giovedì 3 maggio 2012

L'opposizione taciuta

Sovente, in specie negli ultimi lustri, sentiamo parlare di un fascismo "buono", assai diverso dalla dittatura Hitleriana e perciò stesso non identificabile come un regime totalitario ma, al massimo (bontà loro), autoritario. Berlusconi stesso, nel commentare alcune lettere del capo del fascismo ha parlato del regime fascista alla stregua di una forma di democrazia autoritaria, travisando il concetto stesso di democrazia. Mah... lasciamo perdere e prendiamo in esame solo i casi più seri portati avanti da alcuni storici come Renzo de Felice, che ha avuto fra i maggiori sostenitori proprio i neofascisti.

Si tratta, in effetti, di un vero e proprio processo di revisionismo storico, portato avanti dalla vulgata neofascista ed assecondata dal "neo duce" Berlusconi, attraverso una storiografia interessata a smantellare quanto di più serio e genuino è stato fatto dal dopoguerra ai giorni nostri. Il guaio è che tale processo di revisione parte da lontano ed è assecondato da una parte della storiografia italiana. Molto spesso nella storiografia italiana si è voluta portare avanti una distinzione fra il carattere totalitario del nazismo e del comunismo staliniano e il carattere "autoritario" (un dolce eufemismo per  dire più morbido) del fascismo. Ma siccome è più opportuno, in questi casi, far parlare le "carte", vediamo cosa emerge dagli archivi di stato.
In sintesi quello che viene fuori è un quadro completamente diverso da quello "dipinto " dai revisionisti che tendono invece a darne un'immagine assai edulcorata e buonista.

Il testo che qui viene esaminato è stato scritto dal Prof. Alberto Vacca. L’esimio professore ha svolto  un certosino lavoro di ricerca storica, servendosi esclusivamente dei rapporti prefettizi presenti negli archivi di Stato.  Quindi non chiacchiere o giudizi interessati.  Il titolo del libro è: "Duce Truce", Insulti, barzellette, caricature, L'opposizione popolare al fascismo nei rapporti segreti dei prefetti 1930-1945. Ebbene, dai svariati rapporti dei prefetti (inviati a partire dal 1930 - e poi anche durante la RSI in un clima di perfetta continuità - fino al 1945) e conservati presso l'archivio centrale dello stato, emerge la fotografia di uno stato totalitario che oltre a fare uso massiccio e  capillare della propaganda faceva un uso altrettanto capillare della repressione.  Il reato di offesa al duce fu introdotto nel 1925 ed entrò a pieno titolo nel codice penale italiano nel 1930. Questo reato era punito fino ad un massimo di cinque anni di reclusione in carcere o al confino. La competenza era demandata alla magistratura ordinaria e, nei casi più gravi, al Tribunale speciale. Mussolini, dopo che furono celebrati i primi processi, si rese conto che  questi avrebbero amplificato la portata dei reati stessi, mettendo la sua figura in cattiva luce, ragion per cui, a partire dal 1930, decise di avocare a se la decisione su questo reato, rinunciando al processo, e stabilì, attraverso una circolare fatta smistare a tutti i prefetti dai capi della polizia, che bisognava ottenere l'autorizzazione da parte del ministero dell'Interno. La percentuale di coloro che furono incarcerati per questo reato non furono tanto oppositori politici ma appunto dei semplici diffamatori, fra cui anche alcuni fascisti che si erano permessi goliardicamente di offendere il duce. Addirittura furono punite persino delle persone che in determinate situazioni si erano permessi di chiamarlo col suo nome. Si trattava per lo più di persone appartenenti a ceti poco abbienti: manovali, contadini, operai, che in determinate circostanze avevano avuto l'impudenza (e l'ingenuità) di imprecare contro il governo o Mussolini. La cosa che colpisce maggiormente  è leggere di persone assai marginali, vessati dal lavoro che, in un momento di particolare insofferenza, venivano beccati ad imprecare contro il capo del governo. Molti avventori di locande ed osterie  furono presi di mira dagli informatori che spesso si servivano di sotterfugi per accusare – anche per motivi meschini e personali – persone del tutto estranee all’agone politico. E questo la dice lunga sulle falsità promanate dai neofascisti, secondo cui il fascismo, avrebbe prodotto libertà (sic!) (se non democrazia) e cultura.  Insomma una cosa veramente ridicola. In questo truce clima di repressione e di propaganda capillare, emerge un altro tristissimo fenomeno che accompagnò quegli anni: il fenomeno della delazione. Lo stesso consenso che permeava il fascismo di  regime era mosso da molteplici motivi: entusiasmo, fanatismo, interesse, gratificazione e paura. Fatta eccezione per il secondo, assai minoritario, si può dire che fu proprio la paura il vero motore immobile del fascismo regime.

