Resistenza Rossa
Contro il capitalismo, per la difesa dei diritti, affinchè l'uomo si affranchi da ogni servitù.
martedì 10 febbraio 2026
Basta sftruttamento la dignità non è negoziabile
sabato 4 marzo 2023
L'INFLUENZA DEL PENSIERO DI KARDELJ SULL'ENCICLICA LABOREM EXERCENS DI SAN GIOVANNI PAOLO II
"Se dunque la posizione del rigido capitalismo deve essere continuamente sottoposta a revisione in vista di una riforma sotto l'aspetto dei diritti dell'uomo, intesi nel modo più vasto e connessi con il suo lavoro, allora dallo stesso punto di vista si deve affermare che queste molteplici e tanto desiderate riforme non possono essere realizzate mediante l'eliminazione aprioristica della proprietà privata dei mezzi di produzione. Occorre, infatti, osservare che la semplice sottrazione di quei mezzi di produzione (il capitale) dalle mani dei loro proprietari privati non è sufficiente per socializzarli in modo soddisfacente. Essi cessano di essere proprietà di un certo gruppo sociale, cioè dei proprietari privati, per diventare proprietà della società organizzata, venendo sottoposti all'amministrazione ed al controllo diretto di un altro gruppo di persone, di quelle cioè che, pur non avendone la proprietà, ma esercitando il potere nella società, dispongono di essi al livello dell'intera economia nazionale oppure dell'economia locale.
Questo gruppo dirigente e responsabile può assolvere i suoi compiti in modo soddisfacente dal punto di vista del primato del lavoro - ma può anche adempierli male, rivendicando al tempo stesso per sé il monopolio dell'amministrazione e della disposizione dei mezzi di produzione e non arrestandosi neppure davanti all'offesa dei fondamentali diritti dell'uomo. Così, quindi, il solo passaggio dei mezzi di produzione in proprietà dello Stato, nel sistema collettivistico, non è certo equivalente alla 'socializzazione' di questa proprietà. Si può parlare di socializzazione solo quando sia assicurata la soggettività della società, cioè quando ognuno, in base al proprio lavoro, abbia il pieno titolo di considerarsi al tempo stesso il 'com-proprietario' del grande banco di lavoro, al quale s'impegna insieme con tutti. E una via verso tale traguardo potrebbe essere quella di associare, per quanto è possibile, il lavoro alla proprietà del capitale e di dar vita a una ricca gamma di corpi intermedi a finalità economiche, sociali, culturali: corpi che godano di una effettiva autonomia nei confronti dei pubblici poteri, che perseguano i loro specifici obiettivi in rapporti di leale collaborazione vicendevole, subordinatamente alle esigenze del bene comune, e che presentino forma e sostanza di una viva comunità, cioè che in essi i rispettivi membri siano considerati e trattati come persone e stimolati a prendere parte attiva alla loro vita (1)".
"Si può parlare di socializzazione solo quando sia assicurata la soggettività della società, cioè quando ognuno, in base al proprio lavoro, abbia il pieno titolo di considerarsi al tempo stesso il 'com-proprietario' (2) del grande banco di lavoro, al quale s'impegna insieme con tutti (3)".
mercoledì 6 aprile 2022
CARATTERE DEMAGOGICO DELLA SOCIALIZZAZIONE FASCISTA
I Consigli di Gestione istituiti de iure dal Decreto Legislativo RSI del 12/2/1944 erano uno scopiazzamento dei Soviet di Gestione Aziendale introdotti da Lenin in Russia nel 1918. Questi Soviet di Gestione Aziendale erano costituiti per il 50% da rappresentanti dei lavoratori.
- nelle aziende private il Presidente del Consiglio di Gestione era obbligatoriamente scelto tra i rappresenti di parte padronale;
- i rappresentanti dei lavoratori nel Consiglio di Gestione dovevano obbligatoriamente essere tesserati al Partito Fascista Repubblicano;
- nei Consigli di Gestione delle aziende pubbliche dovevano obbligatoriamente essere presenti uno o più rappresentanti del Ministero dell'economia, proprio come nei Soviet di Gestione Aziendale russi del 1918.
giovedì 1 luglio 2021
Cosa resta del comunismo in Cina?
IL PARTITO DI MAO HA 100 ANNI
I capitalisti, un tempo malvisti, oggi vengono accolti a braccia aperte dal Partito Comunista Cinese, purché rispettino determinate condizioni e giurino fedeltà a un’organizzazione ormai formata più da funzionari che da operai.
Il Partito comunista cinese (Pcc), al traguardo dei suoi 100 anni, è diventato capitalista? A quarant’anni dalle riforme di liberalizzazione economica avviate da Deng Xiaoping, oltre 800 milioni di persone sono uscite dalla povertà e lo Stato-partito guida ormai la seconda economia mondiale – o la prima, a parità di potere d’acquisto – con il 18% del prodotto interno lordo (Pil) globale. L’introduzione dell’economia di mercato e l’accelerazione della crescita sono andate di pari passo con un aumento esponenziale delle disuguaglianze: il coefficiente di Gini, che ne misura il livello, è cresciuto di quindici punti tra il 1990 e il 2015.
