lunedì 13 febbraio 2012

IL "DIO MERCATO"



Quello che sta accadendo in Grecia non può lasciarci indifferenti, poiché ciò che sta accadendo in questi giorni ad Atene potrebbe accadere anche qui o in altri paesi dell'euro-zona. Non starò qui a ripetere quanti altri già hanno scritto, letto ed analizzato. Non parlerò dei disordini, delle rivolte in piazza della gente. Mi preme piuttosto far rilevare quelle che sono le cause che hanno portato a questo enorme dissesto economico-finanziario. Ci sono molte cause che possono essere ascritte a questa situazione. Ma, su tutte, ne prevale una, in particolare.
La globalizzazione degli scambi economici e, soprattutto, della produzione capitalistica ha rotto i precedenti equilibri che gli stati-nazione, seppure in un visione egoistica e "nazionale", detenevano. 
Come volevasi dimostrare la liberalizzazione da quei lacci e lacciuoli imposti dai controlli politici non ha prodotto alcun vantaggio per la massa dei lavoratori che si è trovata senza lavoro a causa di una concorrenza sleale, effettuate nel completo spregio dei diritti acquisiti (ed anche dei diritti umani) vigenti nel mondo occidentale.
Questo stato di cose ha - di fatto - declassato gli Stati Uniti da potenza egemone nell'epoca globale a potenza comprimaria nell'ordine mondiale. Nello stato attuale delle cose né gli Usa nè alcun altro stato nazione costistuiscono il centro dell'imperialismo moderno.
Purtuttavia, gli Usa occupano un posto di rilievo nello scenario internazionale; ma non sono, come si poteva pensare dopo il crollo del Muro di Berlino, l'unica superpotenza internazionale. Non rappresentano più ciò che erano un secolo or sono e ciò che l'Inghilterra ha rappreentato nel XIX secolo.
Oggi a comandare sono i cosiddetti "mercati". Queste entità astratte, quasi metafisiche secondo alcuni, senza un volto preciso, sono coloro che dirigono il mondo. Essi "votano" ogni giorno (almeno secondo alcuni commentatori di destra); ed hanno un potere di veto sulle politiche economiche "nazionali". Ce ne accorgiamo, forse, solo oggi, quando vengono evocati più volte durante la giornata: "i mercati ci chiedono di varare misure concrete per ridurre il deficit pubblco". "I mercati vogliono che si metta mano alla riforma del mercato del lavoro". "I mercati come improcrastinabile e necessaria". Eccetera. Il tutto viene servito ad un pubblico del tutto ignorante,  con analisi di "mercato", appunto (grafici, statistiche, pareri pelosi di economisti, ecc.).
Direte: ma come fanno i "mercati" ad imporre la propria agenda alla politica? Bella domanda.
I mercati dispongono di enormi strumenti e poteri di pressione ed anche di distruzione. Uno di questi sono le cosiddette agenzie di rating.  Non che prima non fossero presenti. Ma la loro presenza era imbrigliata nelle maglie dei regolamenti varati dagli "stati- nazione", e  anche dalle barriere (anche fisico-geografiche) che essi mantenevano a tutela del loro dominio. La rottura di queste barriere è avvenuta per il tramite della Globalizzazione. Tutti, chi più chi meno, hanno salutato questo processo di cambiamento come una rivoluzione epocale positiva, che avrebbe arricchito tutti. Celeberrime sono le dichiarazioni di Massimo D'Alema in proposito.
Invece non è stato così. E ciò vale soprattutto per gli ex paesi coloniali, che si sono visti togliere il monopolio del dominio  esclusivo sul terzo e quarto mondo. Oggidì in Africa ci troviamo i cinesi, non gli inglesi, tanto per fare un esempio.
Tuttavia occorre rifuggire la tentazione - assai diffusa soprattutto nell'estrema destra -  di stigmatizzare la globalizzazione, corredandola di giudizi esclusivamente negativi, magari con l'aiuto di "profezie" del tutto campate in aria e nient'affatto scientifiche. 
Poichè se il paradigma consistesse esclusivamente in questo, la conclusione sarebbe appunto, l'anarchia o, come di recente ha affermato l'ex ministro Tremonti in una trasmissione televisiva, il Caos. 
