mercoledì 14 novembre 2012

La verità sulla vita durante il fascismo (in pillole)

   Viviamo un momento assai critico: cinismo, falsità, malafede, opportunismo sono gli ingredienti principali che compongono l'odierno panorama politico. La crisi finanziaria che attanaglia il nostro Paese soffia sul fuoco del malcontento popolare. Il malumore della gente alimenta giustamente furiose critiche al sistema capitalista... ma in che direzione muove i suoi passi? Sono considerazioni maturate all'insegna di un ragionamento o semplici frasi ad effetto atte a colpire un pubblico stanco di subire e desideroso di giustizia?  La risposta che si impone qui deve essere sincera, nonostante vi sia la tentazione di aggiungere altra carne al fuoco.  Ebbene: sono spesso considerazioni fatte non a mente fredda ma piuttosto con la pancia, facendo leva sui bassi istinti della popolazione, soprattutto dimenticando i fatti realmente accaduti. Si ignorano cioè gli insegnamenti marxisti sul materialismo storico. Questo è il male peggiore, peggiore della crisi economico-finanziaria che sta attanagliando il vecchio continente. Di solito chi soffia sul fuoco dell'indignazione non lo fa con cognizione di causa. Ci si limita a ripetere pappagallescamente alcuni slogan demagogici contro il sistema senza però avere la minima conoscenza sia di quanto accade ora sia di quanto già è accaduto nel passato. Il movimento contestatore di matrice cospirazionista si avvia  alla "pugna" col sistema del tutto impreparato. Si perché esso non propone soluzioni valide e nuove ma vecchie ricette trite e ritrite che già hanno perso le loro battaglie con la storia.  Eppure, in certi frangenti, basterebbe esercitare un sano realismo senza farsi influenzare dalle correnti paranoidi di certi azzeccagarbugli senza né arte né parte.


Il successo di Marine Le Pen e del Front National in Francia e di altri movimenti xenofobi e nazionalisti analoghi in altri paesi d'Europa riapre la questione della sovranità nazionale che nell'attuale contesto globale sono assolutamente prive di senso. Quello che serve oggi è invece una governance europea che decida a monte quali debbano essere le politiche comuni da perseguire. E' ovvio che 27 sistemi di difesa e 27 debiti pubblici mal si conciliano con una Unione europea che ha una Banca Centrale totalmente svincolata dal potere politico degli Stati nazionali. Ma in tal senso ho già scritto (qui) e ripetuto il mio pensiero. Ma vengo al punto del mio post.
Oggi voglio dedicare le mie forze per dimostrare l'assoluta inaffidabilità dei sistemi totalitari di matrice fascsita che, a chiacchiere, dicevano di "andare verso il popolo" ma, nei fatti, rappresentarono la spalla forte e crudele della Borghesia.

Famiglia "benestante" fascista.

Il Duce del fascismo, nel preciso momento in cui ricevette l’incarico di presidente del Consiglio dei ministri, dalle mani del re, si autodefinì «fedele servo di Vostra Maestà» (Cognasso, I Savoia, p. 937): e, nel pronunciare tale frase vergognosa, non sembrò affatto di trovarsi di fronte ad un imbarazzo o al puro e semplice impiego di una formula di etichetta. Tutt'altro! 
Questa considerazione non è dettata da partigianeria... ma dalla pura e semplice constatazione dei fatti storici. Essa affonda la sua veridicità nella consapevolezza acclarata che l’avvento al potere del Fascismo non fu dettata da un colpo di stato e men che meno scaturito da una rivoluzione; al contrario, esso si configurò, in senso strettamente costituzionale, ovvero, come la soluzione ad una crisi di governo in termini molto vicini alla normalità.
In pratica si addivenne ad una sorta di "Diarchia". Ma qui non voglio operare ulteriori digressioni. Nei primi anni del governo Mussolini vi fu una politica rigidissima di contenimento delle spese. Diminuirono notevolmente i compensi salariali; e diminuirono - la statistica lo dimostra senza tema di smentita - costantemente lungo tutto il periodo fascista. Gli operai, i prestatori d'opera e gli impiegati furono i primi ad essere penalizzati dalla politica economica fascista. Per converso, Mussolini non esitò a favorire sfacciatamente gli imprenditori con tutta una serie di leggi che adesso qui è inutile enumerare. 
Vi fu, inoltre, da parte di Mussolini, l'appoggio incondizionato ad una scellerata politica bancaria che finì per favorire esclusivamente i banchieri causando altresì una grande deflazione monetaria. D'altra parte egli non fece a meno di usare la mano pesante con i lavoratori. Per esempio vennero licenziati 36.000 ferrovieri nei primi tempi del regime!  Gli storiografi di destra tendono a compensare questi dati con il varo di tutta una serie di vantaggi relativi a pensioni, riduzione dell'orario di lavoro ecc.  Dimenticano costoro che molte delle riforme approvate erano già in dirittura d'arrivo e Mussolini si limitò a approvarle!   E nonostante dal 1923 si stabilì il principio delle otto ore lavorative queste vennero applicate solo dieci anni dopo! Il diritto di sciopero fu abolito. La festa del 1° maggio fu soppressa proprio in virtù della fine della lotta di classe (sic)! Ad essa fu sostituito il 21 aprile che esaltava la comune origine nazionale nel "Natale di Roma caput mundi".  I partiti e i sindacati vennero sciolti con tutto ciò che ne conseguì sul piano della partecipazione democratica.

La vera dittatura fascista iniziò ufficialmente nel 1925. Tuttavia  sulle intenzioni di Mussolini non potevano esserci dubbi di alcuna sorta. Già nel 1923, in una dichiarazione resa ad alcuni giornalisti stranieri ebbe a dire:
"Che bisogno c'è che un deputato mi venga a ripetere in parlamento quello che ho già letto sui giornali.. che mi dica quello che potrebbe scrivere su un giornale? 
Questa dichiarazione la dice lunga sulla considerazione che aveva Mussolini della vita parlamentare. Dopo aver fuso il PNF col Partito Nazionalista, fece confluire i nazionalisti nel Partito fascista. Non erano numerosi nazionalisti: ma il loro ingresso nel partito non portò alcun beneficio se non un ulteriore spostamento a destra, imborghesendolo, alla faccia del partito sociale e popolare! I fascisti fedeli all'ideale sociale originario vennero sonoramente messi alla porta, tanto per usare un gentile eufemismo.  Chi aveva animo indipendente e non si mostrava duttile alle raccomandazioni del capo veniva sonoramente bastonato. Fra i suoi problemi principali non c'era il parlamento e le opposizioni ma il fascismo stesso.  Per questo istituì la Milizia, che era un corpo militare omologo all'esercito, composto però da soli fascisti e foraggiato dallo Stato.
Erano infatti proprio i suoi fascisti migliori a dargli maggiori preoccupazioni. Egli doveva liberarsi dell'opposizione interna ed estrema, quella capeggiata dai RAS locali, che detenevano il completo controllo delle loro squadre, alla stessa stregua di veri principi.  Costoro non erano tanto propensi ad ubbidire ed inoltre speravano che la Rivoluzione spazzasse via tutto il marciume annidato nel regno sabaudo. L'aver creato la Milizia non aveva spento l'ardore degli animi più focosi. Il Duce perciò doveva sbarazzarsi delle teste più calde, neutralizzare gli avversari più tenaci, regolarizzare le squadre e, nel contempo, fornire a costoro quelle soddisfazioni che da tempo si aspettavano. Nel 1923, all'uopo prece due importanti decisioni:

  1. l'istituzione del Gran Consiglio del Fascismo;
  2. la nascita della Milizia volontaria per la Sicurezza Nazionale.
Il Gran Consiglio aveva solo poteri consultivi. Per regolamento non poteva auto convocarsi e quindi veniva convocato solo quando lo decideva il duce. Lo stesso dicasi per l'ordine del giorno che veniva stilato personalmente da Mussolini. Il Gran Consiglio si limitava ad approvare le scelte prese dal capo del fascismo. In realtà quest'organo aveva, secondo le intenzioni di Mussolini, tre funzioni principali: dare un'apparenza di discussione, dare altresì soddisfazione ai capi fascisti e, infine, avere a disposizione governo di riserva che potesse sostituire - nel momento del bisogno - il governo in carica. 

Nel 1924, Mussolini ha ancora numerosi problemi da risolvere. Egli temeva un'area in particolare: quella dei revisionisti. Costoro, oltre ad essere propensi ad una vera rivoluzione moralizzatrice, erano motivati idealmente, preparati politicamente e poco inclini ad eseguire pedessiquamente gli ordini venuti dall'alto.  Infatti, nessuno dei fascistelli nostrani ricorderà questi nomi: Ottavio Corgini, Cesare Forni, Alfredo Misuri, Massimo Rocchi, Massimo Sala.