Queste trasformazioni hanno favorito l’ascesa del settore privato, ma lo Stato mantiene un controllo diretto su gran parte dell’economia, con il settore pubblico che rappresenta circa il 30%, rendendo la Cina un classico esempio di capitalismo di Stato. Inoltre, il Pcc è riuscito in gran parte a cooptare le élite emerse da questa economia liberalizzata. Anche se l’ideologia comunista non gioca più un ruolo nel reclutamento, la struttura organizzativa leninista resta al centro del rapporto tra Stato e capitale.
Il Partito, i cui ranghi continuano a crescere fino a raggiungere circa 92 milioni di iscritti (pari al 6,6% della popolazione) , si è gradualmente trasformato in un partito di «colletti bianchi». All’inizio degli anni 2000, l’allora presidente Jiang Zemin aveva eliminato il divieto di reclutare imprenditori del settore privato, fino ad allora considerati nemici di classe, così che il Pcc non rappresentasse più solo le classi «rivoluzionarie» – operai, contadini e militari – ma si aprisse alle «forze produttive avanzate» del Paese. Gli imprenditori selezionati sono diventati membri dell’élite politica, garantendo alle aziende, almeno in parte, una protezione dai dirigenti con tendenze predatorie.
Il loro reclutamento ha subito un’accelerazione sotto la presidenza di Xi Jinping (dal 2013), con l’obiettivo di creare «un gruppo di individui del mondo degli affari determinati a camminare al fianco del Partito ».
Il risultato è che il Pcc è diventato rapidamente sempre più elitario. Già nel 2010, «professionisti e manager laureati» avevano raggiunto in numero contadini e operai. Dieci anni dopo li avevano superati, rappresentando il 50% degli iscritti, contro meno del 35% di operai e contadini .
Se «l’impegno per il comunismo» era una delle principali ragioni di adesione al Partito nell’epoca maoista (1949-1976), oggi le motivazioni sono più pragmatiche: soprattutto favorire la propria carriera professionale. Attraverso la formazione interna offerta, si nota come il Partito si presenti come una struttura manageriale ispirata al neoliberismo, orientata a una gestione efficiente della popolazione e dell’economia .
Tuttavia, la minore enfasi sull’ideologia comunista non mette in discussione il principio di lealtà richiesto ai membri, che devono dimostrare uno «spirito di partito», simile allo spirito d’impresa, mirato al successo.
martedì 8 giugno 2021
Katyn, una bugia diventata storia
Perché alcuni politici russi continuano a pentirsi di tutto ciò che i nostri padri non fecero
di Jurij Krinitsky, candidato di scienze militari, professore, e Filip Sorokin, Numero 21 (884) dell’8 giugno 2021,
Il corso delle indagini sulla tragedia di Katyn è interessante. Nel marzo 1942, gli abitanti del villaggio Kozi Gorij (regione di Smolensk), impegnati in lavori di costruzione, scoprirono sepolture di persone, che riferirono ai tedeschi. Gli invasori non mostrarono alcun interesse fin quando l’Armata Rossa non lanciò un’offensiva su tutti i fronti. Ai fini della propaganda antisovietica, fu creata una commissione, in cui i fascisti inclusero 12 scienziati provenienti da Paesi europei. Il loro verdetto fu inequivocabile: 10 mila ufficiali polacchi furono fucilati dall’NKVD nella primavera 1940. Per ordine di Goebbels, furono trovati testimoni dell’esecuzione, che diedero le prove necessarie. Le informazioni sul massacro commesso nella regione di Smolensk furono annunciate il 13 aprile 1943. La radio tedesca riferì sui luoghi dove furono sepolti i polacchi, trovati dai nazisti. La regione di Smolensk fu liberata nel settembre 1943. Per decisione della leadership dell’URSS, fu creata una commissione speciale, guidata dall’accademico Nikolai Burdenko. E il 26 gennaio 1944, il quotidiano Pravda pubblicò la conclusione ufficiale: i nazisti erano responsabili della morte dei militari polacchi. Da quel momento, furono fatti più volte tentativi per tracciare una linea nella storia dell’esecuzione dei polacchi. Subito dopo la guerra si svolse a Norimberga il processo ai capi fascisti. La decisione del tribunale sulla questione Katyn è la seguente: “Nel settembre 1941, nella foresta di Katyn vicino Smolensk, i nazisti compierono stragi di prigionieri di guerra polacchi”. Durante la Guerra Fredda e il confronto dei due sistemi politici, il tema Katyn fu ripetutamente sollevato. Fu respinta dal Comitato centrale del PCUS e del Ministero degli Esteri dell’Unione Sovietica. Ma coll’avvicinarsi del crollo dell’URSS, la contropropaganda divenne sempre più lenta. I problemi interni del Paese sembravano più importanti di quanto accaduto nelle montagne delle capre mezzo secolo prima. Inaspettatamente, il 13 aprile 1990, su iniziativa di Mikhail Gorbaciov, in occasione della visita ufficiale di Wojciech Jaruzelski in URSS, si tenne la dichiarazione TASS sulla tragedia di Katyn, dove l’esecuzione di ufficiali polacchi fu definita crimine degli organi di sicurezza dello Stato sovietici.

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