Quello che sta accadendo in Grecia non
può lasciarci indifferenti, poiché ciò che sta accadendo in questi
giorni ad Atene potrebbe accadere anche qui o in altri paesi
dell'euro-zona. Non starò qui a ripetere quanti altri già hanno scritto,
letto ed analizzato. Non parlerò dei disordini, delle rivolte in piazza
della gente. Mi preme piuttosto far rilevare quelle che sono le cause
che hanno portato a questo enorme dissesto economico-finanziario. Ci
sono molte cause che possono essere ascritte a questa situazione. Ma, su
tutte, ne prevale una, in particolare.
La globalizzazione degli scambi
economici e, soprattutto, della produzione capitalistica ha rotto i
precedenti equilibri che gli stati-nazione, seppure in un visione
egoistica e "nazionale", detenevano.
Come volevasi dimostrare la
liberalizzazione da quei lacci e lacciuoli imposti dai controlli
politici non ha prodotto alcun vantaggio per la massa dei lavoratori che
si è trovata senza lavoro a causa di una concorrenza sleale, effettuate
nel completo spregio dei diritti acquisiti (ed anche dei diritti umani)
vigenti nel mondo occidentale.
Questo stato di cose ha - di fatto -
declassato gli Stati Uniti da potenza egemone nell'epoca globale a
potenza comprimaria nell'ordine mondiale. Nello stato attuale delle cose
né gli Usa nè alcun altro stato nazione costistuiscono il centro
dell'imperialismo moderno.
Purtuttavia, gli Usa occupano un posto
di rilievo nello scenario internazionale; ma non sono, come si poteva
pensare dopo il crollo del Muro di Berlino, l'unica superpotenza
internazionale. Non rappresentano più ciò che erano un secolo or sono e
ciò che l'Inghilterra ha rappreentato nel XIX secolo.
Oggi a comandare sono i cosiddetti
"mercati". Queste entità astratte, quasi metafisiche secondo alcuni,
senza un volto preciso, sono coloro che dirigono il mondo. Essi "votano"
ogni giorno (almeno secondo alcuni commentatori di destra); ed hanno un
potere di veto sulle politiche economiche "nazionali". Ce ne
accorgiamo, forse, solo oggi, quando vengono evocati più volte durante
la giornata: "i mercati ci chiedono di varare misure concrete per
ridurre il deficit pubblco". "I mercati vogliono che si metta mano alla
riforma del mercato del lavoro". "I mercati come improcrastinabile e necessaria".
Eccetera. Il tutto viene servito ad un pubblico del tutto ignorante,
con analisi di "mercato", appunto (grafici, statistiche, pareri pelosi
di economisti, ecc.).
Direte: ma come fanno i "mercati" ad imporre la propria agenda alla politica? Bella domanda.
I mercati dispongono di enormi strumenti e poteri di pressione ed anche di distruzione. Uno di questi sono le cosiddette agenzie di rating.
Non che prima non fossero presenti. Ma la loro presenza era imbrigliata
nelle maglie dei regolamenti varati dagli "stati- nazione", e anche
dalle barriere (anche fisico-geografiche) che essi mantenevano a tutela
del loro dominio. La rottura di queste barriere è avvenuta per il
tramite della Globalizzazione. Tutti, chi più chi meno, hanno salutato
questo processo di cambiamento come una rivoluzione epocale positiva,
che avrebbe arricchito tutti. Celeberrime sono le dichiarazioni di
Massimo D'Alema in proposito.
Invece non è stato così. E ciò vale
soprattutto per gli ex paesi coloniali, che si sono visti togliere il
monopolio del dominio esclusivo sul terzo e quarto mondo. Oggidì in
Africa ci troviamo i cinesi, non gli inglesi, tanto per fare un esempio.
Tuttavia occorre rifuggire la
tentazione - assai diffusa soprattutto nell'estrema destra - di
stigmatizzare la globalizzazione, corredandola di giudizi esclusivamente
negativi, magari con l'aiuto di "profezie" del tutto campate in aria e
nient'affatto scientifiche.
Poichè se il paradigma consistesse
esclusivamente in questo, la conclusione sarebbe appunto, l'anarchia o,
come di recente ha affermato l'ex ministro Tremonti in una trasmissione
televisiva, il Caos.