Una parte del consenso era certamente genuina, anche se inconsapevole, visto il clima di intimidazione e di poca libertà che vigevano nel regime fascista. Fra coloro che non traevano beneficio dall'essere fascisti vi erano i cosiddetti "fascisti coatti"; ossia coloro i quali divennero fascisti per la paura dei mezzi repressivi di cui disponeva il regime fascista. All'uopo erano stati creati diversi apparati fra cui, quello più tristemente noto, identificabile con l'acronimo O.V.R.A. (Opera Vigilanza Repressione Antifascista).  Per non parlare poi della “Milizia”, oltre ai reparti organizzati da Polizia e Carabinieri. Questi apparati disponevano di una rete capillare di informatori e spioni veri e propri, in grado di arrivare ovunque, dalle grandi città fino ai paesini più sperduti della penisola, dalla scuola fino all'interno di una semplice famiglia. Emblematico è il caso di un contadino, il quale, all'atto di scannare un porco, avrebbe voluto sostituire quel maiale al Duce. Ma leggiamo direttamente il verbale a corredo della denuncia. Da una segnalazione del prefetto di Bologna del 2 gennaio 1942.
 
"Nel pomeriggio dell'undici dicembre, nell'atto in cui uccideva un maiale, il sovrascritto Boldini Giuseppe, nell'assestare il colpo pronunziava la seguente frase: "SAREBBE MEGLIO UCCIDERE IL DUCE E NON QUESTO MAIALE!! Tale frase fu intesa dal minore Tinti Ettore di Enea di anni 11, da Calderara di Reno, scolaro di quinta classe elementare. Il giorno successivo il Tinti, trovandosi a scuola dopo che la maestra aveva terminato di commentare il bollettino di guerra, si alzò e riferì all'insegnante quanto aveva udito. Ma fu interrotto dall'insegnante stessa, forse sgomenta della frase, e obbligato a tacere. L'arma dei Carabinieri del luogo, venuta a conoscenza del fatto, interrogò il ragazzo ecc."
Ebbene bastò la parola di quel bambino per assicurare alle patrie galere il malcapitato.
In Scuola occorreva stare molto attenti: non solo ai professori ma anche agli alunni.  Non si contano i casi di maestri che passarono direttamente dalle aule scolastiche alle celle della galera.
Emblematico, il caso realmente accaduto  in una scuola superiore della Sardegna, a San Luri, vicino Cagliari, dove, un giovane supplente, appena giunto  a scuola, vide il crocifisso appeso alla parete e, ai due lati, rispettivamente il Re d'Italia e il Duce. A questo punto, il supplente chiese agli alunni: "Ragazzi voi sapete che Cristo fu crocifisso ... chi aveva al suo fianco? Gli alunni risposero: Due ladroni! E l'insegnante aggiunse: e com'erano questi ladroni? Gli alunni risposero: uno buono e uno cattivo. E allora, guardando i quadri, il professore aggiunse: Secondo voi chi dei due è quello buono? Allora un alunno che sentì ciò riferì al padre e quest'ultimo riportò la notizia ai carabinieri i quali provvidero a trarre in arresto il supplente. Il Professore finì al confino.
Poi c'era la questione delle barzellette, degli scherzi, riportati dai prefetti come "una perniciosa forma di propaganda antifascista".
In una nota del prefetto di Milano datata undici aprile 1942 si legge:
“Disposte accurate indagini era stata assodata la responsabilità materiale dell’inserviente, Del Carro Rosa di Francesco. Costei, interrogata, ha dichiarato che il 17 marzo verso le 8.00, terminato il suo turno di assistenza notturna agli infermi, dalle 21.00 alle 7.00, prima di andare a dormire, consumò il pasto che avrebbe dovuto consumare a mezzogiorno, bevendo 400cl. di vino, che rappresentavano la sua razione per i due pasti giornalieri, in condizione psichiche normali, sia per la stanchezza della notte insonne sia per il vino bevuto, si portò quindi nella sala ritrovo inservienti dove si trovavano alcune sue colleghe fra le quali ha dichiarato ricordare Magni Rosalia, ecc. Ad un certo momento, notò che il quadro con l’effige del Duce, sospeso ad una parete nella sala, era girato con la faccia al muro. Toltolo dalla parete per metterlo a posto, udì una voce che le sembrò essere quella della Magni ed esclamare in tono ironico, “portalo nella dispensa!” Al che lei disse: “Nella dispensa ci sono le suore che mi sgriderebbero, lo porto nel cesso…” Tradusse subito in realtà la sua affermazione mentre la Magni, la Chiodi e la Sanna provarono con grandi risate e trasportò il quadro nell’attiguo gabinetto di decenza, collocandolo sul porta carta igienica ivi esistente. Quindi andò a dormire. Dagli accertamenti è risultato che poco dopo, il quadro fu trasferito dal detto posto, dall’inserviente Chiodi, per postuma resipiscenza, nel piccolo atrio di accesso al gabinetto, e collocato