Il potere (altra parola "inafferrabile" oggigiorno) prova orrore per il vuoto. Per questo motivo esso è animato da una forza centrifuga che lo porta fuori dalla sua orbita. 
Il nuovo paradigma globale si articola attraverso una serie di norme non scritte ed è configurato dall'inizio come una vera e propria struttura sistemica assai gerarchica, al contrario di quanto si sarebbe portati a pensare. Il paradigma entro cui agiscono i mercati  è qualitativamente differente rispetto alla situazione preesistente  che si aveva nel dominio degli "stati nazione". Mentre prima le dinamiche della legittimazione avevano bisogno di conferme e assensi politici per condurre al nuovo ordine, ora  non v'e n'è bisogno. L'ordine è già costituito e si fonda su basi prettamente di concorrenza. Tramite il "DIO MERCATO" si è potuto toccare con mano cosa sia - nella realtà dei fatti - la libera concorrenza e lo sganciamento dello stato dalla gestione della cosa pubblica.
Dagli inizi degli anni '90 stiamo assistendo al lento declinare della politica in favore degli "uomini di Banca". Non è un caso infatti che da Ciampi in avanti, uomini del cosiddetto "ceto bancario" siano ascesi in modo diretto ai più alti scranni della politica. Se prima, infatti,  costoro erano soltanto dei "suggeritori", oggigiorno non hanno più bisogno di rimanere defilati dietro le quinte. Oggi essi agiscono alla luce del sole, osannati da tutto il sistema. Questo corrisponde ad una realtà obiettiva: il ruolo guida che le Banche assumono nella gestione economica e politica del mondo.
Quanto è accaduto all'ultimo governo Berlusconi, nel quale si è speculato abbondantemente sotto il profilo mediatico, segnalando l'innalzamento del cosiddetto "spread" (differenziale) fra i titoli tedeschi e quelli italiani, in realtà è un film già visto.
La medesima cosa era accaduta allo stesso Berlusconi durante il suo primo governo quando c'era ancora la vecchia lira. Allora si attribuiva a Berlusconi la caduta della lira. E proprio durante il successivo governo Dini si istituzionalizzò la figura dell'elettore "invisibile": il mercato. Di lì, i continui appelli al fine di rendersi "degni" del dio mercato. Ciò significa in parole povere: svendere il patrimonio pubblico in favore delle grandi famiglie affaristiche o delle grandi multinazionali, penalizzare i pensionati e, indi, dirottare i grandi flussi di fondi dei contribuenti sulle assicurazioni private. Quello delle assicurazioni private, infatti, è un grande business. Un affare talmente grande da far gola persino ai Sindacati. Ciò si è reso possibile grazie alla deregulation, alla libera circolazione dei capitali.  I capitali per essere depositati  esigono un costo, mentre per spostarsi non costano nulla. Per le merci il ragionamento si inverte. Ma a parte tutto ciò occorre ritornare al punto.
C'è una tendenza a drammatizzare questi episodi e a tradurli in una sorta di complotto occulto, più consono ad una setta esoterica che ad un mondo materiale, seppure fatto di carta e bip numerici. Ma se ci ragioniamo sopra essi non sono né complotti né eventi casuali. Sono fatti che hanno una loro logica. Sbarazziamoci, dunque, da questa mania di legare gli avvenimenti politici ai risultati del mercato. Questo è un vezzo dei complottisti italiani e internazionali da cui occorre prendere le distanze. Poiché questo è un modo di ingannare i lettori e creare confusione, senza mettere le mani sui dati reali della discussione. Ora la volatilità delle quotazioni sul mercato dipendono da un fatto molto preciso: dall'ampiezza di affari che ha assunto il mercato finanziario internazionale.  Ricordo - solo per inciso - che, prima ancora di entrare nell'euro, sui mercati si scambiavano mille miliardi di dollari al giorno! Tale esorbitante cifra corrispondeva al PIL Italiano dell'epoca.
I cosiddetti "derivati"  - una delle invenzioni più diaboliche dell'ingegno umano - avevano assunto il livello di 10.000 miliardi di dollari a fine anno del '91.  Come è stato possibile arrivare a tanto lo si è detto poc'anzi e, cioè, attraverso l'informatica e la deregulation. Alla costituzione del mercato vero e proprio si arrivati con un procedimento abbastanza complicato e contraddittorio; che però vale la pena di ricordare.