Il potere (altra parola "inafferrabile"
oggigiorno) prova orrore per il vuoto. Per questo motivo esso è animato
da una forza centrifuga che lo porta fuori dalla sua orbita.
Il nuovo paradigma globale si articola
attraverso una serie di norme non scritte ed è configurato dall'inizio
come una vera e propria struttura sistemica assai gerarchica, al
contrario di quanto si sarebbe portati a pensare. Il paradigma entro cui
agiscono i mercati è qualitativamente differente rispetto alla
situazione preesistente che si aveva nel dominio degli "stati nazione".
Mentre prima le dinamiche della legittimazione avevano bisogno di
conferme e assensi politici per condurre al nuovo ordine, ora non v'e
n'è bisogno. L'ordine è già costituito e si fonda su basi prettamente di
concorrenza. Tramite il "DIO MERCATO" si è potuto toccare con mano cosa
sia - nella realtà dei fatti - la libera concorrenza e lo sganciamento
dello stato dalla gestione della cosa pubblica.
Dagli inizi degli anni '90 stiamo
assistendo al lento declinare della politica in favore degli "uomini di
Banca". Non è un caso infatti che da Ciampi in avanti, uomini del
cosiddetto "ceto bancario" siano ascesi in modo diretto ai più alti
scranni della politica. Se prima, infatti, costoro erano soltanto dei
"suggeritori", oggigiorno non hanno più bisogno di rimanere defilati
dietro le quinte. Oggi essi agiscono alla luce del sole, osannati da
tutto il sistema. Questo corrisponde ad una realtà obiettiva: il ruolo
guida che le Banche assumono nella gestione economica e politica del
mondo.
Quanto è accaduto all'ultimo governo
Berlusconi, nel quale si è speculato abbondantemente sotto il profilo
mediatico, segnalando l'innalzamento del cosiddetto "spread" (differenziale) fra i titoli tedeschi e quelli italiani, in realtà è un film già visto.
La medesima cosa era accaduta allo
stesso Berlusconi durante il suo primo governo quando c'era ancora la
vecchia lira. Allora si attribuiva a Berlusconi la caduta della lira. E
proprio durante il successivo governo Dini si istituzionalizzò la figura
dell'elettore "invisibile": il mercato. Di lì, i
continui appelli al fine di rendersi "degni" del dio mercato. Ciò
significa in parole povere: svendere il patrimonio pubblico in favore
delle grandi famiglie affaristiche o delle grandi multinazionali,
penalizzare i pensionati e, indi, dirottare i grandi flussi di fondi dei
contribuenti sulle assicurazioni private. Quello delle assicurazioni
private, infatti, è un grande business. Un affare talmente grande da far
gola persino ai Sindacati. Ciò si è reso possibile grazie alla
deregulation, alla libera circolazione dei capitali. I capitali per
essere depositati esigono un costo, mentre per spostarsi non costano
nulla. Per le merci il ragionamento si inverte. Ma a parte tutto ciò
occorre ritornare al punto.
C'è una tendenza a drammatizzare questi
episodi e a tradurli in una sorta di complotto occulto, più consono ad
una setta esoterica che ad un mondo materiale, seppure fatto di carta e
bip numerici. Ma se ci ragioniamo sopra essi non sono né complotti né
eventi casuali. Sono fatti che hanno una loro logica. Sbarazziamoci,
dunque, da questa mania di legare gli avvenimenti politici ai risultati
del mercato. Questo è un vezzo dei complottisti italiani e internazionali da cui occorre
prendere le distanze. Poiché questo è un modo di ingannare i lettori e
creare confusione, senza mettere le mani sui dati reali della
discussione. Ora la volatilità delle quotazioni sul mercato dipendono da
un fatto molto preciso: dall'ampiezza di affari che ha assunto il mercato finanziario internazionale.
Ricordo - solo per inciso - che, prima ancora di entrare nell'euro,
sui mercati si scambiavano mille miliardi di dollari al giorno! Tale
esorbitante cifra corrispondeva al PIL Italiano dell'epoca.
