giovedì 27 ottobre 2011

Il punto della crisi

27
OTT
2011
19:18 - PEDRO - 
Cari compagni e care compagne,
Vorrei interrompere questa mia serie di articoli sulla memoria storica per fare un po' il punto della difficilissima congiuntura economica attuale, che si sta rivelando, ogni giorno che passa, una vera e propria catastrofe.


La crisi  del Sistema capitalistico sta investendo il mondo intero.  Essa, nonostante i proclami del governo, è ancora in atto e  non sembra voler lasciare il passo alla crescita economica. Essa rappresenta la più fragorosa smentita non solo delle apologie liberiste, ma anche delle cosiddette culture critiche del riformismo, che rappresentavano la cosiddetta globalizzazione, quale "nuovo" capitalismo, capace di superare il ricorso ciclico delle crisi, le contraddizioni fra gli stati nazionali  e dunque le categorie stesse del marxismo e dell'imperialismo.   Queste teorie, che  presentavano il capitalismo come l'unica via apportatrice di sviluppo e di progresso, sono miseramente fallite sotto gli occhi di tutti, liberisti compresi. Questi "dogmi" del progressismo liberista,  che rimandavano alla rappresentazione dell'onnipotenza capitalista  dell'IMPERO, al solo fine di presentare come radicali le più minute ricette liberali  come la "Tobin Tax",  sono state spazzate via dall'evidenza materiale della crisi. Questa crisi è, infatti, la più eclatante conferma di tutte le categorie analitiche del marxismo,  sul carattere anarchico del capitalismo e sulla sua fase storica di decadenza. Il crollo del muro di Berlino  non solo non ha rilanciato infatti l’ordine mondiale del capitalismo, ma ha amplificato tutte le sue contraddizioni. La radice di fondo della crisi non sta nelle cosiddette politiche sbagliate degli ultimi venti anni, come a dire che, correggendo le politiche liberiste di eccessiva finanziarizzazione dell’economia, si potrebbe superare  la crisi. In un certo senso, questa teoria, che accomuna liberal progressisti e riformisti, capovolge l’ordine delle cose. La lunga espansione del capitale finanziario fu, per molti aspetti, non la causa… ma il riflesso di una lunga crisi strisciante e, al tempo stesso, un suo mascheramento. Fu l’esaurimento del boom post-bellico il rallentamento dell’economia mondiale dalla metà degli anni ‘70 a creare un’eccedenza progressiva di merci e capitali, a sospingerli verso il mercato finanziario, a sostenere, per questa via, una domanda artificiale come tampone della crisi e - proprio per questo - l’esplosione della grande bolla finanziaria non ha fatto altro che disvelare e al tempo stesso precipitare una crisi da lungo tempo incubata. Un’enorme crisi di sovrapproduzione.




"Quella crisi di sovrapproduzione che - per dirla testualmente con Marx -  è alla base di ogni crisi capitalista e svela l’irrazionalità di un sistema di produzione nel quale il massimo della ricchezza produce il massimo della miseria".  

Proprio così.