La nascita dell'eurodollaro

Il primo mercato monetario assolutamente libero fu quello dell'Eurodollaro, di cui poco ci si ricorda in questo momento, anche perché fu inventato dai RUSSI. 
Nel 1945, l'Urss,  allora creditrice degli Stati Uniti, in base alla legge affitti e prestiti, paventò che, con l'imminenza della guerra fredda, gli USA gli avrebbero annullato il debito. Allora istitui una banca in Francia a cui l'URSS cedette il credito nei confronti degli USA.  E così nacque l'eurodollaro; perchè era  un credito in dollari in mano di privati non residenti (e non dunque di rapporti fra due stati sovrani).
Il mercato dell'eurodollaro fece un enorme balzo in avanti durante la crisi petrolifera, perchè tutti i crediti in dollari, sia dei paesi produttori di petrolio sia quelli  derivanti dal disavanzo del bilancio dei pagamenti americani, venivano tutti commerciati sul mercato dell'eurodollaro.  Da lì è partita la Bolla finanziaria che è andata via via gonfiandosi. Quando si capì che non era più possibile ricavare tutti gli utili di prima (incominciarono le crisi) cominciò la speculazione sul mercato dei cambi. Si scoprì un modo nuovo per realizzare profitti: non attraverso grandi oscillazioni, ma attraverso la collocazione di una ingente massa di liquidità sulle piccole oscillazioni. Questo spiega il motivo per cui anche una parola sbagliata (anche dell'insignificante Mariotto Segni) poteva causare una variazione del tasso di cambio della vecchia Lira.   
Il mercato finanziario è il meccanismo che assomiglia di più alla libera concorrenza: non è regolato, non ci sono costrizioni fisiche, gli operatori del mercato finanziario si trovano in un  regime di libera concorrenza. L'unico punto è che non può essere mai in equilibrio, perché mentre lo scambio dei beni e dei servizi è legato alla soddisfazione di determinate condizioni e limiti, queste condizioni non esistono nel mercato propriamente detto.  Ciò spiega (sia detto per inciso) il motivo per cui il Premio Nobel Per l'Economia Paul Samuelson inventò il famoso "teorema delle freccette".
Carlo Marx, a proposito della borsa, diceva: "La borsa è un luogo dove i capitalisti si fregano l'un con l'altro il plusvalore". In un mercato di questo tipo, tutto si amplifica. Un mercato di questo tipo può lavorare intorno ad oscillazioni che variano intorno a i cosiddetti "trends". Quindi senza lasciarsi prendere dal panico da chi sostiene che il mercato è come un elettore straniero che decide le sorti della nostra economia, scoprirà che queste oscillazioni sono avvenute  attorno a dei "trends". Quello che conta molte volte sono "le voci", chi riesce per primo a immettersi nel trend, appunto. Chi arriva tardi, i polli, viene spennato. ma di qui a dire che il mercato è gestito da forze occulte, e che per operare nel mercato si può addirittura far ricorso al cosiddetto "teorema delle fraccette" o, peggio, al caso e alla fortuna, ce ne passa.

Bretton Woods

 

La politica del dollaro che in Europa abbiamo visto all'opera tramite il piano Marshall divenne la strada obbligata nella ricostruzione postbellica. Il consolidamento dell'egemonia monetaria americana fu sancita attraverso gli accordi di Bretton Woods. Li si confrontarono due linee diverse: quella inglese capeggiata da John Maynard Keynes e quella americana guidata da Harry Dexter White. La linea del grande economista inglese era - in estrema sintesi - quella di creare il Bancor, ossia la vera moneta di riserva mondiale, gestita autonomamente dal Fondo Monetario Internazionale. Gli americani non la fecero passare e proposero il Dollar Exchange. Un sistema per cui tutto era ricondotto al cambio col dollaro, dietro l'impegno statunitense a mantenere il dollaro a 28 dollari l'oncia di Oro.   Bretton Woods impose un sistema di relazioni imperialistiche tra gli Stati uniti e i paesi satelliti subordinati, non socialisti, per cui sia lo sviluppo economico americano sia la stabilizzazione e le riforme economiche in Europa e in Giappone erano pressoché assicurati dagli USA, attraverso un regime di accumulazione di una grandissima mole di utili ricavati dalle relazioni con i paesi satelliti. 