I cosiddetti "derivati" - una
delle invenzioni più diaboliche dell'ingegno umano - avevano assunto il
livello di 10.000 miliardi di dollari a fine anno del '91. Come è stato
possibile arrivare a tanto lo si è detto poc'anzi e, cioè, attraverso
l'informatica e la deregulation. Alla costituzione del mercato vero e
proprio si arrivati con un procedimento abbastanza complicato e
contraddittorio; che però vale la pena di ricordare.
La nascita dell'eurodollaro
Il primo mercato monetario assolutamente libero fu quello dell'Eurodollaro, di cui poco ci si ricorda in questo momento, anche perché fu inventato dai RUSSI.
Nel 1945, l'Urss, allora creditrice
degli Stati Uniti, in base alla legge affitti e prestiti, paventò che,
con l'imminenza della guerra fredda, gli USA gli avrebbero annullato il
debito. Allora istitui una banca in Francia a cui l'URSS cedette il
credito nei confronti degli USA. E così nacque l'eurodollaro; perchè
era un credito in dollari in mano di privati non residenti (e non
dunque di rapporti fra due stati sovrani).
Il mercato dell'eurodollaro fece un
enorme balzo in avanti durante la crisi petrolifera, perchè tutti i
crediti in dollari, sia dei paesi produttori di petrolio sia quelli
derivanti dal disavanzo del bilancio dei pagamenti americani, venivano
tutti commerciati sul mercato dell'eurodollaro. Da lì è partita la
Bolla finanziaria che è andata via via gonfiandosi. Quando si capì che
non era più possibile ricavare tutti gli utili di prima (incominciarono
le crisi) cominciò la speculazione sul mercato dei cambi. Si scoprì un
modo nuovo per realizzare profitti: non attraverso grandi oscillazioni,
ma attraverso la collocazione di una ingente massa di liquidità sulle
piccole oscillazioni. Questo spiega il motivo per cui anche una parola
sbagliata (anche dell'insignificante Mariotto Segni) poteva causare una
variazione del tasso di cambio della vecchia Lira.
Il mercato finanziario è il meccanismo
che assomiglia di più alla libera concorrenza: non è regolato, non ci
sono costrizioni fisiche, gli operatori del mercato finanziario si
trovano in un regime di libera concorrenza. L'unico punto è che non può
essere mai in equilibrio, perché mentre lo scambio dei beni e dei
servizi è legato alla soddisfazione di determinate condizioni e limiti,
queste condizioni non esistono nel mercato propriamente detto. Ciò
spiega (sia detto per inciso) il motivo per cui il Premio Nobel Per
l'Economia Paul Samuelson inventò il famoso "teorema delle freccette".
Carlo Marx, a proposito della borsa, diceva: "La borsa è un luogo dove i capitalisti si fregano l'un con l'altro il plusvalore". In un mercato di questo tipo, tutto si amplifica. Un
mercato di questo tipo può lavorare intorno ad oscillazioni che variano
intorno a i cosiddetti "trends". Quindi senza lasciarsi prendere dal
panico da chi sostiene che il mercato è come un elettore straniero che
decide le sorti della nostra economia, scoprirà che queste oscillazioni
sono avvenute attorno a dei "trends". Quello che conta molte volte sono
"le voci", chi riesce per primo a immettersi nel trend, appunto. Chi
arriva tardi, i polli, viene spennato. ma di qui a dire che il mercato è
gestito da forze occulte, e che per operare nel mercato si può
addirittura far ricorso al cosiddetto "teorema delle fraccette" o,
peggio, al caso e alla fortuna, ce ne passa.
Bretton Woods
La politica del dollaro che in Europa
abbiamo visto all'opera tramite il piano Marshall divenne la strada
obbligata nella ricostruzione postbellica. Il consolidamento
dell'egemonia monetaria americana fu sancita attraverso gli accordi di Bretton Woods. Li
si confrontarono due linee diverse: quella inglese capeggiata da John
Maynard Keynes e quella americana guidata da Harry Dexter White. La
linea del grande economista inglese era - in estrema sintesi - quella di
creare il Bancor, ossia la vera moneta di riserva
mondiale, gestita autonomamente dal Fondo Monetario Internazionale. Gli
americani non la fecero passare e proposero il Dollar Exchange. Un
sistema per cui tutto era ricondotto al cambio col dollaro, dietro
l'impegno statunitense a mantenere il dollaro a 28 dollari l'oncia di
Oro. Bretton Woods impose un sistema di relazioni
imperialistiche tra gli Stati uniti e i paesi satelliti subordinati, non
socialisti, per cui sia lo sviluppo economico americano sia la
stabilizzazione e le riforme economiche in Europa e in Giappone erano
pressoché assicurati dagli USA, attraverso un regime di accumulazione di
una grandissima mole di utili ricavati dalle relazioni con i paesi
satelliti.