Queste semplici parole di Marx illustrano la crisi attuale infinitamente meglio delle più sofisticate teorie degli intellettuali organici del capitale. Il punto è che le ideologie liberal-riformiste sono confutate non solo nell’analisi ma anche nei rimedi. Tutti  coloro che a sinistra - per lungo tempo e ancora oggi - presentano l’intervento pubblico nell’economia capitalista come correttivo sociale  e come fattore della crisi, spesso sbandierando la mitologia di Keynes e del New Deal, falsificano la verità della storia  e sono smentiti nel modo più evidente proprio dalla realtà di questa crisi. Falsificano intanto la realtà della storia, perché non fu il New Deal di Roosevelt  che per altro non creò alcuno stato sociale  in America a salvare il capitalismo dalla crisi  degli anni ‘30, fu semmai  la gigantesca carneficina della guerra  e la ricostruzione dalle sue rovine. Ma sono soprattutto smentiti dalla realtà  di questa crisi. Chi voleva mettere alla prova le virtù dell’intervento pubblico  nell’economia del capitale è servito. Da quattro anni ci troviamo in fatti di fronte (in Europa e in America) al più grande intervento  pubblico degli stati imperialisti e  delle banche centrali,  a partire da quelli che fino a ieri recitavano il mantra di un intoccabile liberismo, al punto che la somma complessivamente investita è superiore a quella spesa nella seconda  guerra mondiale. Eppure, la realtà è stata esattamente opposta a quella  immaginata dai cantori del Keynesismo.  Non un sostegno ai salari, al lavoro, alle protezioni sociali, ma un soccorso gigantesco alle grandi imprese e alle banche pagato dalla più grande offensiva contro i lavoratori degli ultimi sessanta anni.  E per di più un fattore esso stesso della riproduzione del meccanismo di crisi, perché l’iniezione di risorse pubbliche nel sistema bancario, attraverso l’acquisto dei titoli tossici non si trasforma in espansione del credito alla produzione, ma in una nuova espansione della speculazione finanziaria.  E perché proprio il soccorso pubblico del capitale diventa, oltre tutto, per la prima volta nella storia,   un fattore di crisi del cosiddetto debito sovrano, cioè, di possibile insolvenza di intere organizzazioni statali. Il fallimento della mitologia keynesiana non poteva dunque  essere più completo.  E tuttavia, è’ importante cogliere una visione d’insieme della economia mondiale, che, da un lato, individui la contraddittorietà dei dati economici  e, dall’altro, ne misuri l’impatto sugli equilibri politici internazionali, fuori da una lettura uniforme e solo economicista della crisi. Siamo infatti di fronte ad un paradosso: se leggessimo i dati economici dell’economia mondiale – complessivamente intesa nella loro apparenza -  potremmo persino dubitare della portata  e della continuità della crisi. Basti pensare che nel 2010 il PIL mondiale cresce del 4,8 % e il commercio mondiale passa da –11% del 2009 a un + 11% del 2010. Non sono esattamente  i dati di un cataclisma.  Ma il punto è che questi dati  nascondono la contraddizione crescente  fra i diversi comparti dell’economia mondiale  con enormi ricadute  politiche, si tratta della contraddizione di fondo fra la crisi profonda e la sostanziale stagnazione dell’economia dell’occidente,  e l’imponente sviluppo economico dell’oriente,  con l’eccezione del Giappone, in particolare della Cina. Questa contraddizione non è nuova. Ma la crisi capitalista l’ha amplificata sotto il profilo economico e ha acutizzato profondamente le sue conseguenze politiche, al punto da trasformare il contrasto fra gli Stati uniti e la Cina nel nuovo baricentro della politica mondiale. Gli USA restano sicuramente la principale potenza capitalistica mondiale a partire dalla perdurante supremazia militare; ma dentro una dinamica di crisi crescente di egemonia economica e politica sulle relazioni internazionali. Questa crisi non data da oggi, ha radici  strutturali anche economiche, ed è maturata sul piano politico  proprio nella nuova fase post ‘89, quando il  crollo dell’Urss  se da un la ha enfatizzato la militare americana, dall’altro ha privato gli Stati Uniti di una rendita di posizione strategica negli equilibri mondiali. Ma proprio per questo la crisi capitalistica attuale è per gli Usa per alcuni  aspetti più pesante che nel ‘29; e non da un punto di vista economico, ma da un punto di vista politico e strategico. 


Lev Davidovich Bronshtein on November 7, 1879 Leon Trotskij
Nel ‘29-33 la grande crisi colpì l’America  nel momento della sua ascesa storica  a scapito del vecchio impero britannico e Trotskij capi,  con grande intelligenza,  che la crisi non avrebbe invertito la tendenza storica  dell’ascesa americana. Oggi, la crisi colpisce gli Stati Uniti nel momento della loro massima difficoltà di egemonia  e, per questo, rafforza  la tendenza al declino,  sia sotto il profilo economico, dove quello che fu il più grande creditore della storia  del capitalismo si è trasformato nel più grande debitore di quella storia e, per di più, a diretto vantaggio della nuova potenza rivale, e sia sotto il profilo politico internazionale, dove il tentativo della nuova presidenza Obama di rilanciare l’egemonia americana in chiave multilateralista segna il passo su ogni terreno decisivo della politica mondiale: nel rapporto con gli imperialismi europei, in Medioriente, in Africa, in Asia, nella gestione delle relazioni tra le valute,  come in ordine alle scelte energetiche e ambientali. La crisi verticale della nuova amministrazione di Barack Obama, decretata dalla sconfitta elettorale di novembre,  è un riflesso indiretto della grande crisi americana. Questa crisi di Obama continuerà, attraverso lo sfaldamento interno del suo gruppo sociale di consenso, minato prima dai costi sociali del grande sostegno alle Banche, e ora aggravato dalla continuità dei regali fiscali ai ricchi,  pattuita con i repubblicani. E con la crisi di Obama esplode la crisi dell’obamismo, la ricorrente suggestione ideologica che spinge la sinistra europea ad aggrapparsi al cosiddetto salvatore americano per sublimare le proprie sconfitte e le proprie responsabilità. Fu così con la socialdemocrazia europea nei confronti Roosevelt negli anni ‘30, e così è stato oggi nei confronti di Obama persino da parte della sinistra cosiddetta radicale. Con una differenza. Negli anni 30 la socialdemocrazia celebrava col new deal di Roosevelt la simulazione riformista di un  imperialismo in ascesa. Oggi  la sinistra cosiddetta radicale è giunta a salutare – testualmente – “come nuova speranza per l’umanità” - per citare le parole alate di Nichi Vendola  - il presidente della più grande  potenza imperialista in declino  e la sua politica di salvataggio dei banchieri, confermando, anche così, al di la delle parole, la sua subordinazione al capitalismo internazionale. 