Viceversa i personaggi più in vista del fascismo non erano osteggiati. A dispetto dei divieti esistenti fra l'appartenere contemporaneamente al fascismo e alla Massoneria, molti fascisti non rinnegarono la loro appartenenza segreta alle Logge. Italo Balbo, Bottai ed altri erano massoni. Per non parlare dei vari Beneduce, Volpi di Misurata ecc, che anche se non appartenenti al PNF erano parte integrante del Sistema bancario.

Le leggi fascistissime

Nel 1926 vennero emanate le famigerate  leggi fascistissime: furono sospesi tutti i partiti e le associazioni d’opposizione (gli antifascisti vennero arrestati, processati ed aggrediti), vennero chiusi gli organi di stampa avversi al regime, venne creata l’OVRA e il Tribunale speciale.

L’Italia di quegli anni era una nazione ancora ampiamente analfabetizzata, nonostante tutte le leggi e i regolamenti emanati durante gli anni precedenti. Creare una nuova scuola significò soprattutto preparare le nuove generazioni all’accettazione del regime. Quindi l’educazione, l’indottrinamento dei bambini e la scuola divennero il mezzo privilegiato della propaganda fascista, nonché un serbatoio di reclutamento.

I rapporti con la Chiesa.

Mussolini - contrariamente al suo spirito ateo ed anticlericale - curò moltissimo i rapporti col Vaticano.  
Egli sapeva benissimo che l'Italia sarebbe stata ingovernabile senza l'appoggio della Chiesa; perciò, concluse il suo discorso alla camera  con queste parole: "Iddio m'assista nel condurre a termine vittorioso la mia ardua fatica". Tutto ciò suscitò notevole entusiasmo nelle stanze vaticane.
Il Cardinale, segretario di Stato, Pietro Gasparri confidò commosso ad un ambasciatore
"Dal 1870 non si era mai inteso dalla Bocca di un sovrano , di un ministro italiano alcune invocazioni alla divina provvidenza ed è uni rivoluzionario convertito andare il buon esempio,  di un ritorno alle pratiche religiose. La provvidenza si serve di strani strumenti per fare la felicità dell'Italia. Da parte mia non rimpiango certo il parlamentarismo italiano quando vedo Mussolini tendere risolutamente la sua mano verso un governo conservatore “.
E fu proprio attraverso il cardinale Gasparri che Mussolini iniziò a fare trattative (all'inizio segrete) per l'attuazione del concordato. Con delle curiose manovre, entrando attraverso diverse entrate. 

Il cardinale Gasparri - rientrando dall'incontro con Mussolini - si disse molto soddisfatto e confidò di aver trovato nel duce "un uomo di prim'ordine". Egli aveva assicurato al duce il suo appoggio, che avrebbe favorito la destra filofascista del Partito Popolare (o di quello che era rimasto del il partito di don Sturzo), in modo tale da favorire una confluenza dei cattolici nel P.N.F. A questo punto, Mussolini prese la palla al balzo ed escluse la partecipazione dei popolari al governo, che si mostravano incerti sul da farsi,  Il vaticano, infatti, mal sopportava le "paternali" di Don Sturzo  e vide in Mussolini un vero e proprio salvatore. Poi,  fra il 1923 e il 1926, prese alcuni altri provvedimenti che risultarono graditissimi al Vaticano, soprattutto in materia di alienazioni e donazioni circa i beni ecclesiastici; furono ripristinate alcune feste religiose, venne riconosciuta l'Università Cattolica, e furono stanziati tre milioni di LIRE (un'ingente cifra per l'epoca) per la ricostruzione delle Chiese e regalati 600 quadri per le chiese danneggiate dalla guerra. Inoltre vennero promulgate tutta una serie di leggi per favorire il clero: miglioramenti economici, pensioni,  esenzione dal servizio militare, eliminazione del controllo sulle affissioni in chiesa, le nomine nobiliari del Papa vennero riconosciute  (alla faccia del socialismo!) e infine si dispose che il crocifisso fosse esposto in ogni aula scolastica, ogni tribunale e in tutti gli uffici pubblici e nelle caserme.   E se all'alto clero Mussolini fornì una quantità pressoché illimitata di privilegi, non si comportò allo stesso modo coi preti di campagna e il basso clero in genere. Don Minzoni fu ucciso a bastonate proprio da una violenta e criminale aggressione fascista. E non si dica che Don Minzoni fosse un violento provocatore comunista! Il Vaticano lodò anche la fascistissima riforma gentiliana della scuola che vedeva reintrodotta l'ora di Religione, in barba alla laicità dello Stato.
I sindacati vennero sciolti e vi fu un  solo sindacato fascista che si accordò con gli imprenditori e i rappresentanti degli industriali per rinunciare al diritto di sciopero e affidare al governo ogni mediazione. Questo fu il primo passo verso la dittatura. Altro che diritti dei lavoratori! Altro che socialismo!
Occorre dire, però, per onestà intellettuale, che moltissimi fascisti, soprattutto quelli più indipendenti e intelligenti, non furono affatto contenti della piega che aveva preso il fascismo. Emilio De Bono, per esempio, quadrunviro e capo della Polizia, non rispettava le disposizioni riguardo le affissioni in chiesa; il Ministro delle Finanze pure si ribellava  a fare delle leggi che proteggessero il patrimonio della chiesa.  Mussolini, però,  piegò al suo volere entrambi.
La separazione fra Stato e chiesa, una delle poche cose positive fatte da Cavour, vigeva ormai da sessant'anni, e fu smantellata. 

Mussolini poi varò la nuova legge elettorale. Questa legge stabiliva che chi avesse superato la percentuale del 25% dei voti avrebbe preso 3/4 dei seggi. In pratica si trattava di una vera e propria legge-truffa che gabbava la democrazia. Non ci voleva un esperto di politica per capire che se i fascisti si fossero alleati coi liberali che rappresentavano una piccolissima minoranza, avrebbero avuto in mano le sorti del paese. Far passare quella legge significò in pratica consegnare la Camera ai fascisti.  E fu la stessa camera a suicidarsi: il suo presidente Enrico De Nicola (lo stesso De Nicola che vedremo come Presidente della Repubblica antifascista - altro aspetto della continuità del sistema borghese) proclamò serenamente il risultato delle votazioni. Avere sgominato il parlamento servendosi del medesimo parlamento dava a Mussolini una forza enorme. 
Nel 1924 Mussolini ha problemi proprio con i fascisti divisi fra una "sinistra" rivoluzionaria e socialisteggiante, e una "destra" liberale e normalizzatrice. A i primi non è bastato formare la Milizia per tranquillizzarli e soprattutto quelli delle periferie Roberto Farinacci, il RAS di Cremona, definiva il regime come "ROMA TROIAIO", per il clima di corruzione che esisteva ai vertici del partito ed anche per la condotta poco costumata del Duce.

Molti ammiratori del Mussolinismo potrebbero obiettare che - a differenza dell'oggi - tutto sommato (libertà di pensiero e associazione abolite) si stava bene. Sbagliato. Gianfranco Vernè giornalista e storico (nient'affatto denigratorio nei confronti del fascismo) scrive:

"Nel 1940, al momento della dichiarazione di guerra, l'italiano medio viveva già molto peggio di due o tre anni prima. I prezzi avevano preso a salire nel 1937, con la guerra avevano cominciato a correre. Questa corsa era evidente in tutti i generi tranne che nei trasporti, gli unici a mantenere un prezzo politico. La carne era sempre stata uno dei generi più cari, ma tra il 1938 e il 1940 il prezzo era salito circa di un terzo, senza alcun miglioramento negli stipendi. Era quella, del resto, l'epoca in cui Mille lire al mese venivano immaginate come il benessere assoluto... Quelle mille lire, secondo i dati Istat, equivarrebbero a 800 mila lire di oggi del 1989,  Uno stipendio basso, dunque. Non dobbiamo però dimenticare che il ritmo e i costumi di vita di quell'epoca erano molto diversi: non avere problemi a legare il pranzo con la cena voleva già dire star bene. In altre parole: l'Italia entra in guerra già col fiato corto. La prima iniziativa ad essere lanciata dal regime dopo la dichiarazione di guerra fu la raccolta della lana: in ogni borgo, in ogni città, giravano carri tirati da cavalli per raccogliere lana con cui fare le divise. I Balilla sui carri raccoglievano inevitabilmente grandi scorte di vecchi calzini. E una potenza non si prepara alla guerra raccogliendo vecchi calzini. Nel 1940 c'erano in Italia 280 mila automobili; nel 1943 gli autoveicoli circolanti, compresi cioè i trasporti militari, erano 70 mila, un quarto del dato di partenza che era già bassissimo. Questo vuol dire che i primi tre anni di guerra avevano spazzato via tutto quel che c'era. E quel che c'era, era un niente, un'economia di tipo contadino trasferita in città, nelle famiglie piccolo borghesi". "L'economia italiana era semplicissima, quindi fragilissima. Facciamo qualche esempio: era un'economia basata sul risparmio. Una delle costanti di vita familiare di prima della guerra era stata quella di regalare, a chi compiva gli anni o ai bambini che nascevano, il libretto della Cassa di Risparmio; e le famiglie che potevano ad ogni ulteriore compleanno aggiungevano al conto cento lire. Era il piccolo tesoro che ognuno si costruiva. I Buoni del Tesoro erano poi una cosa quasi sacra. Quando la lira prese a svalutarsi crollò non solo l'economia familiare ma soprattutto il morale della famiglia, qualsiasi motivo di fiducia. Quando le donne furono costrette ad andare a lavorare perché i mariti erano stati chiamati dall'esercito, cominciò a crollare l'intero ideale di vita piccolo borghese su cui si basava il fascismo".