Questo sistema, da un punto di vista prettamente capitalistico, fu davvero innovativo, perché a differenza di quanto accadeva prima, quando il sistema monetario internazionale era in mani britanniche, dove, sia detto per inciso, il potere era strettamente detenuto da banche private, si conferirono nuovi poteri ad una serie di istituzioni pubbliche come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e, soprattutto, alla Federal Reserve. 
Sulla base della convertibilità del dollaro, decisa dalle misure di controllo previste da Bretton Woods, la mediazione monetaria della produzione e del commercio internazionale in genere, si sviluppò in una fase  caratterizzata da una circolazione del capitale relativamente libera, dalla costruzione di un forte mercato dell'Euro dollaro e dal consolidameto di un regime di cambi fissi che riguardava la maggioranza dei paesi sviluppati. Questo sistema garantì la stabilità di tutti gli standard valutari, mentre il potere militare americano esercitava una sorta di sovranità di ultima istanza, sia per i paesi dominanti sia per quelli dominati. 
Il sistema di Bretton Woods si caratterizzava per la presenz di una completa egemonia economica degli Stati Uniti  su tutti i paesi non socialisti; questa egemonia veniva assicurata dalla scelta di un modello di sviluppo di tipo liberale, basato su di un sistema di scambi commerciali relativamente liberi e sul mantenimento dell'oro come garante del potere del dollaro.
Con l'avvento del '68 in questi paesi ed in concomitanza con la vittoria vietnamita sugli USA, questo periodo di stabilità monetaria cessò. Durante questi anni vi fu un'espansione del Welfare oltre alla giusta rivendicazione di nuovi diritti. I lavoratori di tutto il mondo beneficiarono delle lotte studentesche e della giusta rivendicazione dei diritti umani. Queste lotte sociali provocarono un aumento dei costi di produzione e del salario, incidendo notevolmente sul saggio di profitto. Inoltre determinarono un mutamento nella natura del lavoro stesso. Per non parlare del "dropping out"...ma qui il discorso si farebbe lungo e ci porterebbe lontano dall'oggetto del nostro discorso. 
Uno dei punti decisivi di destabilizzazione del mercato internazionale è accaduto quando la bilancia dei pagamenti americana è andata in passivo. Primo perché ha creato l'eurodollaro e tutti i debiti in dollari americani venivano ricommerciati e rigirati...ed ha creato un fattore di destabilizzazione del mercato. Ma il fatto ancor più rilevante è avvenuto allorquando, oltre alla bilancia dei pagamenti, è andata in passivo persino la bilancia commerciale degli USA. 
Il 17 agosto 1971 si aprì dunque una seconda fase: il presidente Richard Nixon abbandonò la parità aurea e rese la moneta americana inconvertibile de iure. Si arrivò così ai cosiddetti "cambi fluttuanti", senza dei quali non si sarebbe giunti alla situazione attuale. Impose poi un carico del 10% su tutte le importazioni provenienti dall'Europa verso gli Stati Uniti. Per tal via l'intero debito  americano veniva messo sulle spalle dei paesi europei, ricordando a questi ultimi chi era al vertice dello sfruttamento capitalistico. La stagflazione fece lievitare ulteriormente la crisi e, dato che gli equilibri monetari ed economici di Breton Woods erano ormai saltati, occorreva ristrutturare completamente le relazioni economiche nell'assetto del potere mondiale.
Carlo Marx ci insegna che i capitalisti, al contrario di quanto si possa pensare, sono sempre interessati alle crisi economiche, poichè trovano sempre il modo di massimizzare i loro profitti nel breve periodo, anche se certe scelte comportano poi guai seri nel medio e soprattutto nel lungo periodo. Queste misure andarono in crisi quando il motore liberalcapitalista inciampò nelle rivendicazioni dei lavoratori di quei paesi occidentali che chiedevano più diritti allo sfruttamento neoimperialista. Data l'intensità e la costanza delle lotte susseguitesi a ridosso del '68, di fronte al capitale si aprivano principalmente due vie maestre:
  1. rovesciare completamente i processi sociali di avanzamento attraverso la frammentazione, la disarticolazione e, soprattutto, la disgregazione del mercato del lavoro, affinchè si riuscisse ad imporre il controllo del capitale sull'intero ciclo produttivo.