Ma soprattutto il declino americano è misurato dall’ascesa della Cina sullo scenario mondiale. E’ una questione centrale nel panorama internazionale. E’ stata anche materia di discussione nel nostro congresso e lo sarà nella a discussione internazionale nel coordinamento per la rifondazione della IV internazionale. E costituirà - oltretutto questo - un tema di confronto con altre forze e  tendenze  del movimento operaio internazionale della stessa sinistra italiana, se solo si pensa che larga parte della federazione della sinistra italiana se solo si pensa che larga parte della federazione della sinistra considera ancora oggi la Cina un paese socialista, che una nuova formazione come 
“Sinistra popolare”  saluta enfaticamente il premier cinese  nell’atto stesso del suo congresso fondativo,  che nuove associazioni politico-culturali, fondate da organizzazioni di estrema sinistra - tra cui la rete dei comunisti  - vantano la pubblica benedizione dell’amica ambasciata cinese. Dove sta il tragico paradosso di queste posizioni? Sta nel perfetto rovesciamento ideologico della realtà. La Cina non solo è  oggi un paese capitalista, che ha visto la mutazione della propria burocrazia stalinista in una nuova  borghesia, che si regge su una proprietà largamente privata  e sul super sfruttamento manchesteriano della propria giovane classe operaia,  ma è un paese che sta mettendo l’eredità del settore pubblico dell’economia e di un apparato statale totalitario al servizio di uno sviluppo capitalistico concentrato e straordinario. Una sorta di capitalismo di stato  che, proprio in ragione della potenza statale,  si candida a ripercorrere la via della rapidissima ascesa nell’ultimo ‘800 del capitalismo tedesco o del capitalismo giapponese. E’ vero  questo quadro  va bilanciato da fattori contraddittori, potenzialmente esplosivi: 


Il grattacielo cinese poggia tuttora su fondamenta incerte. I grandiosi scioperi operai del Guandong, che salutiamo come un fatto di straordinaria  importanza per intero movimento operaio internazionale indicano le potenzialità dirompenti di un’ascesa operaia sugli equilibri interni della Cina e, di riflesso sullo scenario mondiale. La stessa unità dell’apparato di regime che sinora ha gestito la restaurazione capitalistica potrebbe essere messo a dura prova nel caso d’un precipitare d’una crisi sociale. Ma questi fattori ed eventualità non possono nascondere la tendenza attuale in tutta loro enorme portata. Lo sviluppo cinese non solo non è stato travolto dalla crisi mondiale ma si è rafforzato dalla crisi capitalizzando a proprio vantaggio le difficoltà dell’America e dell'Europa. E' la crisi e il conseguente deprezzamento di azioni e titoli dell'occidente a consentire lo straordinario shopping della Cina nell'economia mondiale col passaggio da un miliardo a 56 miliardi  di investimenti esteri  in America e in Europa  nel solo quinquennio fra il  2004 e il 2009. E' la crisi e l'enorme indebitamento pubblico  dei paesi imperialisti  a ridurre il loro spazio di manovra  verso i paesi dipendenti, favorendo la grande espansione cinese  in Africa e in Asia, a caccia di materie prime a basso costo e soprattutto di terre coltivabili. E' lo scarto  fra la crisi occidentale  e lo sviluppo cinese a ridurre il divario di potenza militare fra i tradizionali paesi imperialisti, costretti a contenere le spese in armamenti e una Cina che accresce ogni anno il proprio dispositivo bellico e che ormai si avvia a rappresentare la più grande potenza navale militare  del mondo.