D'altra parte basta interrogare un parente ancora in vita per sapere come si vivesse a quei tempi. La risposta il più delle volte è sempre la stessa: male, molto male. L'unica nota positiva riscontrata riguarda il fatto che si poteva lasciare l'uscio di casa aperto... tanto nessuno avrebbe rubato nulla. E che cosa si poteva rubare se non la miseria e la fame?


Il fascismo come terza via

I molteplici compromessi fra Fascismo e Monarchia, da una parte,  Fascismo e Vaticano, dall'altra, pongono il fascismo al di fuori di qualsiasi tipo di socialismo finanche di carattere nazional-popolare; e dunque il fascismo come soluzione alternativa al capitalismo borghese e al bolscevismo non ha avuto alcun esisto positivo essendosi (il fascismo) fermato ad alcune petizioni di principio, senza approdare ad alcuna forma precisa di governo nel campo economico.  Il suo ciclo evolutivo non solo  fu incompleto ma anche assai superficiale e poco approfondito teoricamente,  tale da non fornire una risposta chiara e precisa al modello economico, sociale e politico che si voleva dare in confronto al Capitalismo e al Comunismo.

Di là dalla pura quaestio storiografica, il ventennio fascista è da considerarsi l'estrema vestigia di una concezione ottocentesca di governo e dello Stato nel senso che ha cercato nell'autarchia e nel colonialismo una posizione politica nel mondo,  intendendo il confronto internazionale come basato su sistemi economici impermeabili fra loro e principalmente fra governi piuttosto che sulle dinamiche relazioni extra-governative dei sistemi aperti. Appare chiaro ed evidente che anche la socializzazione mai realizzata durante il ventennio fascista fu attuata in parte durante la RSI. 

L'esperienza che ne scaturì fu assai scoraggiante soprattutto per gli operai...
Per il resto è chiaro a tutti che ogni valutazione sul Fascismo non può trascurare la catastrofe della guerra e della sconfitta dovuti all'irresponsabilità personali di Mussolini. Costui, al di la di tutte le sciocchezze che sono state scritte, ha avuto anche il demerito (per i fascisti) di aver svuotato il fascismo nello Stato.. anziché fare il contrario, come invece è avvenuto negli altri sistemi totalitari.
 ©  ☭ Pedro

giovedì 3 maggio 2012

L'opposizione taciuta

Sovente, in specie negli ultimi lustri, sentiamo parlare di un fascismo "buono", assai diverso dalla dittatura Hitleriana e perciò stesso non identificabile come un regime totalitario ma, al massimo (bontà loro), autoritario. Berlusconi stesso, nel commentare alcune lettere del capo del fascismo ha parlato del regime fascista alla stregua di una forma di democrazia autoritaria, travisando il concetto stesso di democrazia. Mah... lasciamo perdere e prendiamo in esame solo i casi più seri portati avanti da alcuni storici come Renzo de Felice, che ha avuto fra i maggiori sostenitori proprio i neofascisti.

Si tratta, in effetti, di un vero e proprio processo di revisionismo storico, portato avanti dalla vulgata neofascista ed assecondata dal "neo duce" Berlusconi, attraverso una storiografia interessata a smantellare quanto di più serio e genuino è stato fatto dal dopoguerra ai giorni nostri. Il guaio è che tale processo di revisione parte da lontano ed è assecondato da una parte della storiografia italiana. Molto spesso nella storiografia italiana si è voluta portare avanti una distinzione fra il carattere totalitario del nazismo e del comunismo staliniano e il carattere "autoritario" (un dolce eufemismo per  dire più morbido) del fascismo. Ma siccome è più opportuno, in questi casi, far parlare le "carte", vediamo cosa emerge dagli archivi di stato.
In sintesi quello che viene fuori è un quadro completamente diverso da quello "dipinto " dai revisionisti che tendono invece a darne un'immagine assai edulcorata e buonista.

Il testo che qui viene esaminato è stato scritto dal Prof. Alberto Vacca. L’esimio professore ha svolto  un certosino lavoro di ricerca storica, servendosi esclusivamente dei rapporti prefettizi presenti negli archivi di Stato.  Quindi non chiacchiere o giudizi interessati.  Il titolo del libro è: "Duce Truce", Insulti, barzellette, caricature, L'opposizione popolare al fascismo nei rapporti segreti dei prefetti 1930-1945. Ebbene, dai svariati rapporti dei prefetti (inviati a partire dal 1930 - e poi anche durante la RSI in un clima di perfetta continuità - fino al 1945) e conservati presso l'archivio centrale dello stato, emerge la fotografia di uno stato totalitario che oltre a fare uso massiccio e  capillare della propaganda faceva un uso altrettanto capillare della repressione.  Il reato di offesa al duce fu introdotto nel 1925 ed entrò a pieno titolo nel codice penale italiano nel 1930. Questo reato era punito fino ad un massimo di cinque anni di reclusione in carcere o al confino. La competenza era demandata alla magistratura ordinaria e, nei casi più gravi, al Tribunale speciale. Mussolini, dopo che furono celebrati i primi processi, si rese conto che  questi avrebbero amplificato la portata dei reati stessi, mettendo la sua figura in cattiva luce, ragion per cui, a partire dal 1930, decise di avocare a se la decisione su questo reato, rinunciando al processo, e stabilì, attraverso una circolare fatta smistare a tutti i prefetti dai capi della polizia, che bisognava ottenere l'autorizzazione da parte del ministero dell'Interno. La percentuale di coloro che furono incarcerati per questo reato non furono tanto oppositori politici ma appunto dei semplici diffamatori, fra cui anche alcuni fascisti che si erano permessi goliardicamente di offendere il duce. Addirittura furono punite persino delle persone che in determinate situazioni si erano permessi di chiamarlo col suo nome. Si trattava per lo più di persone appartenenti a ceti poco abbienti: manovali, contadini, operai, che in determinate circostanze avevano avuto l'impudenza (e l'ingenuità) di imprecare contro il governo o Mussolini. La cosa che colpisce maggiormente  è leggere di persone assai marginali, vessati dal lavoro che, in un momento di particolare insofferenza, venivano beccati ad imprecare contro il capo del governo. Molti avventori di locande ed osterie  furono presi di mira dagli informatori che spesso si servivano di sotterfugi per accusare – anche per motivi meschini e personali – persone del tutto estranee all’agone politico. E questo la dice lunga sulle falsità promanate dai neofascisti, secondo cui il fascismo, avrebbe prodotto libertà (sic!) (se non democrazia) e cultura.  Insomma una cosa veramente ridicola. In questo truce clima di repressione e di propaganda capillare, emerge un altro tristissimo fenomeno che accompagnò quegli anni: il fenomeno della delazione. Lo stesso consenso che permeava il fascismo di  regime era mosso da molteplici motivi: entusiasmo, fanatismo, interesse, gratificazione e paura. Fatta eccezione per il secondo, assai minoritario, si può dire che fu proprio la paura il vero motore immobile del fascismo regime.