Questo sistema, da un punto di vista
prettamente capitalistico, fu davvero innovativo, perché a differenza di
quanto accadeva prima, quando il sistema monetario internazionale era
in mani britanniche, dove, sia detto per inciso, il potere era
strettamente detenuto da banche private, si conferirono nuovi poteri ad
una serie di istituzioni pubbliche come il Fondo Monetario
Internazionale, la Banca Mondiale e, soprattutto, alla Federal Reserve.
Sulla base della convertibilità del
dollaro, decisa dalle misure di controllo previste da Bretton Woods, la
mediazione monetaria della produzione e del commercio internazionale in
genere, si sviluppò in una fase caratterizzata da una circolazione del
capitale relativamente libera, dalla costruzione di un forte mercato
dell'Euro dollaro e dal consolidameto di un regime di cambi fissi che
riguardava la maggioranza dei paesi sviluppati. Questo sistema garantì
la stabilità di tutti gli standard valutari, mentre il potere militare
americano esercitava una sorta di sovranità di ultima istanza, sia per i
paesi dominanti sia per quelli dominati.
Il sistema di Bretton Woods si
caratterizzava per la presenz di una completa egemonia economica degli
Stati Uniti su tutti i paesi non socialisti; questa egemonia veniva
assicurata dalla scelta di un modello di sviluppo di tipo liberale,
basato su di un sistema di scambi commerciali relativamente liberi e sul
mantenimento dell'oro come garante del potere del dollaro.
Con l'avvento del '68 in questi paesi
ed in concomitanza con la vittoria vietnamita sugli USA, questo periodo
di stabilità monetaria cessò. Durante questi anni vi fu un'espansione
del Welfare oltre alla giusta rivendicazione di nuovi diritti. I
lavoratori di tutto il mondo beneficiarono delle lotte studentesche e
della giusta rivendicazione dei diritti umani. Queste lotte sociali
provocarono un aumento dei costi di produzione e del salario, incidendo
notevolmente sul saggio di profitto. Inoltre determinarono un mutamento
nella natura del lavoro stesso. Per non parlare del "dropping out"...ma
qui il discorso si farebbe lungo e ci porterebbe lontano dall'oggetto
del nostro discorso.
Uno dei punti decisivi di
destabilizzazione del mercato internazionale è accaduto quando la
bilancia dei pagamenti americana è andata in passivo. Primo perché ha
creato l'eurodollaro e tutti i debiti in dollari americani venivano
ricommerciati e rigirati...ed ha creato un fattore di destabilizzazione
del mercato. Ma il fatto ancor più rilevante è avvenuto allorquando,
oltre alla bilancia dei pagamenti, è andata in passivo persino la
bilancia commerciale degli USA.
Il 17 agosto 1971 si aprì dunque una seconda fase: il presidente Richard Nixon abbandonò la parità aurea e rese la moneta americana inconvertibile de iure.
Si arrivò così ai cosiddetti "cambi fluttuanti", senza dei quali non si
sarebbe giunti alla situazione attuale. Impose poi un carico del 10% su
tutte le importazioni provenienti dall'Europa verso gli Stati Uniti.
Per tal via l'intero debito americano veniva messo sulle spalle dei
paesi europei, ricordando a questi ultimi chi era al vertice dello
sfruttamento capitalistico. La stagflazione fece lievitare ulteriormente
la crisi e, dato che gli equilibri monetari ed economici di Breton
Woods erano ormai saltati, occorreva ristrutturare completamente le
relazioni economiche nell'assetto del potere mondiale.
- rovesciare completamente i processi sociali di avanzamento attraverso la frammentazione, la disarticolazione e, soprattutto, la disgregazione del mercato del lavoro, affinchè si riuscisse ad imporre il controllo del capitale sull'intero ciclo produttivo.