E tutto questo su uno sfondo che già da oggi vede la Cina come primo paese esportatore, primo produttore di supercalcolatori, di treni ad alta velocità, primo  investitore in ricerca scientifica e tecnologica e, soprattutto, come il paese detentore di un grande potere di condizionamento internazionale,  attraverso il controllo del “debito pubblico” americano. L’investimento crescente nello stesso debito europeo e il possesso in semi monopolio di quelle cosiddette “terre rare” così chiamata che sono oggi le materie decisive dell’alta tecnologia mondiale. Certo, come abbiamo sottolineato nel testo congressuale, la Cina è ben lontana, nonostante tutto questo, dal poter contendere direttamente agli Stati Uniti, l’egemonia dell’economia mondiale, a causa di diversi fattori tra loro intrecciati, a partire dalla non convertibilità dello Yuan, e dell’accerchiamento strategico in Asia. Ma resta l’altra faccia della medaglia. Il fatto che gli Stati uniti non possono dominare e piegare la Cina, né come Paese dipendente né come paese rivale. Nel 1985 l’America di Regan ebbe la forza di imporre all’emergente Giappone la rivalutazione della sua moneta spezzando la sua ascesa e votandolo al declino.  


Oggi, l’America di Obama non ha la forza di imporre alla Cina la rivalutazione dello Yuan, ciò che determina, a sua volta, il ricorso alla svalutazione del dollaro una guerra internazionale delle valute un ritorno al protezionismo, l’approfondimento di tutte le contraddizioni mondiali. Il declino americano e l’ascesa cinese segnano  dunque nel loro rapporto la line del fronte nello scenario internazionale, con potenzialità dirompenti nella prospettiva storica, non esclusa la possibilità di una guerra. L’unione europea è il classico vaso di coccio della crisi mondiale  e della “tenaglia” fra Stati Uniti e Cina.  La suggestione lanciata nel 2000 a Lisbona d’un primato dell'Europa su scala internazionale entro il 2015 si è convertita  dieci anni dopo nel suo esatto opposto. Non solo l’Ue non ha capitalizzato a proprio vantaggio la crisi americana, ma il combinato della crisi internazionale e dell’ascesa asiatica ha marginalizzato,  come mai in passato, il ruolo mondiale degli imperialismi europei. Tutte le debolezze strutturali e politiche dell’Unione – già sottolineate e analizzate dal nostro primo congresso -  sono state aggravate e amplificate dallo scenario mondiale. E ormai la stessa struttura dell’unione ad essere messa in discussione dalla crisi. Le colonne d’ercole dei trattati di Maastricht del patto di stabilità  sono state travalicate  in un batter d’occhio  dall’enorme espansione dei debiti pubblici, dovute al soccorso prima delle Banche  e poi degli stati sovrani  a rischio default,  come la Grecia e l'Irlanda, verso cui sono esposte le banche, in primo luogo tedesche. A sua volta, proprio la nuova produzione di debito pubblico e gli strumenti straordinari approntati per la sua gestione esaltano ogni giorno di più la contraddizione strutturale di fondo su cui l’unione si appoggia:l’assenza di un  ente garante  in ultima istanza del debito pubblicodovuta all’assenza  di un’unità statale europea. La FED  è garantita dagli USA, la BCE, il fondo europeo di stabilità  programmato sino al 2013  e infine il nuovo meccanismo monetario, concordato per gli anni successivi,  non sono garantiti e coperti da nessuna  unità statale federale, oltre ad avere una portata ridotta d’intervento. ciò rappresenta una mina esplosiva per il sistema finanziario europeo. Di più. Proprio nel momento in cui la crisi mondiale  solleciterebbe un passo avanti dell’integrazione politica europea si approfondiscono, sotto il peso della crisi, le contraddizioni interne al quadro continentale,  a partire dalla riemersione storica,  in forme nuove,  della vecchia questione  tedesca. Siamo di fronte ad una situazione singolare:  in astratto, la Germania è l’unico Stato europeo che potrebbe guidare un processo di unificazione continentale; nel concreto, la Germania è oggi il principale fattore di divisione  e contraddizione in Europa. La Germania è oggi l’unico paese europeo che conosce una reale ripresa economica dopo la recessione del 2009, grazie ad una potente struttura industriale, ad un ancoraggio decisivo col mercato asiatico, ma ha un tallone d’Achille molto pericoloso: un enorme esposizione bancaria verso il debito pubblico dell'est europeo e dei paesi europei mediterranei. Questo nodo non può essere sciolto né dall’espulsione di tali paesi dall’Unione, né dall’abbandono tedesco dell’Unione, soluzioni entrambe suicide per l’esportazione e le Banche tedesche.  