Una parte del consenso era certamente genuina, anche se inconsapevole, visto il clima di intimidazione e di poca libertà che vigevano nel regime fascista. Fra coloro che non traevano beneficio dall'essere fascisti vi erano i cosiddetti "fascisti coatti"; ossia coloro i quali divennero fascisti per la paura dei mezzi repressivi di cui disponeva il regime fascista. All'uopo erano stati creati diversi apparati fra cui, quello più tristemente noto, identificabile con l'acronimo O.V.R.A. (Opera Vigilanza Repressione Antifascista).  Per non parlare poi della “Milizia”, oltre ai reparti organizzati da Polizia e Carabinieri. Questi apparati disponevano di una rete capillare di informatori e spioni veri e propri, in grado di arrivare ovunque, dalle grandi città fino ai paesini più sperduti della penisola, dalla scuola fino all'interno di una semplice famiglia. Emblematico è il caso di un contadino, il quale, all'atto di scannare un porco, avrebbe voluto sostituire quel maiale al Duce. Ma leggiamo direttamente il verbale a corredo della denuncia. Da una segnalazione del prefetto di Bologna del 2 gennaio 1942.
 
"Nel pomeriggio dell'undici dicembre, nell'atto in cui uccideva un maiale, il sovrascritto Boldini Giuseppe, nell'assestare il colpo pronunziava la seguente frase: "SAREBBE MEGLIO UCCIDERE IL DUCE E NON QUESTO MAIALE!! Tale frase fu intesa dal minore Tinti Ettore di Enea di anni 11, da Calderara di Reno, scolaro di quinta classe elementare. Il giorno successivo il Tinti, trovandosi a scuola dopo che la maestra aveva terminato di commentare il bollettino di guerra, si alzò e riferì all'insegnante quanto aveva udito. Ma fu interrotto dall'insegnante stessa, forse sgomenta della frase, e obbligato a tacere. L'arma dei Carabinieri del luogo, venuta a conoscenza del fatto, interrogò il ragazzo ecc."
Ebbene bastò la parola di quel bambino per assicurare alle patrie galere il malcapitato.
In Scuola occorreva stare molto attenti: non solo ai professori ma anche agli alunni.  Non si contano i casi di maestri che passarono direttamente dalle aule scolastiche alle celle della galera.
Emblematico, il caso realmente accaduto  in una scuola superiore della Sardegna, a San Luri, vicino Cagliari, dove, un giovane supplente, appena giunto  a scuola, vide il crocifisso appeso alla parete e, ai due lati, rispettivamente il Re d'Italia e il Duce. A questo punto, il supplente chiese agli alunni: "Ragazzi voi sapete che Cristo fu crocifisso ... chi aveva al suo fianco? Gli alunni risposero: Due ladroni! E l'insegnante aggiunse: e com'erano questi ladroni? Gli alunni risposero: uno buono e uno cattivo. E allora, guardando i quadri, il professore aggiunse: Secondo voi chi dei due è quello buono? Allora un alunno che sentì ciò riferì al padre e quest'ultimo riportò la notizia ai carabinieri i quali provvidero a trarre in arresto il supplente. Il Professore finì al confino.
Poi c'era la questione delle barzellette, degli scherzi, riportati dai prefetti come "una perniciosa forma di propaganda antifascista".
In una nota del prefetto di Milano datata undici aprile 1942 si legge:
“Disposte accurate indagini era stata assodata la responsabilità materiale dell’inserviente, Del Carro Rosa di Francesco. Costei, interrogata, ha dichiarato che il 17 marzo verso le 8.00, terminato il suo turno di assistenza notturna agli infermi, dalle 21.00 alle 7.00, prima di andare a dormire, consumò il pasto che avrebbe dovuto consumare a mezzogiorno, bevendo 400cl. di vino, che rappresentavano la sua razione per i due pasti giornalieri, in condizione psichiche normali, sia per la stanchezza della notte insonne sia per il vino bevuto, si portò quindi nella sala ritrovo inservienti dove si trovavano alcune sue colleghe fra le quali ha dichiarato ricordare Magni Rosalia, ecc. Ad un certo momento, notò che il quadro con l’effige del Duce, sospeso ad una parete nella sala, era girato con la faccia al muro. Toltolo dalla parete per metterlo a posto, udì una voce che le sembrò essere quella della Magni ed esclamare in tono ironico, “portalo nella dispensa!” Al che lei disse: “Nella dispensa ci sono le suore che mi sgriderebbero, lo porto nel cesso…” Tradusse subito in realtà la sua affermazione mentre la Magni, la Chiodi e la Sanna provarono con grandi risate e trasportò il quadro nell’attiguo gabinetto di decenza, collocandolo sul porta carta igienica ivi esistente. Quindi andò a dormire. Dagli accertamenti è risultato che poco dopo, il quadro fu trasferito dal detto posto, dall’inserviente Chiodi, per postuma resipiscenza, nel piccolo atrio di accesso al gabinetto, e collocato sul termosifone. Soltanto alle 13.00 la suora Giuseppina Ebberoni, sorvegliante delle inservienti, avvertita del fatto, provvide a far rimettere al suo posto il quadro, rivolgendo severo ammonimento alle inservienti riunite a mensa in quel momento. Il fatto fu subito rapportato dalla suora alla madre superiora, che per evitare scandalo e  malinteso spirito di carità verso la responsabile, della quale tuttavia ignorava il nome, non ne riferiva alla direzione dell’ospedale, rimasta così all’oscuro di quanto accaduto. L’inserviente Magni, interrogata, ha confermato l’operato della Del Carro, negando però di averla istigata a nascondere il quadro nella dispensa, ha ammesso di avere riso di fronte a quanto commetteva la Del Carro che riteneva scherzasse. Uguali dichiarazioni hanno reso le inservienti Chiodi e Sanna.Tutte hanno affermato di aver rimproverato la Del Carro, dicendole: “Stai attenta che vai al confino!” Ma hanno ammesso di essere rimaste materialmente passive di fronte al gesto della Del carro che appariva in stato psichico anormale. La Del Carro per altro ha dichiarato di non saper spiegare nemmeno a se stessa il perché del suo riprovevole operato, in quanto asserisce di nutrire  sentimenti di devozione al Duce e al fascismo. E’ infatti iscritta alle organizzazioni del regime da oltre due anni  ed ora è tesserata presso il fascio femminile. Anche la Magni la Chiodi e la Sanna sono iscritte al PNF. Tutte serbano regolare condotta morale politica e in servizio si dimostrano disciplinate. Il fatto commesso dalla Del Carro ha destato sfavorevole impressione nell’ambiente dell’Istituto Ospedaliero e tra il personale di circa 120 inservienti. Per quanto sopra e perché serva di esempio e monito, propongo, salvo diverso e superiore avviso, che la Del Carro sia deferita alla Commissione provinciale per  l’assegnazione al confino. Nei confronti dell’inserviente Magni propongo sia trattenuta in carcere per trenta giorni ed ammonita; per la Chiodi e la Sanna siano trattenute in carcere per 30 giorni e poscia diffidate ai sensi dell’art. 164 del T.U. delle Leggi di P.S.“
Questo rappresenta un classico esempio della mania persecutoria messa in atto dal regime fascista. Inoltre,  il regime ingaggiò una vera e propria lotta contro coloro i quali si permettevano di imbrattare le mura dei gabinetti pubblici, dove gli italiani si sbizzarrivano attraverso le più disparate scritte offensive nei confronti del Duce. All’uopo venivano effettuate delle indagini accuratissime, addirittura attraverso l’esame di pezzi di intonaco prelevato dai muri imbrattati e i sospetti venivano sottoposti ad accurate perizie calligrafiche, nemmeno si fosse al cospetto di un incallito criminale.  In molti casi venivano scoperti. 
Ancora. Essendo stata, una volta, in una locanda, strappata una foto di Mussolini, e buttata per disprezzo in un vaso da notte, la Polizia  avviate le indagini del caso, riuscì a recuperare i pezzi di detta fotografia... Questi pezzetti furono acclusi  alla denuncia e mandati al ministero! nel rapporto poi del OPrefetto si legge: "...accllude pezzetti recuperati dal vaso da notte". Noi non abbiamo avuito il "piacere di vederli". Tuttavia nella nota  riportava che"... i pezzetti sono stati rimandati indietro previa riesame..." lasciando con ciò presumere che persino le alte cariche e il Duce stesso le avessero sottoposte al vaglio. Il colpevole fu naturalmente condannato a cinque anni di confino.  Questo solo per dimostrare quale scrupolosità fosse usata nell'espletamento delle indagini. e
Tuttavia,  nemmeno i fascisti erano immuni a certe pratiche offensive. Incredibile è il caso di Giampiero Besson, uno studente universitario,  appartenente al G.U.F.
Un giorno, per scherzo, con i suoi amici, pronunciò alcune frasi del seguente tenore: ”Mentre il popolo soffre loro si arricchiscono”, imitando certe donnette del mercato che vanno a lamentarsi in piazza. Ebbene questo giovane universitario fascista fu immediatamente messo alle sbarre. Il caso fu demandato al Tribunale speciale, perché si desse una lezione anche a tutti quei fascisti “critici” che cominciavano già a costituire una fronda e fu e condannato a dieci anni di carcere; che, per fortuna, non scontò per la sopravvenuta caduta del regime fascista.
Questo episodio dimostra, senza tema di smentita, che nessuno spiraglio di dialogo e di trasformazione si poteva aprire all'interno del regime fascista. Tutti gfli spiriti più intelligenti e liberi furono costantemente repressi e tenuti al silenzio. Alla faccia di quello che sempre hanno sostenuto i neofascisti di ogni genere e risma!

