La Procura di Milano ha deciso di indagare «Glovo», con l'accusa di caporalato. Sono 40 mila i rider sfruttati.
È incredibile che nel 2026 si debba ancora gridarlo, ma eccoci qui: non è normale lavorare fino allo sfinimento per una paga che non copre nemmeno il costo della vita. Non è normale essere trattati come ingranaggi sostituibili, come se la fatica, il tempo, la salute e la vita delle persone fossero dettagli marginali di un bilancio aziendale.
C’è chi parla di “flessibilità”, ma spesso è solo un altro nome per turni massacranti, orari impossibili, reperibilità continua, ferie negate, riposi cancellati. E tutto questo in cambio di stipendi da fame, che non riconoscono né il valore del lavoro né la dignità di chi lo svolge.
La verità è semplice:
𝘶𝘯 𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦𝘮𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘳𝘰𝘴𝘱𝘦𝘳𝘢 𝘴𝘱𝘳𝘦𝘮𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘭𝘦 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘰𝘯𝘦 𝘧𝘪𝘯𝘰 𝘢𝘭𝘭’𝘰𝘴𝘴𝘰 𝘦̀ 𝘶𝘯 𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦𝘮𝘢 𝘮𝘢𝘭𝘢𝘵𝘰.
E chi lo difende, chi lo giustifica, chi lo chiama “necessità del mercato”, sta solo mascherando l’ingiustizia con parole eleganti.
Il lavoro dovrebbe essere un patto di reciproco rispetto, non una condanna. Dovrebbe costruire vite, non consumarle.
Dovrebbe permettere di vivere, non solo di sopravvivere.
E allora sì, è il momento di dirlo forte:
chi lavora merita tempo, salute, sicurezza, e una retribuzione che rispecchi il valore reale del suo contributo.
Non è un favore. Non è un premio, è un diritto!
Finché questo non sarà garantito, continuerò a parlare, denunciare, pretendere.
Perché la dignità non è un lusso: è la base di qualsiasi società che voglia definirsi civile.