E viene dunque affrontato in modo opposto: con una sorta di commissariamento finanziario strisciante delle banche tedesche sull’economia europea,  con la concentrazione di una disciplina finanziaria sempre più vincolante che moltiplica tutte le tensioni nazionali tra il cuore industriale del nord Europa  e i paesi europei mediterranei,  fra la Germania e altri paesi imperialisti, fra l’euro e le altre valute. Per di più con effetti economici restrittivi sul  mercato continentale, che rendono ancor più arduo l’abbattimento dei debiti pubblici. Per tutto questo  è storicamente in discussione la stessa sorte della moneta unica. Siamo dunque al fallimento conclamato di ogni vecchio europeismo: sia dell’europeismo liberale, che apertamente rivendicava l’unità capitalistica europea, ma sia anche dell’europeismo riformista e centrista, che alla coda dei liberali rivendicava e rivendica una fantomatica Europa sociale e democratica  su basi capitalistiche, grazie ai sospirati ministeri di sinistra o alla pressione dei movimenti sociali, o a entrambi i fattori. Ancora una volta la realtà ha spazzato via queste fantasie, configurando uno scenario esattamente opposto: il massimo di divisione in Europa, il massimo di offensiva sociale antioperaia, all’insegna di qualsivoglia governo europeo. Tutte le mitologie di una possibile socialdemocrazia progressiva sud europea da Jospin a Zapatero, regolarmente alimentate dalle cosiddette sinistre radicali (anche italiane) sono state ridicolizzate, una dopo l’altra, dall’esperienza degli ultimi 15 anni. E oggi proprio il crollo  del “mito Zapatero”,  ancora intoccabile a sinistra sino ad un anno fa, a liquidare la credibilità di ogni illusione. Quello che fu indicato in Italia, anche in rifondazione, come il possibile “faro” di un centrosinistra progressista e quello stesso governo che spara sui migranti, liberalizza i licenziamenti, porta le pensioni a 67 anni. E’ la riprova  che i lavoratori non potranno mai avere per amico il proprioprogressista governo cosiddetto , che è poi il governo dei propri sfruttatori, ma solo i lavoratori degli altri paesi.

Per una ripartizione internazionale del lavoro, attraverso la riduzione progressiva dell’orario, per l’esproprio delle aziende sfruttatrici, a partire dalla FIAT,  perché il potere passi  nelle mani del lavoro.  “Gli operai non hanno patria” - scriveva il manifesto del partito comunista nel lontano 1848. Oggi questo appello è – se possibile – ancor più attuale di allora. Ma per portare questa verità nella coscienza politica della nuova generazione operaia è necessaria un’altra direzione del movimento operaio europeo e un altro programma. Negli anni’ 20 i comunisti rivoluzionari d'Europa, dopo il massacro della grande guerra, lanciarono la prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d’Europa, come l’unica soluzione progressiva della crisi del vecchio continente. Socialdemocrazia e stalinismo, però, respinsero o abrogarono quella parola d’ordine. E’ il momento di riprenderla. Perchè solo rifondando l’Europa su nuove basi sociali e, soprattutto, rivendicando l'annullamento del debito pubblico verso le Banche centrali, è possibile unirla a vantaggio dei lavoratori. In altre parole, occorre NAZIONALIZZARE le banche onde  restituire al popolo la proprietà monetaria. Solo facendo questo sarà possibile  concretizzare  un  vero potere dei lavoratori come alternativa reale alla crisi capitalista e alla miseria sociale.

di Pierluigi Delle Stelle, pubblicato sul suo blog sulla piattaforma splinder