Durante il periodo della guerra infatti vi fu anche una particolare attenzione repressiva verso quei fascisti critici, che in tal caso, vennero definiti disfattisti. Il disfattismo divenne così un reato. Ci si poteva macchiare di questa "colpa" semplicemente esortando - attraverso discorsi, libelli o invettive - la popolazione alla resa.  C'era infatti la estrema consapevolezza che la guerra fosse inutile, soprattutto per la povera gente che ne pagava il prezzo più alto. E a proprosito della mancata consapevolezza è d'uopo riportare la parte finale di un passaggio del prefetto di Treviso datato 16 luglio 1934 .

In altre parole non potendo più occultare la triste realtà italiana si cercava in tutti i modi di non pubblicizzarla. Chiunque con una batuttoa o con una semplice allusione voleva descrivere la realtà veniva messo a tacere.
"Si rende necessario pertanto una severa misura di polizia, che valga ad allontanarlo sia pure per breve tempo da questa città per porlo nell'impossibilità di nuocere ulteriormente all'ordinamento nazionale che mentre sia ritenuta idonea a dare giusta riparazione continuamente al nocumeneto inferto da lui al regime,  abbia anche un valore squisitamente politico cioè di salutare esempio di energico monito a quanti si mantengono ancora neghittosi e ignavi ai margini del fervido clima fascista dell'Anno XII e soprattutto a quelli che pur avendo il privilegio di appartenere alle classi sociali puiù elevate, osano tuttora esplicare in qualsiasi modo e in qualsiasi luogo ma sempre consci del gravissimo danno che arrecano, un'azione corrosiva e deleteria ai danni del regime in stridente e sconfortante contrasto con la condotta delle masse dei lavoratori fascisti le quali con tutte pressate dal grave disagio economico marciano in fervorosa disciplina  e assoluta ubbidienza sotto il segno del littorio servendo il regime".
Noi conosciamo i casi eccellenti di personaggi politici, di oppositori famosi del fascismo, poichè sono stati condotti studi nel merito. Non conosciamo, viceversa, la storia del popolino, di quel popolo cioè che il fascismo diceva di voler difendere e tutelare dalle ingiustizie che invece vessò e represse con tutti gli strumenti che aveva a disposizione, nel modo più assurdo e crudele. Questo libro è importante proprio per questo: poichè nonostante si sia straparlato dei casi politici eccellenti, non si è mai fatta parola sulla vita della gente comune che ogni giorno doveva sopportare le angherie liberticide di un regime autenticamente totalitario.

 ©  ☭ Pedro

Nota: tutti i testi virgolettati sono stati estrapolati dal volume:  “Duce Truce, Insulti, barzellette, caricature, L'opposizione popolare al fascismo nei rapporti segreti dei prefetti 1930-1945 di Alberto Vacca - Edizioni Castelvecchi.

sabato 7 aprile 2012

Negazionisti, revisionisti e compagni di merende

Da alcuni anni in rete impazzano alcuni siti e Blog revisionisti, spalleggiati da alcuni mass-media permissivi e/o fiancheggiatori, che hanno fatto dell'apologia del fascismo, del razzismo e dell'antiitalianità le proprie vergognose bandiere. Questo fatto inizia e si diffonde purtroppo con la discesa in campo del neoduce Silvio Berlusconi che ha avuto al suo fianco proprio gli ex fascisti, neofascisti, formazioni xenofobe e razziste di tutta Italia. Il tutto nel silenzio generale, senza che nessuno abbia preso seri provvedimenti (anche repressivi) affinchè tale scempio della memoria abbia una fine. Altro che censura!
E' un dato ricorrente: ad ogni anniversario, che sia il 25 aprile, il Primo Maggio oppure il giorno della Memoria, puntualmente appaiono scrittti revisionisti e razzisti, inneggianti al fascismo od anche al nazismo, che infangano la memoria collettiva del nostro popolo, riabilitando i carnefici a scapito delle vittime. In certi casi si assiste ad un vero e proprio capovolgimento delle posizioni, dove i carnefici diventano le vittime e viceversa.
Un caso particolare assume quello dell'epopea resistenziale, dove vengono criticate tutte le scelte partigiane di opposizione al regime repubblichino. Si dice per esempio che i partigiani non dovevano attaccare tedeschi e fascisti  proprio per evitare le inevitabili rappresaglie sulla popolazione civile. Sarebbe come dire ai comandanti di un esercito di arrendersi ancor prima di combattere.  E quando, si cerca di far pagare coloro che si resero responsabili di efferate stragi, i neofascisti si indignano perchè, secondo loro, quei militari avevano fatto solo il loro dovere rispondendo a ordini dettati dall'alto. Come se non bastassero le testimonianze dirette di chi scampò a quei massacri. Citerò, a mò di esempio, quello che accadde nel cuneese, durante l'autunno del 1943.

L'armistizio dell'otto settembre aveva colto la IV Armata italiana che dalla Francia meridionale si stava spostando in Piemonte.
Un gruppo consistente di militari italiani era miracolosamente sfuggito ai posti di blocco (e alla sicura deportazione in Germania) messi in piedi dai tedeschi e si erano rifugiati in montagna, sulle alture di Boves.
Joachim Peiper
Il 19 settembre una pattuglia di militari, scesa in paese, incappa in due tedeschi in perlustrazione e li cattura. Poco dopo, le SS, guidate dal maggiore Joachim Peiper, raggiungono Boves ed intimano al parroco e all'industriale Antonio Vassallo di trattare con le truppe ribelli la restituzione dei due militari tedeschi, pena la distruzione dell'intero paese. L'opera di mediazione diede buon esito e  i due militari tedeschi furono restituiti sani e salvi alle autorità militari tedesche.
Tuttavia, dopo l'avvenuta restituzione dei militari, il Maggiore Peiper non tenne fede alla parola data e diede ordine ai carri armati di aprire il fuoco sull'intero paese, con il pretesto che vi fosse una base di ribelli.
In poco tempo vennero uccisi 23 civili inermi e i mediatori vennero prima falciati dalle mitragliatrici e subito dopo dati alle fiamme con la benzina.

Naturalmente ciò che accadde a Boves non fu un episodio isolato. Tutt'altro.
A Bosco Matese, in Abruzzo, il nucleo ribellistico si disperdeva dopo aver resistito tre giorni agli attacchi tedeschi in un panorama di combattenti caduti sul campo, di esecuzioni sommarie e di distruzioni; quello di Colle San Martino, nel Piceno, subiva la stessa sorte: colpito dal fuoco di artiglieria e di mortai tedeschi; eccidi di civili venivano compiuti nel mezzoggiorno dai militari tedeschi in ritirata, e tanti altri ancora che, per brevità, eviterò di citare.
I tedeschi volevano a tutti costi far scontare il tradimento dell'otto settembre messo in atto da Badoglio. Gli italiani erano ritenuti colpevoli di alto tradimento. Persino presso l'esercito repubblichino veniva guardato con sospetto e ritenuto spesso inaffidabile dall'alto comando tedesco. Emblematiche sono i diverbi e i contrasti tra la Xa MAS di Borghese e il comando militare tedesco. Per questo appare inconcepibile come alcuni che si autodefiniscono Italiani con la I maiuscola possano, in un modo o nell'altro, farsi scudo dei pretesti più assurdi per difendere quelli che furono dei veri e propri criminali, sterminatori crudeli della nostra gente.
 ©  ☭ Pedro

sabato 24 marzo 2012

Articolo 18 e non solo...