sul termosifone. Soltanto alle 13.00 la suora Giuseppina Ebberoni, sorvegliante delle inservienti, avvertita del fatto, provvide a far rimettere al suo posto il quadro, rivolgendo severo ammonimento alle inservienti riunite a mensa in quel momento. Il fatto fu subito rapportato dalla suora alla madre superiora, che per evitare scandalo e  malinteso spirito di carità verso la responsabile, della quale tuttavia ignorava il nome, non ne riferiva alla direzione dell’ospedale, rimasta così all’oscuro di quanto accaduto. L’inserviente Magni, interrogata, ha confermato l’operato della Del Carro, negando però di averla istigata a nascondere il quadro nella dispensa, ha ammesso di avere riso di fronte a quanto commetteva la Del Carro che riteneva scherzasse. Uguali dichiarazioni hanno reso le inservienti Chiodi e Sanna.Tutte hanno affermato di aver rimproverato la Del Carro, dicendole: “Stai attenta che vai al confino!” Ma hanno ammesso di essere rimaste materialmente passive di fronte al gesto della Del carro che appariva in stato psichico anormale. La Del Carro per altro ha dichiarato di non saper spiegare nemmeno a se stessa il perché del suo riprovevole operato, in quanto asserisce di nutrire  sentimenti di devozione al Duce e al fascismo. E’ infatti iscritta alle organizzazioni del regime da oltre due anni  ed ora è tesserata presso il fascio femminile. Anche la Magni la Chiodi e la Sanna sono iscritte al PNF. Tutte serbano regolare condotta morale politica e in servizio si dimostrano disciplinate. Il fatto commesso dalla Del Carro ha destato sfavorevole impressione nell’ambiente dell’Istituto Ospedaliero e tra il personale di circa 120 inservienti. Per quanto sopra e perché serva di esempio e monito, propongo, salvo diverso e superiore avviso, che la Del Carro sia deferita alla Commissione provinciale per  l’assegnazione al confino. Nei confronti dell’inserviente Magni propongo sia trattenuta in carcere per trenta giorni ed ammonita; per la Chiodi e la Sanna siano trattenute in carcere per 30 giorni e poscia diffidate ai sensi dell’art. 164 del T.U. delle Leggi di P.S.“
Questo rappresenta un classico esempio della mania persecutoria messa in atto dal regime fascista. Inoltre,  il regime ingaggiò una vera e propria lotta contro coloro i quali si permettevano di imbrattare le mura dei gabinetti pubblici, dove gli italiani si sbizzarrivano attraverso le più disparate scritte offensive nei confronti del Duce. All’uopo venivano effettuate delle indagini accuratissime, addirittura attraverso l’esame di pezzi di intonaco prelevato dai muri imbrattati e i sospetti venivano sottoposti ad accurate perizie calligrafiche, nemmeno si fosse al cospetto di un incallito criminale.  In molti casi venivano scoperti. 
Ancora. Essendo stata, una volta, in una locanda, strappata una foto di Mussolini, e buttata per disprezzo in un vaso da notte, la Polizia  avviate le indagini del caso, riuscì a recuperare i pezzi di detta fotografia... Questi pezzetti furono acclusi  alla denuncia e mandati al ministero! nel rapporto poi del OPrefetto si legge: "...accllude pezzetti recuperati dal vaso da notte". Noi non abbiamo avuito il "piacere di vederli". Tuttavia nella nota  riportava che"... i pezzetti sono stati rimandati indietro previa riesame..." lasciando con ciò presumere che persino le alte cariche e il Duce stesso le avessero sottoposte al vaglio. Il colpevole fu naturalmente condannato a cinque anni di confino.  Questo solo per dimostrare quale scrupolosità fosse usata nell'espletamento delle indagini. e
Tuttavia,  nemmeno i fascisti erano immuni a certe pratiche offensive. Incredibile è il caso di Giampiero Besson, uno studente universitario,  appartenente al G.U.F.
Un giorno, per scherzo, con i suoi amici, pronunciò alcune frasi del seguente tenore: ”Mentre il popolo soffre loro si arricchiscono”, imitando certe donnette del mercato che vanno a lamentarsi in piazza. Ebbene questo giovane universitario fascista fu immediatamente messo alle sbarre. Il caso fu demandato al Tribunale speciale, perché si desse una lezione anche a tutti quei fascisti “critici” che cominciavano già a costituire una fronda e fu e condannato a dieci anni di carcere; che, per fortuna, non scontò per la sopravvenuta caduta del regime fascista.
Questo episodio dimostra, senza tema di smentita, che nessuno spiraglio di dialogo e di trasformazione si poteva aprire all'interno del regime fascista. Tutti gfli spiriti più intelligenti e liberi furono costantemente repressi e tenuti al silenzio. Alla faccia di quello che sempre hanno sostenuto i neofascisti di ogni genere e risma!