  2. L'uso sconsiderato della tecnologia protesa non tanto ad alleviare il lavoro dell'operaio, ma quanto a rendere inutili tutti i regolamenti in grado di controllare le dinamiche delle forze produttive e sociali. Per tal via il taylorismo ed il fordismo divennero vecchi arnesi arruginiti.
Il capitale scelse una terza via che le riassumeva entrambe; e cioè non solo applicando l'opzione repressiva alla trasformazione tecnologica, ma puntando soprattutto al mutamento della stessa composizione del proletariato.  
Il regime dei cambi fissi, che pure aveva i suoi difetti, aveva però il grandissimo pregio di non portare al collasso il sistema così come lo vediamo oggi. Era certamente un sistema che dava ampi margini di intervento e di difesa. Bisognava mollare anche allora di fronte agli speculatori, ma non nei termini assurdi a cui assistiamo oggi. Allora esiste un elemento strutturale: la disindustrializzazione degli Stati Uniti comunemente negata da quei giornalisti para-informati alla Eugenio Scalfari. La ripresa americana favorì la Cina e sfavorì l'Europa in generale e l'Italia in particolare.
Deriva dal Bilancio dello stato tutto questo? Certamente si. Ma possiamo veramente credere che se non si approva l'innalzamento dell'età pensionabile lo spread sale? Sicuramente no. Cosa volete che interessi ai mercati di cosa fa Berlusconi o di quello che dice Eugenio Scalfari? Niente. Assolutamente nulla.  Ed ancora.
Perchè oggi  la BCE non ha acquistato i titoli di stato sul mecato primario e invece ha agito contra legem acquistandoli su quello secondario?
Appare evidente che le banche con la complicità delle agenzie di rating stanno giocando sporco. Ricordiamo che quando fallì la Lehman Brothers, sull'agenzia di Standard & Poors c'era ancora la tripla A sulla famigerata Banca Commerciale.  Il dato fu modificato solo successivamente, quando ormai il fallimento era sulla bocca di tutti e i dipendenti di detta banca stavano uscendo cogli scatoloni in mano...  Il problema vero è: possiamo fare qualcosa? Ragioniamo, anche qui. A destra molti antieuropeisti sognano il ritorno alla Lira o, nel caso della Grecia, alla dracma. Tutte cose inefficaci nel panorama globale.
Una cosa del genere si verificò già con la crisi della Lira e si pose anche il problema della sua risoluzione. Naturalmente un ritorno alla Lira comporterebbe la sua inevitabile svalutazione. E la svalutazione ha il grande vantaggio di favorire la ripresa delle nostre esportazioni. Sappiamo però che esiste un limite a tutto questo. Nel momento in cui a forza di svalutare ci dovesse essere una pressione sui prezzi interni, allora i vantaggi della svalutazione cesserebbero. Per contro, tutto ciò che importiamo subirebbe un rialzo vertiginoso. Quindi questa manovra è certamente assai svantaggiosa e perciò stesso estremamente sconsigliabile. L'entrata nell'euro - di per sè - non è stata negativa, poichè si è creata una moneta unica agganciata alla forza del marco. Questo evento però non è affatto sufficiente. Fin quando non vi sarà unità politica dell'Europa occorre respingere le manovre lacrime e sangue. Oggi non esiste una direzione unica, un unico debito pubblico, un unica politica fiscale e monetaria. Tutto ciò  ha portato agli squilibri e alle speculazioni del mercato internazionale intorno allo "Spread". 
Quello che allora serve non è rivendicare una mancata sovranità nazionale che, per altro, non è più nelle nostre disponibilità.  Da tempo, infatti, abbiamo derogato questi poteri all'Europa. D'altro canto, i Nazionalismi, sin dal loro apparire, sono stati forieri di guerra, morte e distruzione, oltre che di assurde competizioni. La Germania per ben due volte ha ingenerato al seconda guerra mondiale. Urge invece creare gli Stati Uniti Socialisti d'Europa.  Di un'Europa del popolo, non delle patrie, e tantomeno delle banche. E speriamo che almeno su questo i nostri compagni non facciano orecchie da mercante.
 ©  ☭ Pedro