Molto si è già scritto sulla riforma dell'art. 18 e, più in generale, sulla riforma del Lavoro. Non mi dilungherò, dunque, nell'aggiungere altra carne al fuoco. La Fornero - sull'art. 18 - tira dritto. Così ripetono le "veline" di regime senza vergogna. Ma non è una novità.
Vent'anni fa, le vittorie dei movimenti controrivoluzionari nell'est d'Europa hanno cambiato radicalmente i rapporti di forza nel mondo, sbilanciandoli  fortemente - in senso favorevole all'imperialismo e alla reazione. I tentativi di imporre un Nuovo Ordine mondiale - egemonizzato dagli USA - hanno ingenerato crescente instabilità ed insicurezza; e, con esse, gravi pericoli per la pace, la libertà, la democrazia, l'indipendenza e il progresso sociale dei popoli.
Sono stati due decenni in cui l'imperialismo statunitense si è lanciato all'assalto contro il pianeta, cercando di riconquistare gli spazi perduti a favore delle lotte di liberazione nazionale e sociale nei decenni precedenti.Sono vent'anni di guerre di aggressione, di cui la criminale aggressione neocoloniale contro la Libia è l'esempio più recente. E di sovvertimento giuridico  internazionale, insieme ad una penetrazione del capitale nei grandi centri imperialisti delle grandi regioni del mondo. che han portato alla distruzione di economie nazionali, al saccheggio di risorse strutturali economiche e finanziarie, e all'impoverimento accelerato di grandi masse di lavoratori. Ma come tutte le trasformazioni comportano in se elementi contraddittori. E' ciò che succede in modo drammatico dal 2008. E' vero che l' aumento dello sfruttamento e l'appropriazione privata di enormi ricchezze e di enormi risorse di ricchezze hanno contribuito ad arginare la tendenza  verso la discesa del tasso di sfruttamento. E' altresì vero il calo del potere d'acquisto di gran parte dell'umanità ha contributo ad aggravare la crisi di sovrapproduzione, che caratterizzano anch'esse il capitalismo  e che tendono oggi a diventare croniche.
Lo scoppio della crisi si affianca ad un processo già in atto: quello del declino relativo alle potenze imperialiste e all'emergere di nuove potenze, soprattutto la Cina. Questo emergere è anch'esso, parzialmente, il riflesso del processo  di delocalizzazione della produzione verso paesi con manodopera meno costosa. In mezzo a rivalità e contraddizioni sempre più evidenti, la risposta delle potenze imperialiste alla crisi è stata una risposta con chiaro stampo di classe. Con la parola d'ordine "salvare il sistema finanziario" è in atto un enorme trasferimento di debito e di perdite del settore bancario verso gli stati cioè dai privati al pubblico. Contemporaneamente, è stato scatenato un processo di brutale intensificazione dello sfruttamento del lavoro. Sul nostro continente questo processo viene diretto da un Unione europea che rivela sempre più chiaramente la sua natura di polo imperialista asservito ai monopoli delle grandi potenze europee. I cosiddetti pacchetti di aiuto che la Troika (UE, FMI, BCE)  ha imposto a Grecia, Irlanda e Portogallo sono vere e proprie aggressioni contro i popoli  e le economie dei paesi periferici dell'UE. Ma la politica di austerità per i popoli e sussidi per le banche porta al disastro, come dimostra l'esperienza greca. 
Nel nostro paese il patto di aggressione siglato da FMI, UE e partiti, sta portando ad un calo veloce delle condizioni di vita dei lavoratori e del popolo, che peggioreranno sempre di più con le misure di bilancio per lo Stato del 2012. L'intenzione del governo d'imporre coercitivamente una riduzione del deficit ad ogni costo porterà ad un drammatico aumento dello sfruttamento:  aumento della giornata lavorativa, nuovi furti a salari e pensioni, estorsione delle tredicesime, aumento delle imposte sul consumo  e sui  redditi dei lavoratori, chiusura dei servizi pubblici, privatizzazioni e molte altre misure. Tutto ciò insieme ad una  nuova fase di offensiva contro il regime democratico. Davanti alla gravità della situazione, i comunisti più attenti dovranno adoperarsi all'argamento e all'intensificazione delle lotte di massa, capaci di esprimere un serio ostacolo che freni  l'attuale offensiva e difenda la sovranità nazionale ed assicuri il momento di rottura e di cambiamento di cui il paese ha bisogno. In questo senso, le attuali molteplici azioni di vari settori costituiscono un importante spinta verso uno Sciopero generale indetto dai movimenti sindacali.
I tempi che stiamo vivendo sono pieni di grandi pericoli ma anche di grandi potenzialità. Pericoli di un imperialismo in profonda crisi faccia sempre più ricorso ad aggressioni criminali , come nel massacro di Sirte e nelle ripetute minacce di guerra contro Siria, Iran e altri paesi non allineati.
Ma la crisi del capitalismo porta anche allo scoperto la vera essenza di questo sistema di sfruttamento  e di oppressione, e si fa sempre più chiaro agli occhi di milioni di lavoratori che il capitalismo non risolve i problemi dell'umanità anzi ne rappresenta la radice. 
E compito nostro ravvivare la coscienza di classe ed assicurare che essa diventi lotta organizzata di lavoratori e popoli  con obiettivi ben definiti di trasformazione sociale, democratica ed antimonopolista; e con una prospettiva di sradicare il Sistema capitalista, generatore dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, onde rimpiazzarlo con il socialismo, l'unico sistema capace di garantire la pace, la giustizia sociale e il progresso dell'umanità.
 ©  ☭ Pedro

lunedì 13 febbraio 2012

IL "DIO MERCATO"



