolo russo ne giudicò l’operato nel 1996, quando decise di candidarsi alla presidenza e ricevette un misero mezzo punto percentuale. La storia ha già emesso il verdetto.

lunedì 6 maggio 2019

LA LEGGE SULL'AUTOGESTIONE OPERAIA IN U.R.S.S. (30/6/1987)


La legge sull'autogestione operaia sovietica voluta da Michail Gorbaciov, approvata dal Soviet Supremo dell'URSS il 30/6/1987, entrata in vigore il 1/1/1988
Il 1/1/1989 tutte le fabbriche sovietiche, prima gestite secondo il principio del Capitalismo di Stato, erano ormai passate all'autogestione. 
Gorbaciov è stato spinto a questa riforma dall'osservazione dell'esperienza del sindacato cattolico polacco Solidarnosc, che, sia pure dopo un'impari lotta con il regime polacco, ottenne in Polonia l'applicazione di un'analoga legge sull'autogestione, grazie anche al decisivo intervento in tal senso della Conferenza Episcopale Polacca e di San Giovanni Paolo II.
Segnalo l'art. 1 della legge, dove leggiamo che la legge sull'autogestione ha lo scopo "di soddisfare nella misura in cui e' possibile i bisogni materiali, culturali e SPIRITUALI degli individui". Mentre il Corporativismo di Stato fascista ed il Capitalismo di Stato stalinista opprimevano la liberta' umana con l'imposizione da parte della burocrazia politica del Partito-Stato di una ideologia politica di Stato, che oscurava la liberta' umana perche' proveniva dai padroni delle stesse vite dei cittadini, l'autogestione libera l'uomo sia sul piano materiale che SPIRITUALE e CULTURALE, come giustamente fa notare il legislatore in questa legge, che e' evidentemente rivolta ad un popolo di grande religiosita' come quello russo. Del resto, all'ultimo congresso del PCUS, Gorbaciov ribadi' che la "rinascita spirituale e' essenziale come l'ossigeno alla societa'".
La presenza, probabilmente non del tutto consapevole, di elementi della cultura Cristiana alla base dell'antropologia gorbacioviana, e' rilevabile nei continui riferimenti di Gorbaciov alla PERSONA e alla FAMIGLIA NATURALE, contenuti nel suo libro intitolato Perestrojca ed in altre sue opere. Tale visione antropologica di tipo cristiano lo rese inviso alla nomenklatura stalinista, che organizzo' il colpo di Stato del 1991.