Durante il periodo della guerra infatti vi fu anche una particolare attenzione repressiva verso quei fascisti critici, che in tal caso, vennero definiti disfattisti. Il disfattismo divenne così un reato. Ci si poteva macchiare di questa "colpa" semplicemente esortando - attraverso discorsi, libelli o invettive - la popolazione alla resa.  C'era infatti la estrema consapevolezza che la guerra fosse inutile, soprattutto per la povera gente che ne pagava il prezzo più alto. E a proprosito della mancata consapevolezza è d'uopo riportare la parte finale di un passaggio del prefetto di Treviso datato 16 luglio 1934 .

In altre parole non potendo più occultare la triste realtà italiana si cercava in tutti i modi di non pubblicizzarla. Chiunque con una batuttoa o con una semplice allusione voleva descrivere la realtà veniva messo a tacere.
"Si rende necessario pertanto una severa misura di polizia, che valga ad allontanarlo sia pure per breve tempo da questa città per porlo nell'impossibilità di nuocere ulteriormente all'ordinamento nazionale che mentre sia ritenuta idonea a dare giusta riparazione continuamente al nocumeneto inferto da lui al regime,  abbia anche un valore squisitamente politico cioè di salutare esempio di energico monito a quanti si mantengono ancora neghittosi e ignavi ai margini del fervido clima fascista dell'Anno XII e soprattutto a quelli che pur avendo il privilegio di appartenere alle classi sociali puiù elevate, osano tuttora esplicare in qualsiasi modo e in qualsiasi luogo ma sempre consci del gravissimo danno che arrecano, un'azione corrosiva e deleteria ai danni del regime in stridente e sconfortante contrasto con la condotta delle masse dei lavoratori fascisti le quali con tutte pressate dal grave disagio economico marciano in fervorosa disciplina  e assoluta ubbidienza sotto il segno del littorio servendo il regime".
Noi conosciamo i casi eccellenti di personaggi politici, di oppositori famosi del fascismo, poichè sono stati condotti studi nel merito. Non conosciamo, viceversa, la storia del popolino, di quel popolo cioè che il fascismo diceva di voler difendere e tutelare dalle ingiustizie che invece vessò e represse con tutti gli strumenti che aveva a disposizione, nel modo più assurdo e crudele. Questo libro è importante proprio per questo: poichè nonostante si sia straparlato dei casi politici eccellenti, non si è mai fatta parola sulla vita della gente comune che ogni giorno doveva sopportare le angherie liberticide di un regime autenticamente totalitario.

 ©  ☭ Pedro

Nota: tutti i testi virgolettati sono stati estrapolati dal volume:  “Duce Truce, Insulti, barzellette, caricature, L'opposizione popolare al fascismo nei rapporti segreti dei prefetti 1930-1945 di Alberto Vacca - Edizioni Castelvecchi.