Quello che sta accadendo in Grecia non può lasciarci indifferenti, poiché ciò che sta accadendo in questi giorni ad Atene potrebbe accadere anche qui o in altri paesi dell'euro-zona. Non starò qui a ripetere quanti altri già hanno scritto, letto ed analizzato. Non parlerò dei disordini, delle rivolte in piazza della gente. Mi preme piuttosto far rilevare quelle che sono le cause che hanno portato a questo enorme dissesto economico-finanziario. Ci sono molte cause che possono essere ascritte a questa situazione. Ma, su tutte, ne prevale una, in particolare.
La globalizzazione degli scambi economici e, soprattutto, della produzione capitalistica ha rotto i precedenti equilibri che gli stati-nazione, seppure in un visione egoistica e "nazionale", detenevano. 
Come volevasi dimostrare la liberalizzazione da quei lacci e lacciuoli imposti dai controlli politici non ha prodotto alcun vantaggio per la massa dei lavoratori che si è trovata senza lavoro a causa di una concorrenza sleale, effettuate nel completo spregio dei diritti acquisiti (ed anche dei diritti umani) vigenti nel mondo occidentale.
Questo stato di cose ha - di fatto - declassato gli Stati Uniti da potenza egemone nell'epoca globale a potenza comprimaria nell'ordine mondiale. Nello stato attuale delle cose né gli Usa nè alcun altro stato nazione costistuiscono il centro dell'imperialismo moderno.
Purtuttavia, gli Usa occupano un posto di rilievo nello scenario internazionale; ma non sono, come si poteva pensare dopo il crollo del Muro di Berlino, l'unica superpotenza internazionale. Non rappresentano più ciò che erano un secolo or sono e ciò che l'Inghilterra ha rappreentato nel XIX secolo.
Oggi a comandare sono i cosiddetti "mercati". Queste entità astratte, quasi metafisiche secondo alcuni, senza un volto preciso, sono coloro che dirigono il mondo. Essi "votano" ogni giorno (almeno secondo alcuni commentatori di destra); ed hanno un potere di veto sulle politiche economiche "nazionali". Ce ne accorgiamo, forse, solo oggi, quando vengono evocati più volte durante la giornata: "i mercati ci chiedono di varare misure concrete per ridurre il deficit pubblco". "I mercati vogliono che si metta mano alla riforma del mercato del lavoro". "I mercati come improcrastinabile e necessaria". Eccetera. Il tutto viene servito ad un pubblico del tutto ignorante,  con analisi di "mercato", appunto (grafici, statistiche, pareri pelosi di economisti, ecc.).
Direte: ma come fanno i "mercati" ad imporre la propria agenda alla politica? Bella domanda.
I mercati dispongono di enormi strumenti e poteri di pressione ed anche di distruzione. Uno di questi sono le cosiddette agenzie di rating.  Non che prima non fossero presenti. Ma la loro presenza era imbrigliata nelle maglie dei regolamenti varati dagli "stati- nazione", e  anche dalle barriere (anche fisico-geografiche) che essi mantenevano a tutela del loro dominio. La rottura di queste barriere è avvenuta per il tramite della Globalizzazione. Tutti, chi più chi meno, hanno salutato questo processo di cambiamento come una rivoluzione epocale positiva, che avrebbe arricchito tutti. Celeberrime sono le dichiarazioni di Massimo D'Alema in proposito.
Invece non è stato così. E ciò vale soprattutto per gli ex paesi coloniali, che si sono visti togliere il monopolio del dominio  esclusivo sul terzo e quarto mondo. Oggidì in Africa ci troviamo i cinesi, non gli inglesi, tanto per fare un esempio.
Tuttavia occorre rifuggire la tentazione - assai diffusa soprattutto nell'estrema destra -  di stigmatizzare la globalizzazione, corredandola di giudizi esclusivamente negativi, magari con l'aiuto di "profezie" del tutto campate in aria e nient'affatto scientifiche. 
Poichè se il paradigma consistesse esclusivamente in questo, la conclusione sarebbe appunto, l'anarchia o, come di recente ha affermato l'ex ministro Tremonti in una trasmissione televisiva, il Caos. 
Il potere (altra parola "inafferrabile" oggigiorno) prova orrore per il vuoto. Per questo motivo esso è animato da una forza centrifuga che lo porta fuori dalla sua orbita. 
Il nuovo paradigma globale si articola attraverso una serie di norme non scritte ed è configurato dall'inizio come una vera e propria struttura sistemica assai gerarchica, al contrario di quanto si sarebbe portati a pensare. Il paradigma entro cui agiscono i mercati  è qualitativamente differente rispetto alla situazione preesistente  che si aveva nel dominio degli "stati nazione". Mentre prima le dinamiche della legittimazione avevano bisogno di conferme e assensi politici per condurre al nuovo ordine, ora  non v'e n'è bisogno. L'ordine è già costituito e si fonda su basi prettamente di concorrenza. Tramite il "DIO MERCATO" si è potuto toccare con mano cosa sia - nella realtà dei fatti - la libera concorrenza e lo sganciamento dello stato dalla gestione della cosa pubblica.
Dagli inizi degli anni '90 stiamo assistendo al lento declinare della politica in favore degli "uomini di Banca". Non è un caso infatti che da Ciampi in avanti, uomini del cosiddetto "ceto bancario" siano ascesi in modo diretto ai più alti scranni della politica. Se prima, infatti,  costoro erano soltanto dei "suggeritori", oggigiorno non hanno più bisogno di rimanere defilati dietro le quinte. Oggi essi agiscono alla luce del sole, osannati da tutto il sistema. Questo corrisponde ad una realtà obiettiva: il ruolo guida che le Banche assumono nella gestione economica e politica del mondo.
Quanto è accaduto all'ultimo governo Berlusconi, nel quale si è speculato abbondantemente sotto il profilo mediatico, segnalando l'innalzamento del cosiddetto "spread" (differenziale) fra i titoli tedeschi e quelli italiani, in realtà è un film già visto.
La medesima cosa era accaduta allo stesso Berlusconi durante il suo primo governo quando c'era ancora la vecchia lira. Allora si attribuiva a Berlusconi la caduta della lira. E proprio durante il successivo governo Dini si istituzionalizzò la figura dell'elettore "invisibile": il mercato. Di lì, i continui appelli al fine di rendersi "degni" del dio mercato. Ciò significa in parole povere: svendere il patrimonio pubblico in favore delle grandi famiglie affaristiche o delle grandi multinazionali, penalizzare i pensionati e, indi, dirottare i grandi flussi di fondi dei contribuenti sulle assicurazioni private. Quello delle assicurazioni private, infatti, è un grande business. Un affare talmente grande da far gola persino ai Sindacati. Ciò si è reso possibile grazie alla deregulation, alla libera circolazione dei capitali.  I capitali per essere depositati  esigono un costo, mentre per spostarsi non costano nulla. Per le merci il ragionamento si inverte. Ma a parte tutto ciò occorre ritornare al punto.
C'è una tendenza a drammatizzare questi episodi e a tradurli in una sorta di complotto occulto, più consono ad una setta esoterica che ad un mondo materiale, seppure fatto di carta e bip numerici. Ma se ci ragioniamo sopra essi non sono né complotti né eventi casuali. Sono fatti che hanno una loro logica. Sbarazziamoci, dunque, da questa mania di legare gli avvenimenti politici ai risultati del mercato. Questo è un vezzo dei complottisti italiani e internazionali da cui occorre prendere le distanze. Poiché questo è un modo di ingannare i lettori e creare confusione, senza mettere le mani sui dati reali della discussione. Ora la volatilità delle quotazioni sul mercato dipendono da un fatto molto preciso: dall'ampiezza di affari che ha assunto il mercato finanziario internazionale.  Ricordo - solo per inciso - che, prima ancora di entrare nell'euro, sui mercati si scambiavano mille miliardi di dollari al giorno! Tale esorbitante cifra corrispondeva al PIL Italiano dell'epoca.
I cosiddetti "derivati"  - una delle invenzioni più diaboliche dell'ingegno umano - avevano assunto il livello di 10.000 miliardi di dollari a fine anno del '91.  Come è stato possibile arrivare a tanto lo si è detto poc'anzi e, cioè, attraverso l'informatica e la deregulation. Alla costituzione del mercato vero e proprio si arrivati con un procedimento abbastanza complicato e contraddittorio; che però vale la pena di ricordare.

La nascita dell'eurodollaro

Il primo mercato monetario assolutamente libero fu quello dell'Eurodollaro, di cui poco ci si ricorda in questo momento, anche perché fu inventato dai RUSSI. 
Nel 1945, l'Urss,  allora creditrice degli Stati Uniti, in base alla legge affitti e prestiti, paventò che, con l'imminenza della guerra fredda, gli USA gli avrebbero annullato il debito. Allora istitui una banca in Francia a cui l'URSS cedette il credito nei confronti degli USA.  E così nacque l'eurodollaro; perchè era  un credito in dollari in mano di privati non residenti (e non dunque di rapporti fra due stati sovrani).
Il mercato dell'eurodollaro fece un enorme balzo in avanti durante la crisi petrolifera, perchè tutti i crediti in dollari, sia dei paesi produttori di petrolio sia quelli  derivanti dal disavanzo del bilancio dei pagamenti americani, venivano tutti commerciati sul mercato dell'eurodollaro.  Da lì è partita la Bolla finanziaria che è andata via via gonfiandosi. Quando si capì che non era più possibile ricavare tutti gli utili di prima (incominciarono le crisi) cominciò la speculazione sul mercato dei cambi. Si scoprì un modo nuovo per realizzare profitti: non attraverso grandi oscillazioni, ma attraverso la collocazione di una ingente massa di liquidità sulle piccole oscillazioni. Questo spiega il motivo per cui anche una parola sbagliata (anche dell'insignificante Mariotto Segni) poteva causare una variazione del tasso di cambio della vecchia Lira.   
Il mercato finanziario è il meccanismo che assomiglia di più alla libera concorrenza: non è regolato, non ci sono costrizioni fisiche, gli operatori del mercato finanziario si trovano in un  regime di libera concorrenza. L'unico punto è che non può essere mai in equilibrio, perché mentre lo scambio dei beni e dei servizi è legato alla soddisfazione di determinate condizioni e limiti, queste condizioni non esistono nel mercato propriamente detto.  Ciò spiega (sia detto per inciso) il motivo per cui il Premio Nobel Per l'Economia Paul Samuelson inventò il famoso "teorema delle freccette".
Carlo Marx, a proposito della borsa, diceva: "La borsa è un luogo dove i capitalisti si fregano l'un con l'altro il plusvalore". In un mercato di questo tipo, tutto si amplifica. Un mercato di questo tipo può lavorare intorno ad oscillazioni che variano intorno a i cosiddetti "trends". Quindi senza lasciarsi prendere dal panico da chi sostiene che il mercato è come un elettore straniero che decide le sorti della nostra economia, scoprirà che queste oscillazioni sono avvenute  attorno a dei "trends". Quello che conta molte volte sono "le voci", chi riesce per primo a immettersi nel trend, appunto. Chi arriva tardi, i polli, viene spennato. ma di qui a dire che il mercato è gestito da forze occulte, e che per operare nel mercato si può addirittura far ricorso al cosiddetto "teorema delle fraccette" o, peggio, al caso e alla fortuna, ce ne passa.