- L'uso sconsiderato della tecnologia protesa non tanto ad alleviare il lavoro dell'operaio, ma quanto a rendere inutili tutti i regolamenti in grado di controllare le dinamiche delle forze produttive e sociali. Per tal via il taylorismo ed il fordismo divennero vecchi arnesi arruginiti.
Il capitale scelse una terza via che le
riassumeva entrambe; e cioè non solo applicando l'opzione repressiva
alla trasformazione tecnologica, ma puntando soprattutto al mutamento
della stessa composizione del proletariato.
Il regime dei cambi fissi, che pure
aveva i suoi difetti, aveva però il grandissimo pregio di non portare al
collasso il sistema così come lo vediamo oggi. Era certamente un
sistema che dava ampi margini di intervento e di difesa. Bisognava
mollare anche allora di fronte agli speculatori, ma non nei termini
assurdi a cui assistiamo oggi. Allora esiste un elemento strutturale: la
disindustrializzazione degli Stati Uniti comunemente negata da quei
giornalisti para-informati alla Eugenio Scalfari. La ripresa americana
favorì la Cina e sfavorì l'Europa in generale e l'Italia in particolare.
Deriva dal Bilancio dello stato tutto
questo? Certamente si. Ma possiamo veramente credere che se non si
approva l'innalzamento dell'età pensionabile lo spread sale? Sicuramente
no. Cosa volete che interessi ai mercati di cosa fa Berlusconi o di
quello che dice Eugenio Scalfari? Niente. Assolutamente nulla. Ed
ancora.
Perchè oggi la BCE non ha acquistato i titoli di stato sul mecato primario e invece ha agito contra legem acquistandoli su quello secondario?
Appare evidente che le banche con la
complicità delle agenzie di rating stanno giocando sporco. Ricordiamo
che quando fallì la Lehman Brothers, sull'agenzia di Standard &
Poors c'era ancora la tripla A sulla famigerata Banca Commerciale. Il
dato fu modificato solo successivamente, quando ormai il fallimento era
sulla bocca di tutti e i dipendenti di detta banca stavano uscendo
cogli scatoloni in mano... Il problema vero è: possiamo fare qualcosa?
Ragioniamo, anche qui. A destra molti antieuropeisti sognano il ritorno
alla Lira o, nel caso della Grecia, alla dracma. Tutte cose inefficaci
nel panorama globale.
Una cosa del genere si verificò già con
la crisi della Lira e si pose anche il problema della sua risoluzione.
Naturalmente un ritorno alla Lira comporterebbe la sua inevitabile
svalutazione. E la svalutazione ha il grande vantaggio di favorire la
ripresa delle nostre esportazioni. Sappiamo però che esiste un limite a
tutto questo. Nel momento in cui a forza di svalutare ci dovesse essere
una pressione sui prezzi interni, allora i vantaggi della svalutazione
cesserebbero. Per contro, tutto ciò che importiamo subirebbe un rialzo
vertiginoso. Quindi questa manovra è certamente assai svantaggiosa e
perciò stesso estremamente sconsigliabile. L'entrata nell'euro - di per
sè - non è stata negativa, poichè si è creata una moneta unica
agganciata alla forza del marco. Questo evento però non è affatto
sufficiente. Fin quando non vi sarà unità politica dell'Europa occorre
respingere le manovre lacrime e sangue. Oggi non esiste una direzione
unica, un unico debito pubblico, un unica politica fiscale e
monetaria. Tutto ciò ha portato agli squilibri e alle speculazioni del
mercato internazionale intorno allo "Spread".
Quello che allora serve non è
rivendicare una mancata sovranità nazionale che, per altro, non è più
nelle nostre disponibilità. Da tempo, infatti, abbiamo derogato questi
poteri all'Europa. D'altro canto, i Nazionalismi, sin dal loro apparire,
sono stati forieri di guerra, morte e distruzione, oltre che di assurde
competizioni. La Germania per ben due volte ha ingenerato al seconda
guerra mondiale. Urge invece creare gli Stati Uniti Socialisti d'Europa.
Di un'Europa del popolo, non delle patrie, e tantomeno delle banche. E
speriamo che almeno su questo i nostri compagni non facciano orecchie da
mercante.