Bretton Woods

 

La politica del dollaro che in Europa abbiamo visto all'opera tramite il piano Marshall divenne la strada obbligata nella ricostruzione postbellica. Il consolidamento dell'egemonia monetaria americana fu sancita attraverso gli accordi di Bretton Woods. Li si confrontarono due linee diverse: quella inglese capeggiata da John Maynard Keynes e quella americana guidata da Harry Dexter White. La linea del grande economista inglese era - in estrema sintesi - quella di creare il Bancor, ossia la vera moneta di riserva mondiale, gestita autonomamente dal Fondo Monetario Internazionale. Gli americani non la fecero passare e proposero il Dollar Exchange. Un sistema per cui tutto era ricondotto al cambio col dollaro, dietro l'impegno statunitense a mantenere il dollaro a 28 dollari l'oncia di Oro.   Bretton Woods impose un sistema di relazioni imperialistiche tra gli Stati uniti e i paesi satelliti subordinati, non socialisti, per cui sia lo sviluppo economico americano sia la stabilizzazione e le riforme economiche in Europa e in Giappone erano pressoché assicurati dagli USA, attraverso un regime di accumulazione di una grandissima mole di utili ricavati dalle relazioni con i paesi satelliti. 
Questo sistema, da un punto di vista prettamente capitalistico, fu davvero innovativo, perché a differenza di quanto accadeva prima, quando il sistema monetario internazionale era in mani britanniche, dove, sia detto per inciso, il potere era strettamente detenuto da banche private, si conferirono nuovi poteri ad una serie di istituzioni pubbliche come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e, soprattutto, alla Federal Reserve. 
Sulla base della convertibilità del dollaro, decisa dalle misure di controllo previste da Bretton Woods, la mediazione monetaria della produzione e del commercio internazionale in genere, si sviluppò in una fase  caratterizzata da una circolazione del capitale relativamente libera, dalla costruzione di un forte mercato dell'Euro dollaro e dal consolidameto di un regime di cambi fissi che riguardava la maggioranza dei paesi sviluppati. Questo sistema garantì la stabilità di tutti gli standard valutari, mentre il potere militare americano esercitava una sorta di sovranità di ultima istanza, sia per i paesi dominanti sia per quelli dominati. 
Il sistema di Bretton Woods si caratterizzava per la presenz di una completa egemonia economica degli Stati Uniti  su tutti i paesi non socialisti; questa egemonia veniva assicurata dalla scelta di un modello di sviluppo di tipo liberale, basato su di un sistema di scambi commerciali relativamente liberi e sul mantenimento dell'oro come garante del potere del dollaro.
Con l'avvento del '68 in questi paesi ed in concomitanza con la vittoria vietnamita sugli USA, questo periodo di stabilità monetaria cessò. Durante questi anni vi fu un'espansione del Welfare oltre alla giusta rivendicazione di nuovi diritti. I lavoratori di tutto il mondo beneficiarono delle lotte studentesche e della giusta rivendicazione dei diritti umani. Queste lotte sociali provocarono un aumento dei costi di produzione e del salario, incidendo notevolmente sul saggio di profitto. Inoltre determinarono un mutamento nella natura del lavoro stesso. Per non parlare del "dropping out"...ma qui il discorso si farebbe lungo e ci porterebbe lontano dall'oggetto del nostro discorso. 
Uno dei punti decisivi di destabilizzazione del mercato internazionale è accaduto quando la bilancia dei pagamenti americana è andata in passivo. Primo perché ha creato l'eurodollaro e tutti i debiti in dollari americani venivano ricommerciati e rigirati...ed ha creato un fattore di destabilizzazione del mercato. Ma il fatto ancor più rilevante è avvenuto allorquando, oltre alla bilancia dei pagamenti, è andata in passivo persino la bilancia commerciale degli USA. 
Il 17 agosto 1971 si aprì dunque una seconda fase: il presidente Richard Nixon abbandonò la parità aurea e rese la moneta americana inconvertibile de iure. Si arrivò così ai cosiddetti "cambi fluttuanti", senza dei quali non si sarebbe giunti alla situazione attuale. Impose poi un carico del 10% su tutte le importazioni provenienti dall'Europa verso gli Stati Uniti. Per tal via l'intero debito  americano veniva messo sulle spalle dei paesi europei, ricordando a questi ultimi chi era al vertice dello sfruttamento capitalistico. La stagflazione fece lievitare ulteriormente la crisi e, dato che gli equilibri monetari ed economici di Breton Woods erano ormai saltati, occorreva ristrutturare completamente le relazioni economiche nell'assetto del potere mondiale.
Carlo Marx ci insegna che i capitalisti, al contrario di quanto si possa pensare, sono sempre interessati alle crisi economiche, poichè trovano sempre il modo di massimizzare i loro profitti nel breve periodo, anche se certe scelte comportano poi guai seri nel medio e soprattutto nel lungo periodo. Queste misure andarono in crisi quando il motore liberalcapitalista inciampò nelle rivendicazioni dei lavoratori di quei paesi occidentali che chiedevano più diritti allo sfruttamento neoimperialista. Data l'intensità e la costanza delle lotte susseguitesi a ridosso del '68, di fronte al capitale si aprivano principalmente due vie maestre:
  1. rovesciare completamente i processi sociali di avanzamento attraverso la frammentazione, la disarticolazione e, soprattutto, la disgregazione del mercato del lavoro, affinchè si riuscisse ad imporre il controllo del capitale sull'intero ciclo produttivo.
  2. L'uso sconsiderato della tecnologia protesa non tanto ad alleviare il lavoro dell'operaio, ma quanto a rendere inutili tutti i regolamenti in grado di controllare le dinamiche delle forze produttive e sociali. Per tal via il taylorismo ed il fordismo divennero vecchi arnesi arruginiti.
Il capitale scelse una terza via che le riassumeva entrambe; e cioè non solo applicando l'opzione repressiva alla trasformazione tecnologica, ma puntando soprattutto al mutamento della stessa composizione del proletariato.  
Il regime dei cambi fissi, che pure aveva i suoi difetti, aveva però il grandissimo pregio di non portare al collasso il sistema così come lo vediamo oggi. Era certamente un sistema che dava ampi margini di intervento e di difesa. Bisognava mollare anche allora di fronte agli speculatori, ma non nei termini assurdi a cui assistiamo oggi. Allora esiste un elemento strutturale: la disindustrializzazione degli Stati Uniti comunemente negata da quei giornalisti para-informati alla Eugenio Scalfari. La ripresa americana favorì la Cina e sfavorì l'Europa in generale e l'Italia in particolare.
Deriva dal Bilancio dello stato tutto questo? Certamente si. Ma possiamo veramente credere che se non si approva l'innalzamento dell'età pensionabile lo spread sale? Sicuramente no. Cosa volete che interessi ai mercati di cosa fa Berlusconi o di quello che dice Eugenio Scalfari? Niente. Assolutamente nulla.  Ed ancora.
Perchè oggi  la BCE non ha acquistato i titoli di stato sul mecato primario e invece ha agito contra legem acquistandoli su quello secondario?
Appare evidente che le banche con la complicità delle agenzie di rating stanno giocando sporco. Ricordiamo che quando fallì la Lehman Brothers, sull'agenzia di Standard & Poors c'era ancora la tripla A sulla famigerata Banca Commerciale.  Il dato fu modificato solo successivamente, quando ormai il fallimento era sulla bocca di tutti e i dipendenti di detta banca stavano uscendo cogli scatoloni in mano...  Il problema vero è: possiamo fare qualcosa? Ragioniamo, anche qui. A destra molti antieuropeisti sognano il ritorno alla Lira o, nel caso della Grecia, alla dracma. Tutte cose inefficaci nel panorama globale.
Una cosa del genere si verificò già con la crisi della Lira e si pose anche il problema della sua risoluzione. Naturalmente un ritorno alla Lira comporterebbe la sua inevitabile svalutazione. E la svalutazione ha il grande vantaggio di favorire la ripresa delle nostre esportazioni. Sappiamo però che esiste un limite a tutto questo. Nel momento in cui a forza di svalutare ci dovesse essere una pressione sui prezzi interni, allora i vantaggi della svalutazione cesserebbero. Per contro, tutto ciò che importiamo subirebbe un rialzo vertiginoso. Quindi questa manovra è certamente assai svantaggiosa e perciò stesso estremamente sconsigliabile. L'entrata nell'euro - di per sè - non è stata negativa, poichè si è creata una moneta unica agganciata alla forza del marco. Questo evento però non è affatto sufficiente. Fin quando non vi sarà unità politica dell'Europa occorre respingere le manovre lacrime e sangue. Oggi non esiste una direzione unica, un unico debito pubblico, un unica politica fiscale e monetaria. Tutto ciò  ha portato agli squilibri e alle speculazioni del mercato internazionale intorno allo "Spread". 
Quello che allora serve non è rivendicare una mancata sovranità nazionale che, per altro, non è più nelle nostre disponibilità.  Da tempo, infatti, abbiamo derogato questi poteri all'Europa. D'altro canto, i Nazionalismi, sin dal loro apparire, sono stati forieri di guerra, morte e distruzione, oltre che di assurde competizioni. La Germania per ben due volte ha ingenerato al seconda guerra mondiale. Urge invece creare gli Stati Uniti Socialisti d'Europa.  Di un'Europa del popolo, non delle patrie, e tantomeno delle banche. E speriamo che almeno su questo i nostri compagni non facciano orecchie da mercante.
 ©  ☭ Pedro